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Ricerche

Scoperto il peptide che contribuisce alla progressione dell'Alzheimer

Lo studio di un team di ricerca internazionale, che coinvolge anche l'Università Statale di Milano, ha scoperto che ad attivare il meccanismo che consente la progressione dell'Alzheimer è il peptide LL-37, nuovo possibile bersaglio terapeutico.

LL 37 dimensional structure Fonte: Sarah El Abbouni / Semantic Scholar

I ricercatori dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Istituto di Zoologia di Kunming (Cina), hanno contribuito all’individuazione del peptide antimicrobico umano, l’LL-37, che contribuisce alla progressione della malattia di Alzheimer. Lo studio è stato pubblicato su Molecular Psychiatry, rivista del gruppo Nature.


Il gruppo di ricerca dell’Università Statale di Milano, coordinato da Michele Mazzanti, aveva già condotto studi precedenti dimostrando che la proteina CLIC1, modificando la sua localizzazione dal citoplasma alla membrana cellulare nelle cellule del sistema immunitario del cervello, contribuisce all’insorgenza e alla progressione della malattia di Alzheimer. Tuttavia, fino ad oggi i meccanismi di formazione e di attivazione di CLIC1 in questa funzione restavano sconosciuti.


Nel lavoro appena pubblicato, i ricercatori hanno scoperto che a promuovere la traslocazione e l'integrazione in membrana di CLIC1 è il peptide antimicrobico umano LL-37. LL-37 attiva CLIC1 causando iperattivazione microgliale, neuroinfiammazione ed eccitotossicità. Il peptide LL-37 causa fenotipi patologici significativi legati all’Alzheimer tra cui l'aumento della β-amiloide, la formazione di grovigli neurofibrillari, morte neuronale, atrofia cerebrale, allargamento dei ventricoli cerebrali e la compromissione della plasticità sinaptica. Tutto ciò porta ad un progressivo deficit cognitivo. Il blocco dell’interazione tra LL-37 e CLIC1 inibisce tutti questi fenotipi.


“La proteina CLIC1, una volta inserita nella membrana cellulare, ha una fondamentale funzione nell’attivazione delle cellule immunitarie che avviene durante i fenomeni di infiammazione cronica ed in particolare quelli che interessano il sistema nervoso centrale come nel caso della malattia di Alzheimer. Il peptide LL-37 favorendo la migrazione della proteina CLIC1 in membrana può essere considerato un promotore del processo neurodegenerativo. Impedire al peptide LL-37 di svolgere la sua funzione o inibire direttamente la proteina CLIC1 localizzata nella membrana potrebbe essere una strategia farmacologica per rallentare o addirittura bloccare la progressione del processo neurodegenerativo”
, conclude Michele Mazzanti, professore ordinario di Fisiologia al dipartimento di Bioscienze dell’Università Statale di Milano.

 

 

 


Fonte: Università degli Studi di Milano

Riferimenti: Ren Lai, ...[+17], Xue Chen. Human antimicrobial peptide LL-37 contributes to Alzheimer’s disease progression. Molecular Psychiatry,

Copyright: Tutti i diritti di testi o marchi inclusi nell'articolo sono riservati ai rispettivi proprietari.

Liberatoria: Questo articolo non propone terapie o diete; per qualsiasi modifica della propria cura o regime alimentare si consiglia di rivolgersi a un medico o dietologo. Il contenuto non rappresenta necessariamente l'opinione dell'Associazione Alzheimer OdV di Riese Pio X ma solo quella dell'autore citato come "Fonte". I siti terzi raggiungibili da eventuali collegamenti contenuti nell'articolo e/o dagli annunci pubblicitari sono completamente estranei all'Associazione, il loro accesso e uso è a discrezione dell'utente. Liberatoria completa qui.

Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

 

Diagnosi precoce di demenza può essere velocizzata con l'intelligenza artificiale

Diverse forme di demenza potrebbero essere individuate prima e più facilmente analizzando le registrazioni dell'attività cerebrale elettrica dei pazienti attraverso l'intelligenza artificiale, secondo una nuova ricerca.

woman with eeg sensors

Gli scienziati dell'Università del Surrey e dell'Università di Newcastle hanno dimostrato che è possibile usare l'elettroencefalografia (EEG) come strumento diagnostico a basso costo per aiutare i medici a identificare diverse forme di demenza, che includono quella da corpi di Lewy, l'Alzheimer e il Parkinson.


Il dott. Roman Bauer, dell'Università del Surrey, autore senior dello studio, ha dichiarato:

"Il nostro studio mostra che l'analisi eseguita con l'intelligenza artificiale dei dati EEG, come strumento diagnostico per identificare la demenza, potrebbe cambiare la vita di molte persone.

"Abbiamo dimostrato che combinando l'attività cerebrale presa dai pazienti con gli occhi aperti e con gli occhi chiusi, i nostri algoritmi di apprendimento automatico possono rilevare accuratamente diverse forme di demenza, compresa quella da corpi di Lewy, che spesso si può individuare solo post-mortem.

"Di conseguenza, riteniamo che il nostro metodo possa consentire alle persone di essere diagnosticate e trattate prima. Il prossimo passo del progetto è acquisire supporto per un esperimento clinico per questa tecnologia incredibilmente promettente".


Nello studio, pubblicato su Alzheimer's Research & Therapy, i ricercatori hanno usato dati EEG (con i partecipanti a occhi aperti e chiusi) di 40 persone con demenza da 70 a 80 anni di età. Inoltre, lo studio includeva 15 soggetti sani di controllo.


Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, 55 milioni di persone vivono con la demenza in tutto il mondo. Tuttavia, gli studi hanno dimostrato che la demenza da corpi di Lewy può essere rilevata post-mortem in oltre il 25% dei casi di demenza, suggerendo che esiste una sotto-rappresentanza di quel tipo specifico [di demenza] nei dati attuali.

 

 

 


Fonte: University of Surrey (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: JL Jennings, [+4], R Bauer. Investigating the power of eyes open resting state EEG for assisting in dementia diagnosis. Alzheimer's Research & Therapy, 5 Aug 2022, DOI

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Suini con difetto genico danno nuove prospettive per trattamento di Alzheimer

Ricercatori dell'Università di Aarhus (Danimarca) hanno clonato dei mini maiali con mutazioni in un gene che è stato di recente identificato come una causa diretta dell'Alzheimer. I risultati sono particolarmente interessanti per l'industria farmaceutica.

Transgenic pig models

Da decenni, i ricercatori di tutto il mondo lavorano duramente per capire il morbo di Alzheimer (MA) e ora, una collaborazione tra il Dipartimento di Biomedicina e il Dipartimento di Medicina Clinica dell'Università di Aarhus è arrivata a un branco di mini maiali che potrebbe farci fare un passo importante nella ricerca e nel trattamento del MA.


I suini clonati sono nati con una mutazione nel gene SORL1, che si trova nel 2-3% di tutti i casi di MA a esordio precoce degli esseri umani. A causa della mutazione genica, i maiali sviluppano segni di MA in giovane età, offrendo ai ricercatori l'opportunità di seguire i primi segni della malattia, poiché i maiali mostrano cambiamenti negli stessi biomarcatori usati per fare la diagnosi nell'uomo.


Il prof. associato Olav Michael Andersen, primo autore dello studio, appena pubblicato su Cell Reports Medicine, afferma:

“Seguendo i cambiamenti dei maiali nel tempo, possiamo capire meglio i primi cambiamenti nelle cellule. In seguito, questi cambiamenti portano alle alterazioni irreversibili nel cervello che sono la causa della demenza. Ma ora possiamo seguire i maiali prima che perdano la memoria, cambino il loro comportamento, ecc., il che consentirà di testare nuovi farmaci usabili nella fase iniziale per prevenire il MA associato al SORL1.

"I maiali assomigliano agli esseri umani in molti modi, motivo per cui questo aumenta le possibilità di produrre farmaci che funzionano per contrastare il MA. È importante avere un modello animale praticabile per colmare il divario tra ricerca e sviluppo di farmaci".

 

Maiali clonati dalle cellule della pelle

Fin dagli anni '90, i ricercatori conoscono 3 geni che - se mutano - possono causare direttamente il MA. Una intensa ricerca negli ultimi 20 anni ha definitivamente assodato che anche una mutazione in un quarto gene, il SORL1, può causare direttamente il disturbo diffuso della demenza. Se questo gene è difettoso, la persona che lo porta svilupperà il MA.


"Abbiamo creato un modello animale di MA nei mini suini, cambiando uno dei soli 4 geni che sono attualmente noti per essere direttamente responsabili della malattia. I maiali possono essere usati dall'industria farmaceutica per sviluppare nuovi farmaci, e allo stesso tempo, fornire ai ricercatori migliori possibilità per capire i primi cambiamenti nel cervello delle persone che in seguito svilupperanno il MA", afferma Olav Michael Andersen.


I ricercatori avevano già sviluppato modelli di suini per il MA e per altre malattie, mediante clonazione. Questo viene fatto rimuovendo il materiale ereditario da una cellula uovo non fecondata, presa da un maiale, dopo di che la cellula viene fusa con una cellula cutanea di un altro maiale.


In questo studio, i ricercatori hanno inizialmente usato l'editing genico CRISPR-Cas9 per distruggere il gene SORL1 in una cellula cutanea presa da un mini suino della razza Göttingen. Il risultato è un embrione ricostruito, cioè un uovo clonato, che si sviluppa in un nuovo individuo con le stesse caratteristiche genetiche della cellula cutanea con modifica genica. Ciò significa che i mini maiali clonati nascono con un gene SORL1 danneggiato.


"I maiali assomigliano ai pazienti di MA che hanno i difetti del gene SORL1, al contrario dei precedenti modelli di suini per MA, che avevano uno o più geni umani mutati inseriti, nella speranza di accelerare la malattia"
, afferma la prof.ssa associata Charlotte Brandt Sørensen, responsabile dello sviluppo dei suini geneticamente modificati e clonati.


Dato che la mutazione è ereditata, i ricercatori possono ora allevare maiali che mostrano i primi segni di MA prima di raggiungere l'età di tre anni.

 

Si possono testare farmaci prima che scoppi la malattia

Lo studio ha importanti prospettive, afferma il prof. Olav Michael Andersen:

"Sappiamo dalla genetica umana che quando il gene SORL1 viene distrutto, sviluppiamo il MA. Abbiamo dimostrato che se distruggiamo questo gene nei suini, nelle cellule cerebrali degli animali si verificano proprio i primi cambiamenti che avevamo osato sperare. Ciò consente di trovare biomarcatori che riflettano la fase iniziale e preclinica della malattia".


La società danese Ellegaard Göttingen Minipigs possiede i diritti per la varietà di maiali e li sta allevando.


“La cosa migliore sarebbe sviluppare nuovi medicinali sulla base di questo modello di maiale e siamo già molto avanti con i preparativi. Il gruppo di pazienti portatori della mutazione SORL1 è molto più grande del gruppo di pazienti che hanno errori negli altri 3 geni noti", afferma Olav Michael Andersen.

 

Fatti: genetica e MA

  • Sia fattori ereditari che ambientali possono essere la causa del MA. Se una persona è geneticamente predisposta, insorge una complessa interazione con altri fattori di rischio, come lo stile di vita (es.: fumo e obesità) e le influenze ambientali.
  • Solo circa il 3% di tutte le persone con MA sviluppa la malattia come conseguenza diretta di una mutazione in uno dei geni noti: APP, PSEN1, PSEN2, e l'ultimo confermato, il SORL1.
  • Il gene SORL1 è stato identificato all'Università di Aarhus nel 1996, e confermato come causa del MA dal dott. Philip Scheltens in uno studio pubblicato su The Lancet nel 2021.
  • Lo studio con i mini maiali clonati è uno dei motivi per cui il prof. associato Olav Michael Andersen ha ricevuto il premio di ricerca di base dall'Alzheimer Research Foundation questo mese, settembre 2022.

 

 

 


Fonte: Line Rønn in Aarhus University (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: OM Andersen, ...[+25], CB Sørensen. A genetically modified minipig model for Alzheimer’s disease with SORL1 haploinsufficiency. Cell Reports Medicine, 2022, DOI

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Estratto di Spirulina maxima migliora memoria nei casi di lieve decadimento cognitivo

spirulina extract

Ricercatori del Korea Institute of Ocean Science and Technology e di altre due istituzioni coreane, hanno condotto uno studio per valutare la capacità della Spirulina Maxima, una microalga marina promossa in tutto il mondo come super cibo, di migliorare la memoria negli anziani, usando un suo estratto di etanolo al 70%, denominato SM70EE.


Lo studio clinico, randomizzato in doppio cieco e controllato con placebo, comprendeva 80 volontari con lieve decadimento cognitivo (MCI) reclutati al Jeonbuk National University Hospital di Jeonju, che sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi, uno che ha ricevuto 1g al giorno di SM70EE, e uno che ha ricevuto un placebo, senza che nessuno di loro cambiasse in alcun modo l'alimentazione o l'attività fisica.


I partecipanti sono stati esaminati all'inizio e dopo 12 settimane per determinare se c'erano stati cambiamenti nei risultati dei test per l'apprendimento visivo, la memoria di lavoro visiva e l'apprendimento verbale (con la MOCA-K, la versione coreana della Montreal Cognitive Assessment), del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), nei livelli di amiloide-beta e nella capacità antiossidante totale.

Spirulina maxima resultsCambiamenti dei partecipanti nei valori del test di apprendimento visivo (a), test di memoria di lavoro visiva (b), vocabolario con MOCA-K (c) e capacità antiossidante totale con TAC (d). Dopo 12 settimane, c'è una differenza significativa tra chi ha assunto Spirulina maxima (SM70EE) e il gruppo placebo, nei valori di apprendimento visivo, memoria di lavoro visiva e vocabolario.

Rispetto al gruppo placebo, il gruppo di trattamento ha mostrato un miglioramento significativo nei risultati dei test di apprendimento visivo e di memoria di lavoro visiva, e un vocabolario migliorato. L'SM70EE ha perciò dimostrato di migliorare la memoria, senza effetti avversi.


In genere si ritiene che il miglioramento della funzione di memoria nell'MCI sia utile per prevenire o ritardare il morbo di Alzheimer (MA), perché l'MCI è uno stadio intermedio tra lo stato sano e il MA; una parte (10-15%) degli individui con MCI passerà in seguito al MA.


Nelle conclusioni dei ricercatori, l'efficacia dell'SM70EE di alleviare o posticipare i sintomi del morbo di Alzheimer è stata verificata per la prima volta attraverso questo studio clinico, quindi l'SM70EE potrebbe avere un ruolo nella gestione dei pazienti con demenza.

 

 

 


Fonte: Korea Institute of Ocean Science and Technology (KIOST) via MDPI (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Woon-Yong Choi, ...[+8], Do-Hyung Kang. The Effects of Spirulina maxima Extract on Memory Improvement in Those with Mild Cognitive Impairment: A Randomized, Double-Blind, Placebo-Controlled Clinical Trial. Nutrients, 9 Sep 2022, DOI

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Piccole molecole appena identificate rompono i grovigli amiloidi causa dell'Alzheimer

Una molecola presente nel tè verde ha aiutato i biochimici dell'UCLA a scoprire diverse molecole che possono distruggere le fibre tau.

fluorescent stained tau in neuronsTau in colore fluorescente nei neuroni.

Gli scienziati dell'UCLA hanno usato una molecola presente nel tè verde per identificare altre molecole che potrebbero rompere i grovigli proteici nel cervello ritenuti causa del morbo di Alzheimer (MA) e di malattie simili. La molecola del tè verde, EGCG, è nota per rompere le fibre della tau, filamenti lunghi e multistrati che formano grovigli che attaccano i neuroni, causandone la morte.


In un documento pubblicato su Nature Communications, i biochimici dell'UCLA descrivono come l'EGCG spezza le fibre di tau, strato per strato. Mostrano anche come hanno scoperto altre molecole che potrebbero funzionare allo stesso modo, rendendole migliori candidate potenziali per farmaci rispetto all'EGCG, che non riesce a penetrare facilmente nel cervello.


La scoperta apre nuove possibilità per combattere il MA, il Parkinson e le malattie correlate, sviluppando farmaci che colpiscono la struttura delle fibre tau e altre fibrille amiloidi.


Migliaia di strati a forma di J di molecole tau legate insieme costituiscono il tipo di fibrille amiloidi chiamate grovigli, osservate per la prima volta un secolo fa da Alois Alzheimer nel cervello post mortem di una paziente con demenza. Queste fibre crescono e si diffondono in tutto il cervello, uccidendo i neuroni e inducendo l'atrofia cerebrale. Molti scienziati pensano che rimuovere o distruggere le fibre tau possa fermare la progressione della demenza.


"Se potessimo rompere queste fibre, potremmo evitare la morte dei neuroni", ha affermato David Eisenberg, professore di chimica e biochimica dell'UCLA, il cui laboratorio ha guidato la nuova ricerca. “Il settore ha in genere fallito nel farlo perché ha usato principalmente grandi anticorpi che hanno difficoltà a entrare nel cervello. Da un paio di decenni, gli scienziati sanno che esiste una molecola nel tè verde chiamata EGCG che può rompere le fibre amiloidi, ed è lì che il nostro lavoro diverge dal resto".


L'EGCG è stata studiata ampiamente ma non ha mai funzionato come farmaco per il MA perché la sua capacità di smantellare le fibre tau si esercita meglio nell'acqua e non entra facilmente nelle cellule o nel cervello. Inoltre, non appena l'EGCG entra nel flusso sanguigno si lega a molte proteine ​​oltre alle fibre tau, indebolendo la propria efficacia.


Per studiare i meccanismi attraverso i quali l'EGCG rompe le fibre tau, i ricercatori hanno estratto i grovigli di tau dal cervello delle persone morte per il MA e le hanno incubate per diversi tempi con EGCG. Entro tre ore, metà delle fibre erano sparite e quelle rimaste erano parzialmente degradate. Dopo 24 ore, tutte le fibre erano scomparse.


Le fibrille nella fase centrale della degradazione indotta da EGCG sono state congelate improvvisamente e le immagini di questi campioni congelati hanno mostrato che l'EGCG spezza le fibrille in pezzi apparentemente innocui.


“Le molecole EGCG si legano a ogni strato delle fibre, ma le molecole vogliono essere più vicine l'una con l'altra. Mentre si muovono insieme la fibra si spezza"
, ha detto Eisenberg.


Kevin Murray, che all'epoca era dottorando dell'UCLA ed è ora nel dipartimento di neurologia della Brown University, ha identificato punti specifici sulla fibra tau, chiamati farmacofori, a cui si attaccano le molecole EGCG. Quindi ha eseguito simulazioni al computer su una biblioteca di 60.000 piccole molecole cerebrali e amichevoli con il sistema nervoso con il potenziale di legarsi agli stessi siti.


Ha trovato diverse centinaia di molecole di 25 atomi o meno di dimensioni, tutte con il potenziale di legarsi ai farmacofori ancora meglio della fibra tau. Esperimenti con le migliori molecole candidate, identificate dalla selezione del computer, ne hanno identificato circa una mezza dozzina che spezzano le fibre tau.


"Con le risorse di super-calcolo dell'UCLA, possiamo individuare praticamente vaste librerie di farmaci prima che siano richiesti esperimenti di laboratorio"
, ha affermato Murray.


Alcuni di questi composti migliori, in particolare le molecole chiamate CNS-11 e CNS-17, hanno anche impedito alle fibre di diffondersi da una cellula all'altra. Gli autori pensano che queste molecole siano candidati per farmaci che potrebbero essere sviluppati per trattare il MA.


"Per il cancro e molte malattie metaboliche, conoscere la struttura della proteina che causa la malattia ha portato a farmaci efficaci che fermano l'azione alla fonte della malattia", ha affermato Eisenberg. "Ma solo di recente gli scienziati hanno scoperto le strutture dei grovigli tau. Ora abbiamo identificato piccole molecole che rompono queste fibre. La linea di fondo è che abbiamo messo il MA, e le malattie amiloidi in generale, sulla stessa base del cancro, vale a dire quella struttura può essere usata per trovare farmaci".


Il CNS-11 non è ancora un farmaco, ma gli autori lo considerano una strada percorribile:

"Studiando le sue varianti, cosa che stiamo facendo, potremmo passare da questa strada possibile a qualcosa che sarebbe davvero un farmaco", ha detto Eisenberg.

 

 

 


Fonte: University of California - Los Angeles (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: PM Seidler, ...[+11], DS Eisenberg. Structure-based discovery of small molecules that disaggregate Alzheimer’s disease tissue derived tau fibrils in vitro. Nature Communications, 16 Sep 2022, DOI

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Intelligenza artificiale per scoprire origini cellulari dell'Alzheimer e di altri disturbi cognitivi

I modelli di apprendimento profondo rappresentano “un paradigma completamente nuovo" per lo studio della demenza.

ai brain robot

Ricercatori del Mount Sinai di New York hanno esaminato le caratteristiche strutturali e cellulari dei tessuti cerebrali umani con nuovi metodi di intelligenza artificiale per aiutare a determinare le cause del morbo di Alzheimer (MA) e di altri disturbi correlati, in uno studio pubblicato su Acta Neuropatologica Communications il 20 settembre.


Il team di ricerca ha scoperto che studiare le cause del deterioramento cognitivo con un metodo imparziale basato sull'intelligenza artificiale, al contrario di marcatori tradizionali come le placche amiloidi, rivela anomalie microscopiche impreviste che possono prevedere la presenza del deterioramento cognitivo.


"L'intelligenza artificiale rappresenta un paradigma completamente nuovo per lo studio della demenza e avrà un effetto trasformativo per la ricerca su malattie cerebrali complesse, in particolare il MA"
, ha dichiarato il coautore senior John Crary MD/PhD, professore di Patologia, Medicina Molecolare e Cellulare, di Neuroscienze, Intelligenza Artificiale e Sanità Umana, al Mount Sinai. "L'approccio di apprendimento profondo è stato applicato alla previsione della compromissione cognitiva, un problema impegnativo per il quale non esiste attualmente uno strumento diagnostico istopatologico testato sull'uomo".


Il team del Mount Sinai ha identificato e analizzato l'architettura sottostante e le caratteristiche cellulari di due regioni nel cervello, il lobo temporale mediale e la corteccia frontale. Nel tentativo di migliorare lo standard della valutazione del cervello post mortem per identificare i segni delle malattie, i ricercatori hanno usato un algoritmo di apprendimento profondo poco supervisionato per esaminare le immagini delle diapositive dei tessuti dell'autopsia cerebrale umana provenienti da un gruppo di oltre 700 donatori anziani, e prevedere la presenza o l'assenza di compromissione cognitiva.


L'approccio di apprendimento profondo poco supervisionato è in grado di gestire fonti rumorose, limitate o imprecise per fornire segnali che marcano grandi quantità di dati di addestramento in un ambiente di apprendimento supervisionato. Questo modello di apprendimento profondo è stato usato per individuare una riduzione della colorazione rapida blu Luxol, impiegata per quantificare la quantità di mielina, lo strato protettivo attorno ai nervi cerebrali.


I modelli di apprendimento automatico hanno identificato un segnale del deterioramento cognitivo associato a quantità decrescenti di colorazione della mielina, sparso in uno schema non uniforme in tutto il tessuto e focalizzato sulla materia bianca, che influenza l'apprendimento e le funzioni cerebrali. I due set di modelli addestrati e usati dai ricercatori sono riusciti a prevedere la presenza di deterioramento cognitivo con un'accuratezza migliore di indovinare a casualmente.


Nella loro analisi, i ricercatori ritengono che l'intensità ridotta di colorazione, in particolari aree del cervello identificate dall'intelligenza artificiale, possa fungere da piattaforma scalabile per valutare la presenza di compromissione del cervello in altre malattie associate. La metodologia pone le basi per studi futuri, che potrebbero includere la distribuzione di modelli di intelligenza artificiale su larga scala, nonché un'ulteriore dissezione degli algoritmi per aumentarne la precisione e l'affidabilità predittiva.


Il team ha affermato che, in definitiva, l'obiettivo di questo programma di ricerca neuropatologica è sviluppare strumenti migliori per la diagnosi e il trattamento delle persone che soffrono di MA e dei disturbi correlati.


"L'intelligenza artificiale ci consente di esaminare le caratteristiche rilevanti di esponenzialmente più malattie, un approccio potente se applicato a un sistema complesso come il cervello umano", ha dichiarato il coautore senior Kurt W. Farrell PhD, assistente professore di Patologia, Medicina Molecolare e Cellulare, di Neuroscienze e di Intelligenza Artificiale e Sanità Umana, al Mount Sinai. "È fondamentale eseguire ulteriori ricerche di interpretabilità nei settori della neuropatologia e dell'intelligenza artificiale, in modo che i progressi nell'apprendimento profondo possano essere tradotti in migliori approcci diagnostici e terapeutici per il MA e i disturbi correlati, in modo sicuro ed efficace".


Il primo autore Andrew McKenzie MD/PhD, co-responsabile residente della ricerca nel Dipartimento di Psichiatria del Mount Sinai, ha aggiunto:

“L'analisi dell'interpretazione ha identificato alcuni segnali, non tutti, che i modelli di intelligenza artificiale usavano per fare previsioni sulla compromissione cognitiva. Di conseguenza, rimangono ulteriori sfide per implementare e interpretare questi potenti modelli di apprendimento profondo nel settore neuropatologico".

 

 

 


Fonte: The Mount Sinai Hospital (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: AT McKenzie, ...[+13], JF Crary. Interpretable deep learning of myelin histopathology in age-related cognitive impairment. Acta Neuropathologica Communications, 21 Sep 2022, DOI

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Proteina appena scoperta collegata al rischio di Alzheimer

Una mutazione nella piccola proteina SHMOOSE è associata al rischio di Alzheimer ed evidenzia un possibile obiettivo di trattamento.

mitochondrion structure1

La scoperta recente che una mutazione in una piccola proteina è collegata a un aumento significativo del rischio di morbo di Alzheimer (MA), amplia gli obiettivi genici noti per la malattia e presenta un nuovo percorso potenziale di trattamento, secondo un nuovo studio eseguito alla University of Southern California.


La proteina, chiamata SHMOOSE, è una piccola 'microproteina' che un gene appena scoperto codifica nei mitocondri, gli organelli che producono energia della cellula. Una mutazione all'interno di questo gene disattiva parzialmente la microproteina SHMOOSE, e questa mutazione è stata associata a un rischio di MA più elevato del 30% in quattro diverse coorti.


Quasi un quarto delle persone di origine europea hanno la versione mutata della proteina, secondo i ricercatori, che hanno pubblicato lo studio mercoledì 21 settembre sul Molecular Psychiatry. Essi affermano che sia il rischio sostanziale che l'elevata prevalenza di questa mutazione, finora non identificata, la differenziano dalle altre proteine ​​coinvolte nel MA.


A parte l'ApoE4 - il fattore di rischio genetico più potente per la malattia - è stato identificato solo un numero limitato di altre mutazioni geniche e queste aumentano solo leggermente il rischio, meno del 10%. Inoltre, poiché la microproteina ha all'incirca le dimensioni del peptide di insulina, può essere facilmente somministrata, aumentando il suo potenziale terapeutico.


"Questa scoperta apre nuove entusiasmanti direzioni per lo sviluppo di terapie per il MA basate sulla medicina di precisione, puntando la SHMOOSE come obbiettivo", ha affermato Pinchas Cohen, professore di gerontologia, medicina e scienze biologiche e autore senior dello studio. "La somministrazione di analoghi della SHMOOSE ai portatori della mutazione, che producono la proteina mutante, può dare benefici per le neurodegenerazioni e per altre malattie".


Brendan Miller PhD, primo autore dello studio, ha manipolato grandi volumi di dati per identificare le variazioni genetiche nel DNA mitocondriale associate al rischio di malattia. Dopo che le analisi hanno rivelato che una mutazione genica aumenta il rischio di MA, l'atrofia cerebrale e il metabolismo energetico, Miller e i suoi colleghi hanno scoperto che il gene mutato codifica la microproteina SHMOOSE e hanno iniziato a studiare le sue forme mutate e quelle predefinite. I ricercatori hanno dichiarato che SHMOOSE è la prima microproteina a codifica DNA mitocondriale ad essere stata rilevata attraverso sia anticorpi che spettrometria di massa.


La microproteina sembra modificare la segnalazione dell'energia e il metabolismo nel sistema nervoso centrale. È stata trovata nei mitocondri dei neuroni e i suoi livelli nel liquido cerebrospinale si correlavano con i biomarcatori del MA. Varie colture cellulari ed esperimenti su animali hanno mostrato che la SHMOOSE altera il metabolismo energetico nel cervello, in parte perché risiede in una parte cruciale dei mitocondri, la membrana mitocondriale interna.

 

Un campo di studio emergente

Miller ha affermato che i risultati evidenziano l'importanza del campo relativamente nuovo delle microproteine. Per decenni, gli scienziati hanno studiato la biologia considerando principalmente una serie di 20.000 grandi geni che codificano proteine. Tuttavia, una nuova tecnologia ha messo in evidenza centinaia di migliaia di potenziali geni che codificano microproteine ​​più piccole.


"Il campo delle microproteine ​​è ancora molto nuovo", ha detto Miller. "Non sappiamo ancora quanti geni di microproteine ​​siano finanche funzionali e lo studio di potenziali microproteine, una a una, da un elenco di migliaia, è troppo costoso e inefficiente. L'approccio che io e i miei colleghi abbiamo usato per rilevare la SHMOOSE mostra la forza di integrare la grande mole di dati della genetica con tecniche molecolari e biochimiche per scoprire le microproteine ​​funzionali".

 

 

 


Fonte: Beth Newcomb in University of Southern California (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: B Miller, ...[+23], P Cohen. Mitochondrial DNA variation in Alzheimer’s disease reveals a unique microprotein called SHMOOSE. Molecular Psychiatry, 21 Sep 2022, DOI

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Liberatoria: Questo articolo non propone terapie o diete; per qualsiasi modifica della propria cura o regime alimentare si consiglia di rivolgersi a un medico o dietologo. Il contenuto non rappresenta necessariamente l'opinione dell'Associazione Alzheimer OdV di Riese Pio X ma solo quella dell'autore citato come "Fonte". I siti terzi raggiungibili da eventuali collegamenti contenuti nell'articolo e/o dagli annunci pubblicitari sono completamente estranei all'Associazione, il loro accesso e uso è a discrezione dell'utente. Liberatoria completa qui.

Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

Incubi in mezza età legati al rischio di demenza

John Henry Fuseli - The NightmareJohn Henry Fuseli (1741-1825), The nightmare (1781). Fonte: Wikipedia, Public Domain

Un nuovo studio, pubblicato su eClinicalMedicine da ricercatori dell'Università di Birmingham, suggerisce che gli incubi potrebbero diventare prevalenti diversi anni o addirittura decenni prima che inizino i problemi caratteristici di memoria e di pensiero della demenza.


Il dott. Abidemi Otaiku, del Center for Human Brain Health dell'Università di Birmingham, ha dichiarato:

"Abbiamo dimostrato per la prima volta che i sogni angoscianti, o incubi, possono essere collegati al rischio di demenza e al declino cognitivo negli adulti sani della popolazione generale. Questo è importante perché ci sono pochissimi indicatori di rischio per la demenza che possono essere identificati già nella mezza età.

"Anche se è necessario più lavoro per confermare questi collegamenti, crediamo che i cattivi sogni possano essere un modo utile per identificare le persone ad alto rischio di sviluppare la demenza e quindi mettere in atto strategie che rallentano l'insorgenza della malattia".


Nello studio, il dott. Otaiku ha esaminato i dati di tre coorti comunitarie degli Stati Uniti, che includevano più di 600 uomini e donne da 35 a 64 anni di età e 2.600 anziani over-79. Tutti i partecipanti erano privi di demenza all'inizio dello studio e sono stati seguiti in media per 9 anni per il gruppo più giovane, e 5 anni per i partecipanti più anziani.


Lo studio ha iniziato a raccogliere dati tra il 2002 e il 2012. I partecipanti hanno completato una serie di questionari, incluso il Pittsburgh Sleep Quality Index (indice Pittsburgh qualità del sonno), che include una domanda sulla frequenza con cui le persone hanno avuto brutti sogni. Questi dati sono stati analizzati da un software statistico per scoprire se i partecipanti con una frequenza più elevata di incubi avevano maggiori probabilità di sperimentare in seguito un declino cognitivo ed essere diagnosticati con demenza.


La ricerca mostra che le persone di mezza età (35-64) che sperimentano brutti sogni su base settimanale hanno un probabilità 4 volte superiore di sperimentare un declino cognitivo nel decennio successivo, mentre le persone anziane avevano il doppio delle probabilità di essere diagnosticate con demenza.


È interessante notare che lo studio ha scoperto che le associazioni erano molto più forti per gli uomini che per le donne. Ad esempio, gli uomini anziani con incubi ogni settimana avevano una probabilità 5 volte maggiore di sviluppare la demenza rispetto agli uomini anziani che non riferivano brutti sogni. Nelle donne, tuttavia, l'aumento del rischio è stato solo del 41%.


I prossimi passi per la ricerca analizzeranno se gli incubi tra i giovani possono essere associati al rischio di demenza futura e se anche altre caratteristiche dei sogni, come la frequenza con cui ricordiamo i sogni e quanto sono vividi, possono essere usate per identificare il rischio di demenza.


Utilizzando l'elettroencefalografia (EEG) e la risonanza magnetica (MRI), i ricercatori hanno anche in programma di studiare le basi biologiche dei brutti sogni, sia nelle persone sane che in quelle con demenza.

 

 

 


Fonte: University of Birmingham (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Abidemi I. Otaiku. Distressing dreams, cognitive decline, and risk of dementia: A prospective study of three population-based cohorts. eClinical Medicine, 21 Sep 2022, DOI

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Tracciatori di attività rivelano legami tra esercizio fisico, memoria e salute mentale

L'esercizio fisico può migliorare la salute cognitiva e mentale, ma non tutte le forme e le intensità dell'esercizio fisico influenzano equamente il cervello. Gli effetti dell'esercizio sono molto più sfumati, perché intensità specifiche di esercizio per un lungo periodo di tempo sono associate a aspetti diversi della memoria e della salute mentale, secondo un nuovo studio.

fitness tracker mental brain health

I risultati della ricerca del Dartmouth College sono pubblicati su Scientific Reports e forniscono informazioni su come si può ottimizzare l'esercizio.


"La salute mentale e la memoria sono fondamentali per quasi tutto ciò che facciamo nella nostra vita quotidiana", afferma il primo autore Jeremy Manning, assistente professore di scienze psicologiche e cerebrali al Dartmouth. "Il nostro studio sta cercando di costruire una base per comprendere in che modo intensità diverse di esercizio fisico influenzano aspetti diversi della salute mentale e cognitiva".


I ricercatori hanno chiesto a 113 utenti di Fitbit di eseguire una serie di test di memoria, di rispondere ad alcune domande sulla loro salute mentale e di condividere i loro dati di forma fisica dell'anno precedente. Si aspettavano che gli individui più attivi avessero migliori prestazioni di memoria e salute mentale, ma i risultati sono più articolati.


Le persone che tendevano ad allenarsi a basse intensità si sono comportate meglio in alcuni compiti di memoria mentre quelli che si esercitavano ad alte intensità andavano meglio su altri compiti di memoria. I partecipanti con attività più intensa hanno riportato anche livelli di stress più elevati, mentre le persone che si esercitavano regolarmente a intensità più basse hanno mostrato tassi più bassi di ansia e depressione.


Ricerche precedenti si sono spesso concentrate sugli effetti dell'esercizio sulla memoria su un periodo relativamente breve di diversi giorni o settimane, ma i ricercatori del Dartmouth volevano esaminare gli effetti su una scala temporale molto più lunga.


I dati includevano conteggi giornalieri dei passi, frequenza cardiaca media, quanto tempo è stato dedicato all'esercizio nelle diverse 'zone di frequenza cardiaca' definite da Fitbit (rest, out-of-range, fat burn, cardio, peak = riposo, fuori portata/gamma, bruciatura di grassi, cardio, picco) e altre informazioni raccolte per un anno completo. I partecipanti allo studio sono stati trovati online dal Mechanical Turk di Amazon, una forza lavoro reclutata via rete.


I quattro tipi di attività di memoria usate nello studio sono stati progettati per sondare diversi aspetti delle capacità dei partecipanti, su tempi diversi:

  • Due serie di compiti miravano a testare la memoria 'episodica', la memoria che usiamo per ricordare eventi autobiografici, tipo cosa abbiamo fatto ieri.
  • Un'altra serie di attività è stata progettata per testare la memoria 'spaziale', quella usata per ricordare le posizioni, come dove abbiamo parcheggiato l'auto.
  • L'ultima serie di compiti ha testato la memoria 'associativa', la capacità di ricordare connessioni tra concetti o altri ricordi.


I partecipanti che erano stati più attivi nell'anno precedente tendevano ad avere prestazioni migliori di memoria in generale, ma le aree specifiche di miglioramento dipendevano da quali tipi di attività facevano le persone.


I ricercatori hanno scoperto che i partecipanti che spesso si esercitavano a intensità moderate tendevano ad avere prestazioni migliori nelle attività di memoria episodica mentre i partecipanti che spesso facevano esercizio ad alta intensità andavano meglio sui compiti di memoria spaziale. I partecipanti sedentari che raramente si esercitavano tendevano ad avere risultati peggiori nei compiti di memoria spaziale.


I ricercatori hanno anche identificato le connessioni tra la salute mentale dei partecipanti e le loro prestazioni di memoria. I partecipanti con ansia o depressione auto-segnalate tendevano a funzionare meglio sui compiti di memoria spaziale e associativa, mentre quelli con disturbo bipolare auto-riferito tendevano a funzionare meglio nelle attività di memoria episodica. I partecipanti che hanno riportato livelli più elevati di stress tendevano ad andare peggio sui compiti di memoria associativa.


Il team ha reso disponibili gratuitamente tutti i dati e il codice su GitHub per chiunque voglia esplorare o comprendere meglio queste associazioni; secondo Manning:

"Quando si tratta di attività fisica, memoria e salute mentale, è in gioco una dinamica davvero complicata, che non può essere riassunta in frasi singole come «camminare migliora la memoria» o «lo stress fa male alla memoria». Invece, forme specifiche di attività fisica e aspetti specifici della salute mentale sembrano influenzare ogni aspetto della memoria in modo diverso.

"Con ulteriori ricerche, queste scoperte potrebbero avere alcune applicazioni entusiasmanti: ad esempio, per aiutare gli studenti a prepararsi per un esame o ridurre i sintomi della depressione, potrebbero essere progettati regimi di esercizio specifici per aiutare a migliorare le prestazioni cognitive e la salute mentale".

 

 

 


Fonte: Dartmouth College via Neuroscience News (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: JR Manning, ...[+2], PC Fitzpatrick. Fitness tracking reveals task-specific associations between memory, mental health, and physical activity. Scientific Reports, 15 Aug 2022, DOI

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Goccioline liquide dense come computer cellulari: nuova teoria sulla causa dell'Alzheimer?

dense liquid droplets cellular computersGoccioline liquide dense creano circuiti morbidi nelle cellule, con implicazioni per le malattie neurologiche. (Immagine: Liam Holt/NYU)

Un campo emergente è capire come gruppi di molecole si condensano insieme all'interno delle cellule, proprio come le goccioline di olio si riuniscono e si separano dall'acqua in una boccetta di condimento.


Nelle cellule umane, la 'separazione della fase liquida-liquida' avviene perché molecole simili di grandi dimensioni si uniscono in goccioline dense, separate dalle parti più diluite dell'interno delle cellule fluide. La ricerca precedente aveva suggerito che l'evoluzione sfrutta la formazione naturale di questi 'condensati' per organizzare le cellule, fornendo, ad esempio, spazi isolati per costruire macchinari cellulari.


Inoltre, nelle cellule di pazienti con condizioni neurodegenerative, incluso il morbo di Alzheimer (MA), sono quasi sempre presenti nelle goccioline dei gruppi di molecole anomale, condensate, definite anche 'aggrovigliate'. Sebbene nessuno sappia perché si formano tali condensati, una nuova teoria sostiene che le proprietà biofisiche degli interni cellulari cambiano man mano che le persone invecchiano, un cambiamento guidato in parte dall'«affollamento molecolare» che racchiude più molecole negli stessi spazi per influenzare la separazione delle fasi.


I ricercatori paragonano i condensati ai microprocessori, i computer integrati nei circuiti, poiché riconoscono e calcolano le risposte in base alle informazioni in arrivo. Nonostante l'impatto sospetto dei cambiamenti fisici sui processori liquidi, il campo ha avuto difficoltà finora a chiarire i meccanismi che collegano la separazione delle fasi, la formazione dei condensati e il calcolo, in base ai segnali chimici che avvengono su scala molto più piccola, affermano i ricercatori. Questo perché i condensati naturali hanno così tante funzioni che gli esperimenti fanno fatica a delinearli.


Per affrontare questa sfida, i ricercatori della New York University e del Centro Tedesco Malattie Neurodegenerative hanno costruito un sistema artificiale, svelando che la formazione di condensati cambia l'azione a livello molecolare degli enzimi chiamati chinasi, un esempio di calcolo chimico. Le chinasi sono interruttori proteici che influenzano i processi cellulari mediante fosforilazione (si attaccano a una molecola chiamata gruppo di fosfato), per puntare le molecole.


La nuova analisi, pubblicata online il 14 settembre su Molecular Cell, ha scoperto che la formazione di condensati prodotti durante la separazione di fase offriva regioni più 'appiccicose' in cui delle chinasi importanti dal punto di vista medico e i loro obiettivi potevano interagire e innescare segnali di fosforilazione.


"I risultati del nostro studio mostrano che cambiamenti fisici, come l'affollamento, possono guidare la formazione di condensati che sono convertiti in segnali biochimici, come se i condensati fossero computer molli"
, afferma l'autore senior dello studio Liam J. Holt PhD, membro dell'Institute for Systems Genetics della NYU.


Tra le chinasi che lo studio ha visto come più attive in un ambiente affollato e condensato c'era la 'chinasi 2 ciclina-dipendente' (CDK1), nota per fosforilare la proteina tau che lega i microtubuli. I condensati aggrovigliati di tau si trovano spesso nelle cellule cerebrali dei pazienti con MA.


"I nostri esperimenti suggeriscono che la formazione di più condensati di tau guida l'aumento di fosforilazione di tau"
, aggiunge il dott. Holt, che è anche professore associato nel dipartimento di biochimica e farmacologia molecolare. "Se questi meccanismi portano a una maggiore morte delle cellule cerebrali, e se invertirli può essere un nuovo approccio terapeutico, sono domande importanti per il prossimo lavoro".


In particolare, lo studio ha scoperto che quando la tau e la CDK1 si condensavano in goccioline dense, c'era un'accelerazione tre volte maggiore di fosforilazione in un gruppo di siti sulla tau (epitope AT8) legati al MA.

 

Produrre un biosensore

Nel cercare di progettare le versioni utili di questi computer, il team di ricerca ha testato diversi condensati artificiali, sintetizzando diverse molecole di impalcatura per vedere cosa spingeva di più le chinasi campionate (MAPK3, Fus3 e CDK1) insieme ai loro obiettivi ad aumentare la segnalazione.


I condensati si formano mentre le molecole di impalcature si mescolano all'interno delle goccioline. Il team ha scoperto che nel loro modello, la raccolta di grandi biomolecole in goccioline all'interno di organismi viventi a cellula singola, chiamati lieviti, ha prodotto reazioni di fosforilazione centinaia di volte più veloci.


Lo studio ha anche scoperto che la formazione di condensati consente alle chinasi incluse di fosforilare più tipi di molecole e senza la presenza delle forme molecolari richieste di solito. Ciò suggerisce che i condensati nelle cellule affollate creano tipi alterati di calcolo, alcuni potenzialmente legati alla malattia, affermano gli autori.


Nel proseguo, il team di ricerca intende basarsi su uno studio precedente del laboratorio del dott. Holt, che ha scoperto che un complesso proteico chiamato mTORC1 controlla l'affollamento molecolare determinando il numero di ribosomi, i 'macchinari' che costruiscono altre grandi proteine ​​nelle cellule. Il team prevede di studiare se i composti noti per inibire l'mTORC1 possono ridurre l'affollamento e la fosforilazione della tau.


Infine, il team spera che le sue scoperte facciano avanzare la progettazione di altri computer cellulari che reagiscono a forze fisiche. Ciò potrebbe includere l'introduzione nelle cellule immunitarie di processori progettati che, per attaccare le cellule tumorali, si attivano cercando di infilarsi nel tessuto reso denso dai tumori in crescita.

 

 

 


Fonte: New York University (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: D Sang, ...[+4], LJ Holt. Condensed-phase signaling can expand kinase specificity and respond to macromolecular crowding. Molecular Cell, 14 Sep 2022, DOI

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Gli anziani mostrano calo della cognizione, ma migliore benessere mentale dei giovani

Giovani e anziani potrebbero imparare una cosa o due gli uni dagli altri, almeno in termini di salute mentale e cognizione.

Cognitive Ability Young Adult

In un nuovo studio, pubblicato il 12 settembre 2022 su Psychology and Aging, ricercatori dell'Università della California di San Diego hanno scoperto che gli anziani sani mostrano un maggiore benessere mentale, ma prestazioni cognitive più scadenti rispetto agli adulti più giovani. I meccanismi neurali sottostanti possono ispirare nuovi interventi per promuovere la salute della funzione cerebrale.


"Volevamo comprendere meglio l'interazione tra cognizione e salute mentale durante l'invecchiamento e se si basano sull'attivazione di aree cerebrali simili o diverse", ha dichiarato l'autrice senior Jyoti Mishra PhD, direttrice dei NEATLabs e prof.ssa associata di psichiatria all'UC San Diego.


Lo studio ha campionato 62 giovani adulti sani da 20 a 30 anni e 54 anziani sani di età superiore ai 60 anni. I ricercatori hanno valutato la salute mentale dei partecipanti, esaminando i sintomi di ansia, depressione, solitudine e benessere mentale generale. I partecipanti hanno anche svolto diversi compiti cognitivi esigenti mentre veniva misurata la loro attività cerebrale con l'elettroencefalografia (EEG).


I risultati hanno mostrato sintomi significativamente peggiori di ansia, depressione e solitudine nella giovinezza e un maggiore benessere mentale negli anziani. Tuttavia, quando si trattava di cognizione, le prestazioni nel compito erano significativamente più basse negli anziani.


Le registrazioni EEG hanno rivelato che durante i compiti, gli anziani hanno mostrato una maggiore attività nelle porzioni anteriori della rete di modalità predefinita del cervello. Questo gruppo di aree cerebrali è in genere attivo quando un individuo sta ruminando, sogna ad occhi aperti o la sua mente vaga, e di solito è inattivo durante i compiti orientati agli obiettivi.


"La rete di modalità predefinita è utile in altri contesti, ci aiuta a elaborare il passato e immaginare il futuro, ma ci distrae quando stiamo cercando di concentrarci sul presente per affrontare un compito impegnativo con velocità e precisione"
, ha affermato la Mishra.


Mentre la rete di modalità predefinita sembrava interferire con la cognizione, molte altre aree cerebrali sembravano migliorarla. Le prestazioni migliori nei compiti degli adulti più giovani sono state associate a una maggiore attività nella corteccia prefrontale dorso-laterale, che fa parte del sistema di controllo esecutivo del cervello.


Negli anziani, tuttavia, quelli con migliori prestazioni cognitive hanno invece mostrato una maggiore attività nella corteccia frontale inferiore, un'area che aiuta a guidare l'attenzione ed evitare le distrazioni.


Sappiamo che la corteccia prefrontale dorso-laterale si degrada con l'invecchiamento, quindi i ricercatori suggeriscono che la maggiore attività della corteccia frontale inferiore può essere un modo per gli anziani di compensare durante questi compiti.


Il team sta ora esaminando gli interventi terapeutici per rafforzare queste reti frontali, come i metodi di stimolazione cerebrale, sopprimendo al contempo la rete di modalità predefinita attraverso la meditazione di consapevolezza o altre pratiche che orientano gli individui al presente.


"Questi risultati possono fornire nuovi marcatori neurologici per aiutare a monitorare e mitigare il declino cognitivo dell'invecchiamento, preservando contemporaneamente il benessere", ha affermato la Mishra.


Secondo la Mishra, lo studio può anche ispirare nuovi modi per affrontare la salute mentale degli adulti più giovani:

“Tendiamo a pensare ai ventenni come a persone con la massima prestazione cognitiva, ma è anche un momento molto stressante della vita, quindi quando si tratta di benessere mentale, potrebbero esserci lezioni da imparare dagli anziani e dal loro cervello".

 

 

 


Fonte: University of California - San Diego via EurekAlert! (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: G Grennan, ...[+4], J Mishra. Dissociable neural mechanisms of cognition and well-being in youth versus healthy aging. Psychology and Aging, Sep 2022, DOI

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Terapie per l'Alzheimer differenziate per uomini e donne: studio italiano

Uno studio realizzato in collaborazione con l'Università degli Studi Roma Tor Vergata, mostra come i meccanismi fisiopatologici della malattia si attivino in base al sesso.

coloured brain

È stato pubblicato sulla rivista Cell Reports uno studio molecolare, effettuato in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” (con il coordinamento della prof.ssa Nadia Canu del Dipartimento di Medicina dei Sistemi), l’Università dell’Insurbia, l’Università di Milano e l’Università di Milano Bicocca.


La ricerca ha lo scopo di chiarire le alterazioni connesse all’invecchiamento rispetto a quelle connesse al morbo di Alzheimer (MA). I ricercatori hanno analizzato campioni post-mortem di ipotalamo da cervelli di uomini e donne con un invecchiamento normale e da pazienti affetti dal MA.


Le analisi hanno evidenziato profonde differenze in termini di percorsi metabolici alterati: negli uomini, durante un normale invecchiamento, il rapporto tra il neuromodulatore D-serina e l’amminoacido serina rappresenta una strategia per contrastare il declino cognitivo legato all’età, mentre nelle donne tale valore è modificato solo durante l’insorgenza del MA.


Questi risultati mostrano come diversi meccanismi fisiopatologici siano attivi o non attivi in base al sesso, aprendo alla possibilità di intervenire con innovativi approcci terapeutici differenziati per uomini e donne. Il lavoro è dedicato alla memoria della stessa prof.ssa Nadia Canu, mancata recentemente, che ha contribuito in maniera fondamentale al successo del progetto.

 

 

 


Fonte: Università degli studi di Roma Tor Vergata

Riferimenti: E Maffioli, ...[+13], L Pollegioni. Insulin and serine metabolism as sex-specific hallmarks of Alzheimer’s disease in the human hippocampus. Cell Reports, 6 Sep 2022, DOI

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Sette buone abitudini per ridurre il rischio di demenza per le persone con diabete

Tra queste abitudini sane ci sono buone notti di sonno, contatti sociali ed esercizio.

exercise sleep diet socialization

Una combinazione di 7 abitudini sane di stile di vita, come dormire da 7 a 9 ore al giorno, esercitarsi regolarmente e avere contatti sociali frequenti, era associata a un rischio inferiore di demenza nelle persone con diabete di tipo 2, secondo uno studio pubblicato il 14 settembre 2022 su Neurology®.


"Il diabete di tipo 2 è un'epidemia mondiale che colpisce un adulto su 10 e sappiamo che avere il diabete aumenta il rischio di una persona di sviluppare la demenza"
, ha affermato l'autrice senior dello studio Yingli Lu MD/PhD, della Shanghai Jiao Tong University in Cina. "Abbiamo studiato se un'ampia combinazione di abitudini di stile di vita sane può compensare il rischio di demenza e abbiamo scoperto che le persone con diabete che incorporavano 7 abitudini sane nella loro vita avevano un rischio inferiore di demenza rispetto alle persone con diabete che non conducevano una vita sana".


Per lo studio, i ricercatori hanno esaminato i dati sanitari di 167.946 persone over-60 del Regno Unito, con e senza diabete, che non avevano la demenza all'inizio dello studio. I partecipanti hanno compilato questionari di salute, e hanno fornito misurazioni fisiche e campioni di sangue.


Per ogni partecipante, i ricercatori hanno calcolato un punteggio di stile di vita sano, da 0 a 7, con un punto per ciascuna delle sette abitudini sane. Le abitudini includevano no fumo attuale, consumo moderato di alcol (una bevanda al giorno per le donne e fino a due al giorno per gli uomini), attività fisica settimanale regolare di almeno 2,5 ore di esercizio moderato o 75 minuti di esercizio fisico vigoroso, e da 7 a 9 ore di sonno ogni giorno.


Un altro fattore era una dieta sana che include più frutta, verdura, cereali e pesci e meno cereali raffinati, carni trasformate e non trasformate. Le ultime abitudini considerate erano sedentarietà ridotta (guardare la televisione meno di 4 ore al giorno) e contatto sociale frequente, definito come vivere con gli altri, radunarsi con amici o familiari almeno una volta al mese e partecipare ad attività sociali almeno una volta alla settimana o più spesso.


I ricercatori hanno seguito i partecipanti per una media di 12 anni. Durante quel periodo, 4.351 persone hanno sviluppato una demenza. Il 4% delle persone aveva da 0 a 2 abitudini sane, l'11% ne aveva 3, il 22% 4, il 30% 5, il 24% 6 e il 9% le aveva tutte 7.


Le persone con diabete che avevano al massimo 2 delle sette abitudini sane avevano una probabilità 4 volte maggiore di sviluppare la demenza rispetto alle persone senza diabete che avevano tutte e sette le abitudini sane. Le persone con diabete che avevano tutte le abitudini avevano il 74% in più di probabilità di sviluppare la demenza rispetto a quelle senza diabete che avevano tutte le abitudini.


Nelle persone con diabete che avevano tutte le abitudini, c'erano 21 casi di demenza su 7.474 anni/persona (0,28%), che rappresentano sia il numero di persone nello studio sia il tempo che ogni persona trascorre nello studio. Nelle persone con diabete che avevano solo 2 o meno abitudini, c'erano 72 casi di demenza per 10.380 anni/persona (0,69%).


Dopo aver aggiustato i dati per fattori come età, istruzione ed etnia, le persone che avevano tutte le abitudini avevano un rischio di demenza inferiore del 54% rispetto a quelli che ne avevano 2 o meno. Ogni ulteriore abitudine sana era associata a un rischio ridotto dell'11% di demenza. L'associazione tra punteggio di stile di vita sano e rischio di demenza non era influenzata dai farmaci che le persone assumevano o dall'accuratezza del controllo dello zucchero nel sangue.


"La nostra ricerca mostra che, per le persone con diabete di tipo 2, il rischio di demenza può essere notevolmente ridotto con uno stile di vita più sano"
, ha detto la Lu. “I medici e gli altri operatori sanitari che trattano le persone con diabete dovrebbero raccomandare i cambiamenti nello stile di vita ai loro pazienti. Tali cambiamenti possono non solo migliorare la salute generale, ma anche contribuire alla prevenzione o all'inizio ritardato della demenza nelle persone con diabete".


Una limitazione dello studio era che le persone hanno riferito loro stesse sulle loro abitudini di vita e potrebbero non aver ricordato in modo accurato tutti i dettagli. Non sono stati considerati nemmeno i cambiamenti allo stile di vita nel tempo.

 

 

 


Fonte: American Academy of Neurology (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: B Wang, ...[+4], Y Lu. Association of Combined Healthy Lifestyle Factors With Incident Dementia in Patients With Type 2 Diabetes. Neurology, 2022, DOI

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Infezioni gravi ripetute legate ad un aumento del rischio di neurodegenerazione

patient cared for in hospital

Le infezioni trattate con cure ospedaliere specialistiche in gioventù e in mezza età sono associate ad un aumento del rischio successivo di morbo di Alzheimer (MA) e Parkinson (MP), ma non di sclerosi laterale amiotrofica (SLA), secondo uno studio eseguito al Karolinska Institutet e pubblicato su PLOS Medicine.


Lo studio si basa sui dati di individui con diagnosi di MA, MP o SLA avuta dal 1970 al 2016 in Svezia, nonché di 5 controlli abbinati per caso, selezionati casualmente dalla popolazione generale. L'analisi ha incluso oltre 290.000 casi di MA, 100.000 casi di MP e 10.000 casi di SLA.


I risultati mostrano che un'infezione trattata in ospedale 5 o più anni prima della diagnosi si è associata a un rischio più elevato del 16% di MA e del 4% di MP. Le associazioni si sono applicate solo alle persone diagnosticate prima dei 60 anni, mentre non è stata trovata alcuna associazione per quelle diagnosticate più tardi nella vita.

 

Rischio più alto con le infezioni prima dei 40

Il rischio più alto di malattia è stato osservato nelle persone con diverse infezioni trattate in ospedale prima dei 40 anni, con un rischio più che doppio di MA e un aumento di oltre il 40% del rischio di MP. Non è stata osservata alcuna associazione per la SLA, indipendentemente dall'età alla diagnosi.


"Questi dati suggeriscono che gli eventi infettivi possono essere un fattore scatenante o un amplificatore di un processo di malattia preesistente, portando all'insorgenza clinica della malattia neurodegenerativa in età relativamente giovane"
, afferma Jiangwei Sun, primo autore e ricercatore post-dottorato in epidemiologia medica e biostatistica al Karolinska Institutet.


Tuttavia, egli sottolinea anche che, a causa della natura osservazionale dello studio, questi risultati non dimostrano formalmente un legame causale.

 

 

 


Fonte: Karolinska Institutet (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: J Sun, ...[+6], F Fang. Hospital-treated infections in early- and mid-life and risk of Alzheimer’s disease, Parkinson’s disease, and amyotrophic lateral sclerosis: A nationwide nested case-control study in Sweden. PLOS Medicine, 2022, DOI

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Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

Un multivitaminico al giorno può migliorare la cognizione e forse proteggere dal declino

Cocoa extract

Un multivitaminico quotidiano può aiutare a mantenere la salute cognitiva nell'invecchiamento e magari prevenire il declino cognitivo?


Secondo una nuova ricerca eseguita alla Wake Forest University, condotta in collaborazione con il Brigham and Women's Hospital di Boston, un integratore al giorno può migliorare la cognizione degli anziani, ma sono necessari ulteriori studi per confermare questi risultati prima di formulare raccomandazioni sanitarie.


Lo studio, pubblicato su Alzheimer's & Dementia, ha anche dimostrato che l'uso quotidiano di un integratore di estratto di cacao non dà benefici alla cognizione. Secondo l'Alzheimer's Association, oltre 6,5 milioni di americani vivono con il morbo di Alzheimer (MA) e 1 anziano su 3 muore con la malattia o un'altra forma di demenza.


"C'è l'urgenza di interventi sicuri e convenienti per proteggere gli anziani dal declino della cognizione"
, ha affermato Laura D. Baker PhD, prof.ssa di gerontologia e medicina geriatrica alla Wake Forest University e prima coautrice dell'esperimento, insieme a Mark Espeland PhD, professore di gerontologia e medicina geriatrica alla stessa università.


Il COcoa Supplement and Multivitamin Outcomes Study for the Mind (COSMOS-Mind), finanziato dal National Institute on Aging, era uno studio accessorio al COSMOS, guidato dal Brigham and Women's Hospital, che ha randomizzato 21.442 uomini e donne In tutti gli Stati Uniti. Lo studio ha cercato di capire se l'assunzione quotidiana di un integratore di estratto di cacao o di un integratore minerale-multivitaminico, riduce il rischio di sviluppare malattie cardiache, ictus, cancro e altri esiti sanitari.


Secondo la Baker, l'estratto di cacao è ricco di composti chiamati flavanoli e la ricerca precedente aveva suggerito che questi composti possono avere un impatto positivo sulla cognizione. La Baker ha anche affermato che sono necessari diversi micronutrienti e minerali per supportare la normale funzione del corpo e del cervello e la loro carenza negli anziani può aumentare il rischio di declino cognitivo e di demenza.


Con il COSMOS-Mind, i ricercatori hanno esaminato se la somministrazione quotidiana dell'estratto di cacao, rispetto al placebo, e un minerale-multivitaminico, rispetto al placebo, ha migliorato la cognizione degli anziani. Più di 2.200 partecipanti over-65 sono stati iscritti e seguiti per tre anni. I partecipanti hanno completato i test al telefono al basale e poi ogni anno per valutare la memoria e altre capacità cognitive.


"Il nostro studio ha dimostrato che sebbene l'estratto di cacao non abbia influenzato la cognizione, l'integrazione quotidiana con multivitamina-minerale ha portato a un miglioramento cognitivo statisticamente significativo"
, ha affermato la Baker. "Questa è la prima prova di beneficio cognitivo in un ampio studio a lungo termine sull'integrazione multivitaminica negli anziani".


I ricercatori hanno stimato che tre anni di integrazione multivitaminica si sono tradotti in un rallentamento approssimativo del 60% del declino cognitivo (circa 1,8 anni). I benefici sono stati relativamente più pronunciati nei partecipanti con malattie cardiovascolari significative, il che è importante perché questi individui hanno già un rischio più alto di compromissione e declino cognitivo.


"È troppo presto per raccomandare l'integrazione quotidiana multivitaminica per prevenire il declino cognitivo", ha detto la Baker. “Anche se questi risultati preliminari sono promettenti, sono necessarie ulteriori ricerche in un gruppo di persone più ampio e diversificato. Inoltre, dobbiamo ancora capire meglio perché il multivitaminico dà benefici alla cognizione degli anziani".

 

 

 


Fonte: Wake Forest University (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: LD Baker, ...[+5], MA Espeland. Effects of cocoa extract and a multivitamin on cognitive function: A randomized clinical trial. Alzheimer's & Dementia, 14 Sep 2022, DOI

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Rischio di sviluppare l'Alzheimer aumenta del 50-80% negli anziani infettati da Covid-19

Gli anziani che sono stati infettati da Covid-19 mostrano un rischio sostanzialmente più elevato, fino al 50-80%, di sviluppare il morbo di Alzheimer entro un anno, secondo uno studio su oltre 6 milioni di pazienti ultra 65enni.

Covid19 and brain

In uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease, dei ricercatori riferiscono che gli over-65 che hanno contratto il Covid-19 erano più inclini a sviluppare il morbo di Alzheimer (MA) nell'anno successivo alla loro diagnosi di Covid. E il rischio più alto è stato osservato nelle donne dagli 85 anni in su.


I risultati hanno mostrato che il rischio di sviluppare il MA negli anziani è quasi doppio (dallo 0,35% allo 0,68%) per un anno dopo l'infezione da Covid. I ricercatori affermano che non è chiaro se è il Covid-19 a scatenare il nuovo sviluppo di MA o se ne acceleri l'insorgenza.


"I fattori che giocano nello sviluppo del MA sono poco chiari, ma due pezzi considerati importanti sono le infezioni precedenti, in particolare le infezioni virali e l'infiammazione"
, ha affermato Pamela Davis, prof.ssa alla Case Western Reserve, coautrice dello studio. "Poiché l'infezione da SARS-CoV2 è stata associata ad anomalie del sistema nervoso centrale, compresa l'infiammazione, volevamo verificare se il Covid può portare ad un aumento delle diagnosi, anche a breve termine".


Il team di ricerca ha analizzato le cartelle cliniche elettroniche anonime di 6,2 milioni di over-65 negli Stati Uniti che avevano ricevuto cure mediche tra febbraio 2020 e maggio 2021 e non avevano una diagnosi precedente di MA. Li hanno quindi divisi in 2 gruppi: uno composto da persone che hanno contratto il Covid-19 durante quel periodo e un altro con persone che non avevano casi documentati di Covid-19. Più di 400.000 persone sono state iscritte al gruppo di studio Covid, mentre 5,8 milioni erano nel gruppo non infetto.


"Se questo aumento delle nuove diagnosi di MA sarà costante, l'ondata di pazienti con la malattia, attualmente senza una cura, sarà sostanziale e potrebbe stressare ulteriormente le nostre risorse di assistenza a lungo termine"
, ha affermato la Davis. "Il MA è una malattia grave e difficile e abbiamo pensato di aver invertito un po' la rotta riducendo i fattori di rischio generali come ipertensione, malattie cardiache, obesità e stile di vita sedentario. Ora, così tante persone negli Stati Uniti hanno avuto il Covid e le sue conseguenze a lungo termine stanno ancora emergendo. È importante continuare a monitorare l'impatto di questa malattia sulla disabilità futura".


Rong Xu, l'autore senior dello studio, professore di informatica biomedica dell'università e direttore del Centro per la Scoperta di Farmaci, ha affermato che il team prevede di continuare a studiare gli effetti del Covid-19 sul MA e su altri disturbi neurodegenerativi, in particolare per capire quali sotto-popolazioni possono essere più vulnerabili e il potenziale per riutilizzare farmaci approvati dalla FDA per trattare gli effetti a lungo termine del Covid.


Ricerche precedenti correlate al Covid condotte alla CWRU hanno scoperto che le persone con demenza hanno il doppio delle probabilità di essere infettate; quelli con disturbo da abuso di sostanze hanno maggiori probabilità di contrarre il Covid; e che il 5% delle persone che hanno assunto il Paxlovidt per trattare i sintomi di Covid hanno avuto una infezione di rimbalzo entro un mese.

 

 

 


Fonte: Case Western Reserve University (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: L Wang, ...[+4], R Xu. Association of COVID-19 with New-Onset Alzheimer’s Disease. J of Alz Dis, 2022, DOI

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Perché la memoria delle interazioni personali declina con l'età?

PDE11A memory enzymeL'enzima della memoria PDE11a (verde) nel cervello di topi giovani (a sinistra) e vecchi (a destra).

Uno degli aspetti più sconvolgenti del declino della memoria legato all'età è non essere in grado di ricordare il volto che corrisponde al nome di una persona con cui hai appena parlato. Anche se i ricercatori non capiscono perché c'è questa disfunzione, un nuovo studio eseguito alla University of Maryland, e pubblicato l'8 settembre su Aging Cell, fornisce alcuni nuovi importanti indizi.


Usando topi anziani, i ricercatori hanno identificato un nuovo meccanismo nei neuroni che, con l'età, provoca il declino dei ricordi associati a queste interazioni sociali. Inoltre, sono riusciti a invertire questa perdita di memoria in laboratorio.


I ricercatori riferiscono che i risultati hanno identificato un obiettivo specifico nel cervello che può essere puntato un giorno per sviluppare terapie per prevenire o invertire la perdita di memoria a causa dell'invecchiamento tipico. I problemi di memoria dell'invecchiamento sono distinti da quelli causati da malattie come l'Alzheimer o la demenza. Al momento, non ci sono farmaci che possano prevenire o invertire il declino cognitivo a causa dell'invecchiamento tipico.


"Se un anziano partecipa a un cocktail party, in seguito ricorderà molto probabilmente i nomi o i volti degli altri partecipanti, ma potrebbe avere difficoltà ad abbinare nome e viso"
, ha detto l'autrice senior dello studio Michy Kelly PhD, prof.ssa associata di anatomia e neurobiologia alla UM.


Questo tipo di ricordi che associa più informazioni all'interno di un'interazione personale, i cosiddetti 'ricordi associativi sociali', richiedono un enzima, chiamato PDE11A, in una parte del cervello responsabile della memoria delle esperienze di vita. L'anno scorso, la dott.ssa Kelly ha pubblicato ricerche sul PDE11A dimostrando che i topi con versioni geneticamente simili dell'enzima PDE11 avevano maggiori probabilità di interagire rispetto a quelli con un tipo diverso di PDE11A.


In questo nuovo studio, la dott.ssa Kelly e il suo team hanno cercato di determinare il ruolo di PDE11A nella memoria associativa sociale nel cervello che invecchia, e se manipolare questo enzima può prevenire questa perdita di memoria.


I ricercatori possono studiare le 'interazioni sociali' dei topi con i loro vicini vedendo se sono disposti a provare un nuovo cibo in base al ricordo di aver incontrato quel cibo sul respiro di un altro topo. Ai topi non piace mangiare nuovi cibi, per evitare di ammalarsi o addirittura morire da essi. Quando odorano un cibo sul respiro di un loro simile, i topi fanno un'associazione tra l'odore del cibo e l'odore degli altri feromoni del topo, il cui ricordo serve da segnale di sicurezza che qualsiasi cibo con quell'odore è sicuro da mangiare in futuro.


La dott.ssa Kelly e i suoi colleghi hanno scoperto che, sebbene i topi vecchi potessero riconoscere separatamente gli odori dei cibi e gli odori sociali, non erano in grado di ricordare l'associazione tra i due, un fatto che assomiglia al declino cognitivo degli anziani. Hanno anche scoperto che i livelli di PDE11A aumentano con l'età sia nelle persone che nei topi, in particolare nell'ippocampo, una regione cerebrale responsabile di molti tipi di apprendimento e memoria.


Questo PDE11A in più nell'ippocampo semplicemente non è stato trovato dove si trova di norma nei topi giovani; al contrario, si accumulava preferibilmente come piccoli filamenti nei compartimenti dei neuroni.


I ricercatori si sono chiesti se avere troppi PDE11A in questi filamenti fosse il motivo per cui i topi anziani dimenticavano i ricordi associativi sociali e non avrebbero più mangiato il cibo sicuro che avevano odorato sul respiro di un altro topo. Per rispondere a questa domanda, hanno impedito questi aumenti di PDE11A legati all'età, eliminando geneticamente il gene PDE11A nei topi.


Senza PDE11A, i topi anziani non hanno più dimenticato la memoria associativa sociale, il che significa che mangiavano il cibo sicuro percepito sul respiro di un altro topo. Quando i ricercatori hanno aggiunto il PDE11A nell'ippocampo di questi topi anziani, essi hanno nuovamente dimenticato la memoria associativa sociale e non mangiavano più il cibo sicuro.


Un percorso potenziale per lo sviluppo dei farmaci per prevenire questa perdita di memoria nelle persone sta in una scoperta aggiuntiva: i ricercatori hanno capito che i filamenti concentrati di PDE11A avevano una modifica chimica extra in un luogo specifico dell'enzima, che mancava all'altro PDE11 diffuso in tutto il neurone. Quando hanno impedito questa modifica chimica, i livelli di PDE11 si sono ridotti ed è anche mancato l'accumulo di filamenti.


“Il PDE11 è coinvolto in più cose della sola memoria, comprese le preferenze per chi preferisci avere attorno. Quindi, se vogliamo sviluppare una terapia per aiutare nel declino cognitivo, non dobbiamo sbarazzarcene del tutto o potrebbe causare altri effetti collaterali negativi"
, ha affermato la dott.ssa Kelly.


Lei e i suoi colleghi scherzano sul fatto che qualsiasi farmaco che elimini il PDE11 dovrebbe assicurarsi che tu ricordi i tuoi amici e la tua famiglia, ma questi potrebbero non piacerti più.


"Pertanto, il nostro obiettivo è trovare un modo per puntare in particolare la forma cattiva di PDE11A, senza interferire con la funzione normale e sana dell'enzima"
.

 

 

 


Fonte: Vanessa McMains in University of Maryland (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: K Pilarzyk, ...[+7], MP Kelly. Conserved age‐related increases in hippocampal PDE11A4 cause unexpected proteinopathies and cognitive decline of social associative memories. Aging Cell, 2022, DOI

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Ritmo del cammino è importante come il numero di passi per la salute

Con due nuovi studi la scienza conferma, per la prima volta, che i 10.000 passi al giorno sono il 'punto ideale' per avere un rischio ridotto di malattia e morte, ma anche che la velocità con cui cammini potrebbe essere altrettanto importante.

two seniors power walking

I due studi, pubblicati su JAMA Internal Medicine e Jama Neurology, hanno monitorato 78.500 adulti che portavano tracciatori al polso, diventando così gli studi più grandi fatti finora per tracciare obiettivamente il conteggio dei passi in relazione agli esiti sanitari.


I ricercatori dell'Università di Sydney, in Australia e dell'Università della Danimarca Meridionale, hanno trovato un rischio ridotto di demenza, di malattie cardiache, di cancro e di morte associato al conseguimento di 10.000 passi al giorno. Tuttavia, un ritmo di cammino più veloce, come una passeggiata veloce (fitwalking o power walk), ha mostrato benefici al di là del numero dei passi.


"Il messaggio da portare a casa qui è che per ottenere benefici protettivi per la salute le persone non solo potrebbero puntare idealmente ai 10.000 passi al giorno, ma anche camminare più velocemente"
, ha affermato il dott. Matthew Ahmadi, primo coautore degli studi, ricercatore dell'Università di Sydney.


"Per le persone meno attive, il nostro studio dimostra anche che circa 3.800 passi al giorno possono ridurre il rischio di demenza del 25%"
, ha dichiarato il prof. Borja Del Pozo Cruz, primo coautore, dell'Università della Danimarca Meridionale e ricercatore senior di sanità all'Università di Cadice.

 

Punti chiave:

  • Ogni 2.000 passi si è ridotto il rischio di morte prematura in modo incrementale dall'8 all'11%, fino a circa 10.000 passi al giorno.
  • Associazioni simili sono state osservate per l'incidenza delle malattie cardiovascolari e del cancro.
  • Un numero più elevato di passi al giorno era associato a un rischio inferiore di demenza per tutte le cause.
  • 9.800 passi è stata la dose ottimale legata a un minor rischio di demenza del 50%, tuttavia il rischio si è ridotto del 25% già dai 3.800 passi al giorno.
  • L'intensità del passo, o un ritmo più veloce, ha mostrato associazioni benefiche per tutti gli esiti (demenza, malattie cardiache, cancro e morte) oltre ai passi giornalieri totali.


L'autore senior Emmanuel Stamatakis, professore di attività fisica, stile di vita e salute della popolazione all'Università di Sydney, ha affermato:

"Il conto dei passi è facilmente compreso e ampiamente usato dal pubblico per tenere traccia dei livelli di attività, grazie alla crescente popolarità dei tracciatori e delle app di fitness, ma raramente le persone pensano al ritmo del passo. I risultati di questi studi potrebbero informare le prime linee guida formali sull'attività fisica basate sui passi e aiutare a sviluppare programmi di salute pubblica efficaci volti a prevenire le malattie croniche".

 

Come è stato condotto lo studio?

Lo studio ha usufruito della UK Biobank per collegare i dati del conto dei passi di 78.500 adulti del Regno Unito da 40 a 79 anni di età con gli esiti sanitari 7 anni dopo. I partecipanti portavano un accelerometro al polso per misurare l'attività fisica per un periodo di 7 giorni (almeno 3 giorni, tra cui uno del fine settimana) e per monitorare i periodi di sonno.


Con il consenso etico, queste informazioni sono state collegate alle cartelle cliniche dei partecipanti attraverso diverse fonti di dati e registri, tra cui quello dei ricoveri in ospedale, i registri delle cure primarie e quelli del cancro e di morte. Solo coloro che erano senza malattie cardiovascolari, cancro o demenza al basale e senza malattie nei primi 2 anni dello studio sono stati inclusi nella valutazione finale.


Sono stati anche fatti aggiustamenti statistici per i confondenti, come il fatto che le persone che fanno più passi generalmente camminano più velocemente. I ricercatori notano che gli studi sono osservazionali, il che significa che non possono mostrare direttamente causa ed effetto, tuttavia, essi notano le associazioni forti e coerenti osservate in entrambi gli studi a livello di popolazione.


Il dott. Matthew Ahmadi, ha concluso:

"Le dimensioni e la portata di questi studi con l'uso di tracciatori portati al polso rendono più robusta che mai l'evidenza che 10.000 passi al giorno sono il punto ideale per ottenere benefici per la salute e che camminare più velocemente è associato a ulteriori benefici. Nel proseguo, avremo altre ricerche con l'uso a lungo termine dei tracciatori per fare luce sui benefici per la salute associati a determinati livelli e intensità di passi quotidiani".

 

 

 


Fonte: University of Sydney (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:

  1. B del Pozo Cruz, MN Ahmadi, ..., E Stamatakis. Prospective Associations of Daily Step Counts and Intensity With Cancer and Cardiovascular Disease Incidence and Mortality and All-Cause Mortality. JAMA Internal Medicine, 2022, DOI
  2. B del Pozo Cruz, MN Ahmadi, ..., E Stamatakis. Association of Daily Step Count and Intensity With Incident Dementia in 78 430 Adults Living in the UK. JAMA Neurology, 2022, DOI

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Mangiare di giorno, più che di notte, può dare benefici alla salute mentale

Couple eating healthy food

Battere i momenti di depressione con il cibo? Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, conferma l'evidenza che il momento in cui si mangia può influire sulla salute mentale, compresi i livelli di umore correlati alla depressione e all'ansia. Ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston, hanno progettato uno studio che ha simulato il lavoro notturno e poi hanno testato gli effetti dei pranzi di giorno e di notte in confronto a quelli solo di giorno.


Il team ha scoperto che, tra i partecipanti al gruppo di pranzo sia diurno che notturno, i livelli di umore di tipo depressivo sono aumentati del 26% e i livelli di umore simili all'ansia del 16%. I partecipanti al gruppo che pranzava solo di giorno non hanno sperimentato questo aumento, suggerendo che i tempi dei pasti possono influenzare la vulnerabilità dell'umore.


Il coautore senior Frank Scheer PhD, direttore del programma di Cronobiologia Medica nella divisione Disordini Circadiani e del Sonno del Brigham, ha detto:

"I nostri risultati forniscono prove dei tempi di assunzione di cibo come una nuova strategia per ridurre al minimo la vulnerabilità dell'umore negli individui che sperimentano disallineamenti circadiani, come quelli impegnati nel lavoro a turno, che subiscono jet lag o soffrono di disturbi del ritmo circadiano.

“Sono necessari ulteriori studi nei lavoratori a turno e nelle popolazioni cliniche per stabilire saldamente se i cambiamenti nei tempi dei pasti possono impedire la loro maggiore vulnerabilità dell'umore. Per adesso, il nostro studio porta sul tavolo un nuovo 'giocatore': i tempi dell'assunzione di cibo sono importanti per il nostro umore".


I lavoratori a turno rappresentano fino al 20% della forza lavoro nelle società industriali e sono direttamente responsabili di molti servizi ospedalieri, lavoro di fabbrica e altri servizi essenziali. I lavoratori a turno spesso sperimentano un disallineamento tra il loro orologio circadiano centrale nel cervello e i comportamenti quotidiani, come i cicli sonno/veglia e digiuno/alimentazione. È importante sottolineare che hanno anche un rischio più alto del 25-40% di depressione e ansia.


La coautrice senior Sarah L. Chellappa MD/PhD, che ha lavorato a questo progetto mentre era al Brigham, mentre ora è nel Dipartimento di Medicina Nucleare dell'Università di Colonia in Germania, ha dichiarato:

"I lavoratori a turno, così come le persone che hanno rotture circadiane, incluso il jet lag, possono trarre benefici dal nostro intervento di tempistica dei pasti. Le nostre scoperte aprono la porta a una nuova strategia comportamentale sonno/circadiana che potrebbe anche dare benefici alle persone che hanno disturbi di salute mentale. Il nostro studio aumenta il corpo crescente di prove che hanno confermato che le strategie che ottimizzano il sonno e i ritmi circadiani possono aiutare a promuovere la salute mentale".


Per condurre lo studio, Scheer, Chellappa e colleghi hanno arruolato 19 partecipanti (12 uomini e 7 donne) per uno studio controllato randomizzato. I partecipanti hanno seguito un protocollo di de-sincronizzazione forzata in luce fioca per quattro 'giorni' di 28 ore, in modo tale che al quarto 'giorno' i loro cicli comportamentali fossero invertiti di 12 ore, simulando il lavoro notturno e causando disallineamenti circadiani.


I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi in base ai tempi di pasto: il gruppo di controllo dei pasti diurni e notturni, che mangiava secondo un ciclo di 28 ore (con conseguente consumo sia di notte che durante la notte e il giorno, il che è tipico dei lavoratori notturni) e il gruppo di intervento dei pasti solo di giorno, che mangiava su un ciclo di 24 ore (con conseguente consumo solo durante il giorno).


Il team ha valutato i livelli di umore simili alla depressione e all'ansia ogni ora, scoprendo che i tempi del pasto hanno influenzato significativamente i livelli di umore dei partecipanti. Durante il turno di notte simulato (giorno 4), quelli nel gruppo di controllo dei pasti diurni e notturni avevano un aumento dei livelli di umore simile alla depressione e livelli di umore simili all'ansia, rispetto al basale (giorno 1).


Al contrario, non ci sono stati cambiamenti nell'umore nel gruppo di intervento dei pasti diurni durante il turno di notte simulato. I partecipanti con un maggiore grado di disallineamento circadiano hanno sperimentato più umore simile alla depressione e all'ansia.


"I tempi dei pasti stanno emergendo come un aspetto importante della nutrizione, che può influenzare la salute fisica"
, ha affermato la Chellappa. “Ma il ruolo causale dei tempi dell'assunzione di cibo sulla salute mentale rimane da confermare. Sono necessari altri studi per stabilire se i cambiamenti nei tempi dei pasti possono aiutare le persone che sperimentano disturbi depressivi e di ansia o legati all'ansia".

 

 

 


Fonte: Brigham and Women's Hospital (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: J Qian, ...[+6], SL Chellappa. Daytime eating prevents mood vulnerability in night work. PNAS, 2022, DOI

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L'insonnia aumenta la probabilità di declino della memoria negli anziani

Un grande studio longitudinale mostra che questo disordine psicologico è una importante comorbidità per la demenza e per altre alterazioni cognitive.

insomnia counting sheep

Un nuovo studio canadese ha scoperto che le persone anziane con insonnia hanno un rischio più alto di sviluppare il declino della memoria e una compromissione cognitiva a lungo termine come la demenza.


Lo studio, pubblicato sulla rivista Sleep, si basa sui dati di oltre 26.000 partecipanti al Canadian Longitudinal Study on Aging, tutti di età compresa tra 45 e 85 anni. I ricercatori hanno confrontato le valutazioni auto-riferite del sonno e della memoria, e dei test neuropsicologici su diversi domini cognitivi dal 2019 al 2022. I partecipanti che hanno riferito un peggioramento della qualità del sonno in quell'intervallo triennale hanno avuto maggiori probabilità di segnalare un declino soggettivo della memoria.


"Abbiamo scoperto che l'insonnia era specificamente correlata a prestazioni peggiori della memoria rispetto a quelli che avevano solo alcuni sintomi di insonnia o nessun problema di sonno", afferma il primo coautore dello studio Nathan Cross, post-dottorato nel laboratorio Sleep, Cognition and Neuroimaging della Concordia University di Montreal. “Questo deficit nella memoria era specifico, poiché abbiamo esaminato anche altri domini della funzione cognitiva, come il multi-tasking nella gamma dell'attenzione. Abbiamo trovato differenze solo nella memoria".


Jean-Louis Zhao all'Université de Montréal è il primo coautore dello studio, Lisa Kakinami e Thanh Dang-Vu del Centro PERFORM hanno contribuito allo studio, così come Chun Yao e Ronald Postuma della McGill University e Julie Carrier e Nadia Gosselin della UdeM.

 

Quantità enorme di dati e attenzione concentrata

A differenza degli studi precedenti sulla qualità del sonno, secondo Cross questo beneficia di una quantità ampia di dati e dell'attenzione sui disturbi del sonno. L'insonnia, sottolinea, è stata classificata come un disturbo psicologico nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), il riferimento primario per i medici di tutto il mondo.


L'insonnia non è solo rigirarsi per un po' di tempo nel letto prima di addormentarsi: “Una diagnosi richiede sintomi di difficoltà ad addormentarsi, difficoltà di stare addormentati o di svegliarsi troppo presto almeno 3 notti alla settimana per un periodo di 3 mesi. Inoltre, quelli con insonnia devono riferire che questo problema del sonno provoca difficoltà durante il giorno", spiega Cross.


Per questo studio, i ricercatori hanno raggruppato i loro soggetti in tre categorie: coloro che non hanno riferito problemi di sonno all'inizio nel 2019, quelli che avevano alcuni sintomi di insonnia e quelli che hanno sviluppato una probabile insonnia. Quando hanno esaminato i dati nel 2022, coloro che avevano riferito un peggioramento della qualità del sonno (da nessun sintomo a qualche o probabile insonnia, o da alcuni sintomi a probabile insonnia) avevano maggiori probabilità di segnalare il declino della memoria o di averlo diagnosticato dal loro medico.


Avevano anche maggiori probabilità di mostrare una maggiore prevalenza di ansia, depressione, sonnolenza diurna, interruzioni della respirazione durante il sonno, altri problemi legati al sonno, fumo e un punteggio maggiore di indice di massa corporea. Tutti questi sono considerati fattori di rischio del declino cognitivo e della demenza.


Inoltre, lo studio ha scoperto che gli uomini con insonnia vanno peggio nei test di memoria rispetto alle donne, suggerendo che gli uomini più anziani potrebbero avere un rischio più alto.


"Tuttavia, ci sono alcune buone notizie: i disturbi del sonno come l'insonnia possono essere trattati", aggiunge Cross. “Ciò evidenzia l'importanza di diagnosticare e gestire correttamente l'insonnia il più presto possibile negli anziani. Trattare adeguatamente il disturbo dell'insonnia potrebbe diventare un'importante misura preventiva per il declino cognitivo e mitigare l'incidenza della demenza in età avanzata".

 

 

 


Fonte: Patrick Lejtenyi in Concordia University (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: JL Zhao, N Cross, ...[+5], TT Dang-Vu. Insomnia disorder increases the risk of subjective memory decline in middle-aged and older adults: a longitudinal analysis of the Canadian Longitudinal Study on Aging. Sleep, 25 Jul '22, DOI

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