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Esperienze e opinioni

Lascia andare quello che non puoi cambiare

letting go

Da quando non sono riuscita a riprendermi da un'infezione virale nel 2001, sono rimasta malata cronica. Quando qualcuno mi chiede come sto, ho le mie risposte tipo 'bicchiere mezzo pieno' o 'bicchiere mezzo vuoto'. La risposta 'bicchiere mezzo pieno' è che ora sono abbastanza a posto per diverse ore al mattino e poi, di solito, ancora nel pomeriggio.


La risposta 'bicchiere mezzo vuoto' è che non posso prendere un impegno per un giorno intero perché, intorno a mezzogiorno, il mio corpo collassa sul letto con un affaticamento simile all'influenza. Se riesco ad addormentarmi, allora potrò essere attiva nel pomeriggio. Di sera, sono troppo malata per essere in qualsiasi posto che non sia il mio letto.


A prima vista queste due descrizioni possono sembrare in conflitto tra loro, ma non lo sono. Sono solo due modi diversi per descrivere la mia vita.


'Bicchiere mezzo pieno' / 'bicchiere mezzo vuoto' è un idioma usato per descrivere come le persone pensano alla loro vita. Si ritiene che le persone che la vedono come un bicchiere mezzo pieno abbiano una visione ottimistica e gioiosa della vita: stanno guardando quello che c'è nel bicchiere. Al contrario, quelli che vedono la loro vita come un bicchiere mezzo vuoto si pensa abbiano una visione pessimistica e negativa della vita: stanno guardando ciò che manca dal bicchiere.


Quando penso al mio bicchiere mezzo pieno, mi sento grata e non vedo l'ora che arrivi il giorno. Quando lo considero mezzo vuoto, sono triste o irritabile e la mia sofferenza mentale si intensifica.


A settembre, ho scoperto un modo per trasformare quel bicchiere mezzo vuoto in uno che è mezzo pieno. Mio figlio e sua moglie hanno organizzato una festa di compleanno per la mia nipotina di quattro anni. È iniziata alle 10:30 del mattino in un parco vicino a casa loro, che è poco più di un'ora da dove vivo. Considerando il mio 'programma di crollo', e dato il tempo di guida andata e ritorno (anche con qualcun altro alla guida), sapevo che non potevo rimanere per tutta la festa. Tuttavia, ho deciso di sforzarmi e andarci per circa un'ora e mezza.


Quando sono arrivata lì, ho provato una tale gioia, quella sensazione di bicchiere mezzo pieno. Sì, non potevo restare per tutta la festa, ma ero così felice di vedere mia nipote, i suoi piccoli amici e i loro genitori, i genitori di mia suocera e suo fratello, e persino un vecchio amico che era lì con sua nipotina.


A un certo punto, ho chiesto a mio figlio se i suoi migliori amici stavano arrivando, una coppia che amo molto, ma che riesco a vedere raramente. Ha detto scusandosi (sapendo che non sarei stata in grado di partecipare) che sarebbero venuti a casa loro insieme ad altri amici per il 'party degli adulti' quella sera.


Whoa!. Quel bicchiere mezzo pieno era improvvisamente mezzo vuoto. Il desiderio di andare alla festa era così forte che potevo sentirlo fisicamente nel mio corpo. Allora l'invidia e il risentimento iniziarono ad alzare le loro brutte teste.


Non volendo che gli altri vedessero come mi sentivo, raggiunsi il bagno per riorganizzarmi. Avrei lasciato che queste informazioni rovinassero il resto del mio tempo alla festa? Non volevo, ma sembrava che l'invidia e il risentimento mi avessero mangiata viva.


Poi ho ricordato gli insegnamenti di Buddha sulla sofferenza e l'infelicità. Quando siamo coinvolti in pensieri ed emozioni dolorose, abbiamo una scelta. Possiamo scegliere di alimentarli seguendo le nostre lamentele: "Questo non è giusto", "Stasera è quando inizierà il vero divertimento".


Insistendo su immagini o pensieri che evocano l'invidia e il risentimento, noi, in effetti, diventiamo una persona invidiosa e risentita, che mantiene l'attenzione sulla parte vuota del bicchiere.


Ma possiamo fare una scelta diversa. Possiamo decidere di osservare con attenzione i pensieri e le emozioni dolorose senza riempirli di commenti pieni di stress. L'insegnante buddista S. N. Goenka chiamava questo "imparare a osservare [sensazioni spiacevoli] oggettivamente". Un'osservazione oggettiva e consapevole potrebbe assumere questa forma: "Ah, l'invidia e il risentimento sono presenti". (Confronta questo col dire ripetutamente: "Questo non è giusto").


Osservare pensieri ed emozioni dolorosi allenta oggettivamente la presa su di noi. Questo ci dà un po' di respiro per fare una scelta consapevole e non continuare ad alimentarli. Infatti, come scrivo nel capitolo del mio libro How to Be Sick (come essere ammalati) intitolato "Scendere dalla ruota della sofferenza", possiamo fare di più che alimentarli. Possiamo contrastarli attivamente coltivando qualità mentali sane, ciò che i buddisti chiamano i quattro stati sublimi.


Proprio lì, nel bagno, ho fatto una scelta consapevole per spostare la mente verso il primo di quegli stati sublimi: karuna o compassione. Mi sono detta gentilmente: "È difficile saltare una festa a cui voglio partecipare così tanto". Immediatamente, ho potuto sentire l'invidia e il risentimento cominciare a scivolare via perché avevo spostato la mia attenzione da loro a un riconoscimento sincero della mia infelicità e alla coltivazione della compassione per me stessa per la sofferenza che stavo vivendo.


Poi sono passata ad un altro stato sublime: metta, tradotto come gentilezza o cordialità. Metta è il semplice atto di augurare il bene a se stessi e agli altri. In questo caso, io ero quella che aveva bisogno di benevolenza! Così ho detto a me stessa, "Possa io essere felice di stare con la mia famiglia e gli ospiti della festa per il resto del tempo che passo qui".


Avendo ammorbidito il mio cuore, evocando compassione e cordialità per me stessa, sono arrivata al terzo stato sublime: mudita o gioia empatica. Immaginai mio figlio e mia nuora insieme quella sera, insieme ad altri amici, a godersi la compagnia reciproca. Mentre facevo questo, tentavo di provare gioia per il buon tempo che avrebbero avuto. Ci è voluto un po'; all'inizio il residuo dell'invidia era ancora lì. Ma feci un respiro profondo e continuai a farlo, visualizzando ancora più forte il buon tempo che avrebbero passato. Alla fine, la gioia è sorta. Stavo cominciando a vedere di nuovo il mio bicchiere mezzo pieno.


Mentre tornavo alla festa, sentii emergere il quarto stato sublime: upekkha, o serenità, tranquillità, che si riferisce al sentirsi contenti e a proprio agio con qualsiasi cosa porti la vita. "Sì, il mio corpo è malato e questo limita quello che posso fare", pensavo, "ma è così che è la mia vita e sono in pace con le sue gioie e le sue pene". Mi sono riaggregata alla festa con il mio bicchiere mezzo pieno e con la consapevolezza che forse il bicchiere è due volte più grande di quanto dovrebbe essere.

 

 

 


Fonte: Toni Bernhard JD, ex professoressa di giurisprudenza dell'Università della California di Davis e autrice di How to Be Sick, How to Wake Up e How to Live Well with Chronic Pain and Illness.

Pubblicato su Psychology Today (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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