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Controcorrente: 'Non dobbiamo temere la demenza; la fine dell'epidemia è in vista'

Controcorrente: 'Non dobbiamo temere la demenza: la fine dell'epidemia è in vista''La grande differenza nel modo in cui le persone invecchiano dovrebbe spingerci a raccogliere la sfida individuale e la responsabilità pubblica di invecchiare bene'. Il 96enne Charles Eugster ha stabilito un nuovo record britannico nei 100 e 200 metri il 25 luglio 2015. (Foto: John Robertson / Barcroft Media)

Solo pochi tra noi vogliono invecchiare, visto che la maggior parte ha paura di diventare mentalmente confuso.


Ma ora che il nostro corpo dura più a lungo, in migliori condizioni di salute, e il cervello non fa eccezione, la prospettiva di vivere una vecchiaia soddisfatta è più alta che mai. Non è difficile pensare a una persona molto vecchia che è ancora tagliente come una lama di rasoio.


Questo semplice fatto è logica scientifica che smentisce la nozione che la vecchiaia ti fa diventare confuso. La vecchiaia e la demenza sono due entità separate che, anche se spesso coincidono, sono altrettanto diverse come la vecchiaia e i capelli grigi. Perché allora così tante persone credono che le due siano in stretto contatto?


L'attenzione data da tutto il mondo all'Alzheimer, come è erroneamente chiamata la demenza, non sembra comparsa di punto in bianco. Agli inizi del 1900, il medico tedesco Alois Alzheimer ha descritto i sintomi di un paziente psichiatrico di mezza età. Dopo la sua morte, ne ha esaminato il cervello, ed è diventato il primo ricercatore a descrivere i depositi di amiloide. Con questo, aveva scoperto un meccanismo plausibile che causa segni e sintomi. A quel tempo, l'opera di Alzheimer non aveva ricevuto molta attenzione. Psichiatri e anatomisti hanno contestato l'importanza della sua nuova scoperta, preferendo sottolineare la relazione tra vasi sanguigni e danni nel cervello.


Per lungo tempo la demenza è tornata completamente in secondo piano come malattia riconosciuta, e le persone che diventavano confuse in età avanzata erano dichiarate "senili". La senilità era ritenuta il risultato del "normale" processo di invecchiamento e a metà del secolo scorso questo tipo di problemi riceveva scarsa attenzione.


La negazione dell'esistenza della demenza è un segno della discriminazione che affliggeva gli anziani. Nel 1975 è apparsa una nuova alba di ricerche, guidata dallo statunitense dottor Robert Butler (il primo direttore del National Institute on Ageing), che ha spezzato questa visione fatalista. Butler è stato un pioniere: "La malattia di Alzheimer" è stata finalmente riconosciuta da medici e scienziati ricercatori medici.


La parte positiva della "guerra all'Alzheimer" è che ha rimesso il problema della demenza al suo posto sulla mappa. Opinionisti e responsabili delle politiche in molti paesi sviluppati hanno predetto scenari orrendi, con numeri di pazienti di demenza in aumento sempre più drastico nei prossimi anni. In parte è vero, perché la generazione nata nel dopoguerra (baby boom) sta raggiungendo l'età cruciale. Dopo tutto, la demenza è una malattia che colpisce principalmente le persone anziane.


Ma tali prognosi si basano sul presupposto che il rischio statistico di demenza rimarrà lo stesso. Si tratta di un falso presupposto. Ricercatori olandesi hanno dimostrato che il rischio di demenza in età avanzata è significativamente più basso a partire dal 2000 rispetto a prima.


Le scansioni cerebrali effettuate dopo il 2000 hanno dimostrato molti meno danni dovuti alla malattia vascolare cerebrale, che sarebbe una spiegazione plausibile della riduzione del rischio di demenza. L'epidemia di malattie cardiovascolari è da tempo in declino, a cominciare dalla riduzione del numero di attacchi di cuore nella mezza età, e seguito da un calo nel numero di ictus subiti dalle persone anziane. Ora, come conseguenza, vediamo le cifre della demenza che cadono per i più vecchi della società.


I colleghi in Danimarca e in Svezia, in modo indipendente, hanno fornito una notevole conferma di questo miglioramento generale del corpo e della mente. Essi hanno dimostrato inconfutabilmente che le funzioni fisiche e mentali delle persone che hanno ora più di 90 anni sono semplicemente migliori di quelle dei novantenni nati 10 anni prima.


Essi ritengono che questo sia dovuto, almeno in parte, al fatto che gli anziani di oggi generalmente hanno avuto una migliore istruzione nei primi anni di vita. Il loro cervello è stato nutrito meglio. Non è una sorpresa che una indagine su grande scala della popolazione nel Regno Unito ha spinto i ricercatori a segnalare un calo del 30% nel rischio di demenza nel corso degli ultimi 20 anni.


La fine dell'epidemia è in vista.


I test precoci sono necessari? C'è un consenso generale che lo screening per la demenza non ha assolutamente alcun senso, e può anche essere considerato immorale. I test per gli stadi precoci della demenza possono essere un pericolo enorme, poiché le persone che ricevono una diagnosi credono di essere destinate a morire con la demenza, fatto che è ben lungi dall'essere sempre vero.


Dopo aver dato la diagnosi di demenza, la medicina moderna non ha nulla da offrire per rallentare una qualsiasi degenerazione cognitiva. Tuttavia, l'esperienza insegna che trattando in modo appropriato l'alta pressione sanguigna, impegnandosi in attività fisica ed evitando di diventare sovrappeso, si può prevenire la demenza.


La grande differenza nel modo in cui invecchiano le persone dovrebbe spingerci a raccogliere la sfida individuale e la responsabilità pubblica di invecchiare bene. Non è mai troppo tardi, ma neanche troppo presto per iniziare.

 

 

 


Fonte: Rudi Westendorp, professore di Medicina e Anzianità all'Università di Copenhagen

Pubblicato in The Guardian (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

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