Guidare con la demenza: i fatti che superano le paure

 

"Prometto che sarò attenta", supplicò Ida. "Per favore non lasciare che mi impediscono di guidare. Mi farà morire, di sicuro. Prometto di guidare solo di giorno". Le suppliche di Ida sono cadute nel vuoto. "Mi dispiace!" dissero scuotendo la testa. "Semplicemente non è più sicuro per te guidare".

Ida era fieramente indipendente e viveva in una zona periferica a nord di New York City. Fino a poco tempo fa, ha continuato a guidare e in realtà era molto brava a farlo. La sua famiglia era sempre più preoccupata che avesse potuto avere un incidente, anche se non ne aveva mai avuto uno.


Perché la famiglia di Ida era così preoccupata? Feste fino a tarda notte? Adolescenti troppo veloci? Guida da ubriaca? Niente di tutto questo. Ida, a 87 anni, stava perdendo lentamente la memoria. Dopo un consulto con il neurologo, i figli, con le migliori intenzioni, le hanno tolto l'auto. Tre mesi dopo, Ida era morta.

E' morta lentamente, di apatia e sprofondata in una profonda depressione per essere stata tolta dal suo ambiente. Ogni giorno, quando la sua famiglia la chiamava per controllo (Ida viveva ancora da sola) chiedeva quando avrebbe potuto guidare. Questa era diventata la questione divorante degli ultimi giorni.

E' morta, ovviamente, di qualcosa di diverso dalla mancanza di guida. E' morta di una polmonite sviluppata quando è rimasta sempre più a letto. Col senno di poi, il suo neurologo sente di aver fatto, assieme alla famiglia, un errore. Nel collaborare ("cospirare", diceva Ida) a fermarla dal guidare, i caregiver di Ida, pur con buone intenzioni, l'hanno derubata del suo senso di essere attiva, della sua indipendenza.

 

Quando arriva l'Alzheimer ...

Come neurologa specializzata in memoria e invecchiamento, mi sento spesso chiedere dai familiari di persone con demenza "Cosa faresti tu?". Questa è una domanda alla quale è impossibile rispondere in modo generico e invece sottolinea l'importanza della cura individualizzata per i pazienti e le loro famiglie, piuttosto che cercare di incasellare tutti i pazienti con demenza in una categoria.


Tuttavia, dopo quasi due decenni di esperienza con i pazienti con perdita di memoria, so quello che mi piacerebbe dire, se e quando mai svilupperò l'Alzheimer o un'altra demenza. Vorrei dire questo:

"Guarda, fino a poco tempo fa, sono andata dove e quando mi piaceva. Ricordo quando ho preso la patente e la sensazione esaltante di indipendenza che la accompagnava. Ora, nel perdere l'autonomia, il mio senso di libertà, sento un grande sconforto. L'Alzheimer e tutto ciò che comporta è già abbastanza spaventoso di suo.

Quindi, per favore, permettimi di guidare fino al primo tamponamento. A quel punto toglimi l'auto, ma con delicatezza. Non dirmi che non potrò mai più guidare. Dimmi che l'auto è in officina o che ho bisogno di fare una pausa di tre mesi nella guida. Questo ferisce meno la mia dignità e deprime meno del pensiero che non potrò mai più guidare. Guidare equivale a indipendenza, significa che sono adulto. Essere improvvisamente non più adulto? Frustrazione assoluta".

 

I fatti

  1. Sia l'American Academy of Neurology che l'Alzheimer's Association sono d'accordo che una diagnosi di demenza con il test cognitivo standard non è un indicatore sufficiente del rischio di guida. In effetti il 76 per cento dei pazienti con demenza lieve sono in grado di superare la prova su strada e guidare in sicurezza. Questo non è così improbabile come sembra. Nelle persone che guidano da decenni, la guida è un ricordo procedurale residente in molte aree del cervello al contrario del tipo di memoria dichiarativa di fatti ed eventi che viene di solito testata e che risiede in parti più specifiche del cervello. Le prestazioni nei compiti visuo-spaziali sono correlate meglio alla capacità di guida, rispetto ai test come il MMSE all'inizio del deterioramento cognitivo e della demenza.
  2. Gli anziani, in particolare le donne (perché questo non mi sorprende?!!) sono più propensi a rinunciare volontariamente alla guida man mano che diventano preoccupati per le loro abilità. Ogni anno, più di 600.000 persone di oltre 70 anni rinunciano alla guida, secondo uno studio del 2002 pubblicato nel Journal of Public Health.
  3. Non c'è nessuno più contrario al rischio, o gruppo consapevole dei rischi, del settore assicurativo, che impiega legioni di analisti per stimare i rischi. E i prezzi delle assicurazioni per i conducenti oltre i 75 anni sono di pochissimo superiori a quelli dei giovani adulti e di gran lunga inferiori ai costi per i conducenti adolescenti, fatto che riflette il tasso di incidenti di ciascun gruppo.
  4. I conducenti anziani non bevono guidando. Tra tutti i conducenti coinvolti in incidenti mortali nel 2009, solo il 3 per cento dei conducenti da 75 anni in su erano ubriachi, meno della metà di quelli sotto i 16 anni (7,2 per cento) e un decimo dei trentenni (26-32 per cento). Per evitare un singolo incidente, dovranno rinunciare alla guida 500 buoni guidatori.
  5. Tra i conducenti di 75 anni e più, il 3% è stato coinvolto in tutti gli incidenti, l'8% in incidenti mortali, il tasso più basso tra le categorie di età. Da confrontare con il 18% e il 16% di quelli tra 35 e 44 anni.
  6. Infine, ecco un'ultima informazione. Nell'indulgere nelle nostre paure sulla presunta minaccia dei guidatori anziani, possiamo porli a rischio di morte nelle forme più sicure di trasporto come camminare e andare in bicicletta. Un eccellente studio danese dimostra con acutezza che impedendo ai nostri anziani di guidare si aumenta il loro rischio di morire per l'utilizzo di altre modalità, meno familiari, di trasporto. Vale la pena dare uno sguardo in profondità ai dettagli di questo studio.

    La patente di guida di un Danese è valida fino a 70 anni, dopo di che si rinnova periodicamente e da 80 anni in poi è rinnovata annualmente; ogni rinnovo richiede una visita medica. Nei casi dubbi, il medico invia l'anziano ad una prova su strada. Il 1° Maggio 2006, la Danimarca ha aggiunto un breve esame cognitivo a tutti questi check-up medici per individuare il deterioramento cognitivo.

    Quando il nuovo test di screening è stato sperimentato in una zona della Danimarca con un quarto di milione di cittadini, un numero maggiore di conducenti anziani non ha avuto il rinnovo della patente, presumibilmente a causa del deterioramento cognitivo rilevato durante la visita medica. Questi dati sono stati poi confrontati con il database degli incidenti danesi, che contiene informazioni su tutti gli incidenti stradali segnalati alla polizia in Danimarca, particolarmente accurati per gli incidenti mortali. Sono stati confrontati i dati di quasi mille giorni prima del 1° Maggio 2006 con quelli di circa mille giorni dopo. I gruppi di età analizzati erano 18-69 e 70+, con una particolare attenzione agli incidenti automobilistici con almeno un morto, e con decessi di pedoni non protetti, ciclisti e guidatori di motorini.

    I risultati sono stati sorprendenti: mentre non c'è stato alcun cambiamento nei decessi da guida di auto in entrambe le fascie di età prima o dopo la realizzazione dello screening cognitivo, c'è stato un aumento di quasi 11 volte delle morti di anziani mentre camminavano, andavano in bici o in motorino.

    Gli autori hanno concluso che lo screening per il decadimento cognitivo non ha avuto effetto sulla sicurezza dei conducenti più anziani. Come primo e unico studio, basato sulla popolazione, prima e dopo, sugli effetti dello screening cognitivo dei guidatori anziani, gli autori fanno notare inoltre che i programmi di screening per i conducenti più anziani sono un esempio di una misura politica che sembra avere senso, ma che non riesce a produrre i benefici desiderati.


In altre parole ragazzi, lasciamo stare i nonni: saranno anche lenti, ma è certo che sono più sicuri di molti di noi. Giusto per essere chiari, non sto dicendo di tenere conducenti pericolosi sulla strada. E comunque le suppliche di Ida mi hanno perseguitato per oltre 15 anni e hanno influenzato il mio pensiero quando le famiglie (e i pazienti) mi chiedono consigli sulla guida.

 

Uno scenario diverso (grazie a Ida):

Walter ha 86 anni e vive da solo con l'Alzheimer a New York City. Dalla primavera all'autunno, si reca in auto alla sua bella casa di campagna a badare al suo giardino e a lottare con gli scoiattoli. Walter e io abbiamo discusso sulla sua guida per quattro anni. L'anno scorso, ha notato di essere confuso in normali incroci. Tra l'autunno e l'inverno, abbiamo discusso sulla sua guida e ha deciso di rinunciarvi. "E' arrivato il momento", ha detto. La decisione è stata reciproca, non forzata. Ci siamo sentiti bene entrambi per averla condivisa.


Per tutte le Ide e i Walter là fuori e per tutti noi quando invecchiamo, la prima ammaccatura al paraurti può essere il miglior indicatore della necessità di un'ulteriore valutazione di guida.

 

 

 

Riferimenti:

  • Driving and Dementia. Alzheimer's Association Position Statement. Sept 2011
  • Iverson D, Gronseth G, Reger M et al. Practice Parameter update: Evaluation and management of driving risk in dementia. Report of the Quality Standards Subcommittee of the American Academy of Neurology. Neurology. 2010;75(18): 1659
  • Brown L, Ott B, Papandonatos G, Sul Y et al. Prediction of on-road driving performance in patients with early alzheimer's disease. J Am Geriatr Soc. 2005;53(1): 94-8.
  • Wagner J, Mürl R, Nef T et al. Cognition and driving in older persons. Swiss Med Wkly. 2011;140: w13136
  • Foley D, Heimovitz H, Guralnik J et al. Driving life expectancy of persons aged 70 years and older in the United States. Am J Pub Health. 2002;82(8): 1284-9.
  • Changing Mix. Insurance Institute for Highway Safety Status Report. 2012;47(9): 2-4.
  • U.S. Census Bureau. Licensed Drivers and Number in Accidents by Age. Statistical Abstract of the Unite States. 2012.
  • Siren A, Meng A. Cognitive screening of older drivers does not produce safety benefits. Accid Anal Prev. 2011;45: 634-8.

 

 

 


http://rsrc2.psychologytoday.com/files/imagecache/user_image_small/Gayatri-Devi_0.jpgScritto da Gayatri Devi, MD, neurologa e autrice di A Calm Brain. E' direttrice dei New York Memory and Healthy Aging Services e professore clinico associato alla New York University. Ha collaborato Dana Abrassart, MS.

Pubblicato in Psychology Today il 26 Aprile 2013 (> English version) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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