Piccolo studio trova che microdosi di cannabis bloccano il declino cognitivo nei pazienti con Alzheimer

agronomist showing cannabis sampleImage by aleksandarlittlewolf on freepik

Con l’invecchiamento della popolazione mondiale, aumenta il numero di persone con demenze come il morbo di Alzheimer (MA). Data la mancanza di trattamenti curativi e la limitata efficacia dei farmaci disponibili, l’interesse per nuovi approcci terapeutici sta crescendo. Tra questi ci sono i cannabinoidi della pianta di cannabis.


Un nuovo piccolo studio brasiliano pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease ha esaminato gli effetti di microdosi di estratto di cannabis su pazienti con MA lieve. I risultati hanno riscontrato effetti positivi, senza lo 'sballo' associato alla cannabis.

 

La logica delle microdosi

Lo studio, guidato dal professor Francisney Nascimento e colleghi dell'Università Federale di Integrazione Latinoamericana (UNILA), ha reclutato 24 pazienti anziani (60-80 anni) con diagnosi di MA lieve. Ha valutato gli effetti dell’uso quotidiano di un olio preparato dall’estratto di cannabis contenente THC e CBD in proporzioni simili e concentrazioni estremamente basse (0,3 mg di ciascun cannabinoide). Queste dosi sub-psicoattive non causano lo 'sballo' associato all’uso ricreativo della pianta.


L’estratto impiegato è stato donato dalla ABRACE, la più grande associazione di pazienti del Brasile e non ha ricevuto alcun contributo dalle aziende produttrici di cannabis o da altre fonti di finanziamento. 'Microdosaggio' è un termine solitamente associato all’uso ricreativo di sostanze psichedeliche. Considerata l’entità della dose, sarebbe facile chiedersi se possa avere qualche effetto. Dosi inferiori a 1 mg dei composti cannabinoidi non sono frequenti nella letteratura della pratica clinica. Tuttavia, la decisione dei ricercatori di usare il microdosaggio non è arrivata dal nulla.


Nel 2017, il gruppo guidato da Andreas Zimmer e Andras Bilkei-Gorzo aveva già dimostrato che dosi molto basse di THC ripristinavano la cognizione nei topi anziani, invertendo i modelli di espressione genetica e la densità delle sinapsi cerebrali nell'ippocampo a livelli simili a quelli degli animali giovani. In seguito, altri studi sui topi hanno confermato che il sistema endocannabinoide, importante per la neuroprotezione e che regola la normale attività cerebrale (che va dalla temperatura corporea alla memoria), subisce un naturale declino durante l’invecchiamento.


Ispirato da questi risultati, il gruppo ha inizialmente testato il microdosaggio dell’estratto di cannabis in un singolo paziente affetto da MA per 22 mesi. Ha riscontrato un miglioramento cognitivo, valutato sulla scala Adas-Cog, una serie di compiti che usano elementi come il richiamo delle parole, per testare la funzione cognitiva. Ciò ha innescato la decisione di condurre uno studio clinico più approfondito su volontari umani per verificare gli effetti di potenziamento cognitivo osservati nel volontario. Il secondo studio è stato uno studio clinico randomizzato e in doppio cieco adeguatamente controllato (vedi rif.).

 

Cosa abbiamo trovato

Sono state usate diverse scale cliniche per misurare oggettivamente l’impatto del trattamento con cannabis. Questa volta, il miglioramento è stato osservato nella scala MMSE (mini-mental state exam), molto usata per valutare la funzione cognitiva nei pazienti con demenza. Si tratta di un insieme validato di domande che vengono poste al paziente, con l'ausilio di un accompagnatore (di solito un familiare). Dopo 24 settimane di trattamento, il gruppo che ha ricevuto l’estratto di cannabis ha mostrato una stabilizzazione dei punteggi, mentre il gruppo placebo ha mostrato un deterioramento cognitivo (peggioramento dei sintomi del MA).


L'impatto è stato modesto ma rilevante, i pazienti che hanno usato il microdosaggio di cannabis hanno ottenuto punteggi da 2 a 3 punti in più rispetto alle loro controparti su placebo (il punteggio pieno sul MMSE è 30). Nei pazienti con funzione cognitiva conservata o moderatamente compromessa, potrebbe non essere realistico aspettarsi cambiamenti importanti in poche settimane. Gli estratti di cannabis non hanno migliorato altri sintomi non cognitivi, come la depressione, la salute generale o la qualità generale della vita. Però non è stata riscontrata alcuna differenza negli effetti collaterali avversi. Ciò era probabilmente dovuto alla dose estremamente bassa utilizzata.


Questo risultato fa eco ai risultati del mio studio del 2022 che ha rilevato una riduzione della segnalazione degli endocannabinoidi durante l’invecchiamento, il che implica che il cervello che invecchia è più incline al degrado cognitivo senza la protezione dei cannabinoidi. Tra gli altri meccanismi, i cannabinoidi sembrano proteggere la cognizione riducendo i fattori che causano l’infiammazione nel cervello.

 

Un nuovo paradigma: cannabis senza 'sballo'

L’ostacolo più grande all’accettazione della cannabis come strumento terapeutico contro l’invecchiamento cerebrale forse non è scientifico, ma culturale. In molti paesi, la paura di 'sballarsi' scoraggia molti pazienti e persino gli operatori sanitari. Ma studi come questo mostrano che ci sono modi per aggirare questo problema usando dosi così basse da non causare cambiamenti evidenti nella coscienza, ma che possono comunque modulare importanti sistemi biologici, come infiammazione e neuroplasticità.


Le microdosi di cannabis possono sfuggire alla zona psicoattiva e fornire comunque benefici. Ciò potrebbe aprire la porta a nuove formulazioni incentrate sulla prevenzione, soprattutto nelle popolazioni più vulnerabili, come gli anziani con deterioramento cognitivo lieve o con una storia familiare di demenza.

 

E ora?

Nonostante il suo potenziale, lo studio presenta anche importanti limitazioni: la dimensione del campione è piccola e gli effetti sono stati limitati a una dimensione della scala cognitiva. Tuttavia, il lavoro rappresenta un passo senza precedenti: è il primo studio clinico a testare con successo l’approccio microdose in pazienti con MA. È un nuovo modo di vedere questa pianta nella cura di patologie importanti.


Per procedere, saranno necessari nuovi studi con un numero maggiore di partecipanti, tempi più lunghi e in combinazione con marcatori biologici (come neuroscansioni e biomarcatori infiammatori). Solo allora sarà possibile rispondere alla domanda fondamentale: la cannabis può rallentare la progressione del MA? Abbiamo fatto un passo avanti importante, ma per ora la domanda rimane senza risposta.

 

 

 


Fonte: Fabricio Pamplona, dottorato in Farmacologia, Università Federale di Santa Catarina (Brasile)

Pubblicato su The Conversation (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Cury R de M, et al. A randomized clinical trial of low-dose cannabis extract in Alzheimer’s disease. J Alz Dis, 2025, DOI
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