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Esperienze e opinioni

Perché ai cani diamo una morte migliore della nostra?

Perché ai cani diamo una morte migliore della nostra?Foto John Moore/Getty

L'anno scorso ho ucciso il mio cane. Mika era un bastardino femmina, e aveva circa 10 o 12 anni, non  sono sicuro. Dodici anni per un cane corrispondono a circa 80 anni umani, una vita piuttosto lunga. Ma la cosa strana con un cane è quanto invecchia velocemente rispetto a noi: all'inizio è più giovane di noi, recupera per un po' di tempo e poi ci sorpassa, declinando nel suo crepuscolo, tutto nello spazio di un decennio più o meno. Come testimoni di questa linea temporale accelerata, avere un animale domestico significa che spesso finiamo per sperimentare il suo trapasso e per imparare qualcosa sulla morte.


Mika era una grande cagna. Ovviamente abusata prima di finire al canile, aveva delle cicatrici sulla testa quando l'ho salvata e, ogni volta che prendevo una scopa o un rastrello in mano, lei si rannicchiava per la paura. Era facilmente sopraffatta quando altri cani si avvicinavano per annusarla e spesso ringhiava in modo difensivo. Ma con il tempo è diventata sempre meno apprensiva e quasi patologicamente affettuosa, se ci fosse una cosa simile con gli animali, chiedendo a chiunque le si avvicinava di essere accarezzata.


Era una grande compagna che guardava la TV sul divano durante i miei anni da single, e mi ha aiutato a conquistare l'attenzione della donna, una veterinaria, che alla fine sarebbe diventata mia moglie. Infatti, mia moglie scherza spesso - e forse non è affatto uno scherzo - che non sarebbe mai uscita con me all'inizio se non avessi avuto un cane.


Per una ragione sconosciuta, il modo in cui avevo sempre immaginato la morte del proprio cane era come una scena tratta dal film di Disney Zanna Bianca del 1957: dopo anni di incrollabile compagnia, quando il migliore amico dell'uomo non ha più la gioia di inseguire i conigli e riesce a malapena a sollevare la testa, il suo proprietario deve prendere il coraggio di estrarre il fucile per toglierlo dalla sofferenza. Anche se è una fantasia stranamente bucolica per chi vive a Los Angeles, almeno una parte di essa è stata senza dubbio influenzata da come avevo imparato a pensare alla morte come medico.


Nella medicina umana, siamo abituati ad implementare qualsiasi intervento salvavita fino alla fine. Come stagista medico 20 anni fa, ricordo di aver pensato alla futilità di quell'approccio con pazienti affetti da dolore e sofferenza da sindrome da disfunzione multiorgano, tenuti in vita solo da macchine e con circa 30/40 farmaci, che difficilmente sarebbero mai usciti dall'ospedale. Qual era il punto? Cosa è successo alla qualità della vita? Ma quelle riserve sono dannate, non abbiamo mai mollato, e tra gli stagisti che si sono passati l'assistenza da uno all'altro, turno dopo turno, il motto dei pazienti che "non devono morire sotto la mia osservazione" è stato qualcosa a cui tutti ci siamo attenuti.


Se non c'erano ordini di "Non rianimare" nella cartella, che ci chiedevano di negare "sforzi eroici", raramente abbiamo preso in considerazione l'idea di fare qualcosa di meno per prolungare la vita, e il costo finanziario non ha mai fatto parte dell'equazione. La possibilità di affrettare la morte non è mai stata nemmeno menzionata. Dopotutto, l'originale giuramento di Ippocrate afferma: "Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio".


Quando Mika, che aveva avuto sin dall'inizio una displasia dell'anca, ha sviluppato difficoltà crescenti a camminare e provava dolore evidente per la maggior parte del tempo, mia moglie e io le abbiamo dato medicine e abbiamo provato anche l'agopuntura, cosa che per un po' ha aiutato. Ma un giorno, all'inizio della nostra passeggiata mattutina, dopo essere arrivata lemme lemme alla fine del vialetto, si è seduta e si è rifiutata di continuare nonostante tirassi il guinzaglio. La stessa cosa il giorno dopo e quello dopo, quindi ho smesso di provarci.


Fu a quel punto che mia moglie sollevò per la prima volta la possibilità di sopprimerla, ma mi sembrava ridicolo perché tra Zanna Bianca e le mie esperienze di medico umano, immaginavo Mika resistere al dolore, lottare con il suo ultimo respiro fino alla fine. In altre parole, non sembrava giusto pensare di lasciarla andare, perché non aveva ancora sofferto abbastanza.


Come veterinaria, mia moglie vedeva le cose in modo completamente diverso. Per lei, dare il sonno eterno al nostro cane non era gettare la spugna, come sembrava a me, ma un modo compassionevole per prevenire inutili, ma inevitabili, dolori e sofferenze in seguito. Secondo lei, dobbiamo questa opzione ai nostri animali domestici come custodi delle loro cure, soprattutto dato che gli animali non possono capire il dolore o decidere da soli quanta sofferenza sono disposti a tollerare.


In effetti, le linee guida dell'American Veterinary Medical Association per l'eutanasia degli animali (2013) riconosce che "non c'è consenso su quando è opportuno lasciare andare una vita", ma osserva che: "L'eutanasia può essere considerata come il giusto percorso per risparmiare a un animale ciò che deve venire ... se l'intervento medico prolungherebbe solo una condizione terminale, o se le attuali condizioni di salute non possono essere mitigate con successo".


Quando uscivamo insieme negli anni prima di sposarci, mia moglie tornava spesso a casa dopo una lunga giornata di lavoro e diceva: "Oggi ho ucciso un mio paziente". Questo, ho capito, era una specie di auto-rimprovero per una sconfitta e pure una dichiarazione rigorosamente fattuale che rifletteva il modo in cui lei aveva effettivamente somministrato i farmaci che avevano posto fine alla vita di un cane o di un gatto quel giorno, di solito con proprietari pieni di lacrime e con i loro bambini urlanti rannicchiati intorno.


Questo strano miscuglio di colpa per non aver salvato una vita, insieme alla determinazione di essere l'agente che lo fa, arriva nel territorio di una clinica veterinaria dove l'eutanasia è un evento quotidiano. Sebbene l'eutanasia significhi letteralmente "buona morte", è stata totalmente estranea nella mia formazione di medico. I medici umani potrebbero sentirsi colpevoli di perdere un paziente alla fine, ma questo senso di colpa è quasi sempre mitigato dalla rassicurazione che, anche se abbiamo perso la battaglia contro il cancro, la natura, Dio o qualsiasi altra cosa, abbiamo fatto tutto il possibile. Essere medici significa talvolta ammettere la sconfitta, ma così facendo non andiamo avanti per essere la mano della morte.


Con il passare del tempo, i farmaci e l'agopuntura hanno avuto solo un piccolo impatto su Mika, e le sue zampe posteriori si arrendevano spesso, facendola camminare solo per distanze limitate prima di crollare. Lei sembrava avere anche un declino cognitivo, e un giorno è caduta in piscina mentre eravamo al lavoro, richiedendo il salvataggio di un vicino. In quello che è sembrato un breve lasso di tempo, il suo muso è diventato completamente grigio, e lei spesso sospirava pesantemente con uno sguardo distante negli occhi. Alla fine, ha iniziato a perdere il controllo del suo intestino, con incidenti sempre più frequenti in casa.

E così, le discussioni sull'eutanasia si sono fatte più sul "quando" che sul "se".


La differenza di atteggiamento nei confronti dell'eutanasia per gli animali e gli esseri umani è comprensibile. Dopo tutto, le persone hanno ucciso senza rimorso animali per mangiare, per evitare di diventare essi stessi cibo, e per sport, molto prima che iniziassimo ad addomesticare gli animali o a tenerli per compagnia. Mentre gli insegnamenti giudaico-cristiani e islamici tradizionali includono forti proscrizioni contro l'omicidio e il suicidio per gli umani, la dottrina religiosa mette in discussione l'anima animale.


E mentre l'eutanasia è usata come mezzo etico per prevenire la sofferenza nella medicina veterinaria, non è insolito per alcuni proprietari abbandonare semplicemente gli animali domestici sul ciglio della strada, mettere i cuccioli nei sacchi della spazzatura o rifiutarsi di pagare le procedure mediche salvavita in base sia all'economia che all'opportunismo. Non c'è da meravigliarsi se l'espressione 'muori come un cane' ha fatto storicamente riferimento alla più miserabile delle fini.


Nel 2009, la legislazione statunitense che avrebbe consentito ai medici di essere risarciti da Medicare per fornire consulenza volontaria ai pazienti sulle opzioni per il fine-vita è stata sconfitta a causa di un tumulto politico nei confronti dei "gruppi della morte". Eppure, come ho discusso nel World Journal of Psychiatry nel 2015, l'eutanasia umana viene sempre più considerata e permessa sia negli Stati Uniti che all'estero.


Mentre i progressi della medicina per l'estensione della vita negli ultimi 50 anni hanno alimentato crescenti preoccupazioni sul prolungamento della sofferenza e la perdita di autonomia, il movimento dell'eutanasia degli anni '30 ha guadagnato slancio, evolvendosi nei moderni movimenti del "diritto alla morte" e alla "morte con dignità" che ci sfidano a considerare ciò che costituisce una "buona morte". Oggi, alcune forme di eutanasia attiva volontaria - la morte per somministrazione di una dose letale di farmaci per evitare dolore e sofferenza - sono legali in diversi stati negli Stati Uniti, così come in Giappone e in alcune parti dell'Europa, tra cui Belgio, Lussemburgo, Svizzera e Olanda.


Tuttavia, se il divario storico tra i nostri atteggiamenti nei confronti dell'eutanasia per gli esseri umani e per gli animali si sta restringendo, il diavolo nei dettagli della regolazione culturale coinvolge chi può effettivamente somministrare, o è disposto a somministrare, i farmaci che mettono fine alla vita. Con la legislazione esistente oggi, l'individuo autorizzato - un medico, un familiare, qualche terzo neutrale o la persona che cerca di porre fine personalmente alla propria vita - varia in base alla giurisdizione.


Sebbene la "morte con dignità" sia sempre più supportata in molte parti del mondo, spesso né i medici né i pazienti che cercano la morte vogliono "spingere lo stantuffo [della siringa]" e assumersi la responsabilità di essere la mano della morte. In questo senso, l'eutanasia rimane una patata bollente nella medicina umana.


Di conseguenza, ora ci troviamo a discutere su una gamma di possibili opzioni di assistenza di fine vita, inclusa l'eutanasia passiva (trattenere gli interventi che sostengono la vita, incluso cibo o acqua), il suicidio assistito dal medico (fornire i mezzi per porre fine alla propria vita a un paziente ) e eutanasia volontaria attiva (somministrare un farmaco letale a un paziente). La sedazione palliativa è un'opzione sempre più popolare nella medicina, che comporta la somministrazione di farmaci che hanno lo scopo di alleviare la sofferenza attraverso la sedazione e il controllo del dolore fino al punto di una possibile incoscienza.


Sebbene la morte sia un potenziale effetto collaterale, la sedazione palliativa evita le obiezioni morali del suicidio e dell'eutanasia attraverso l'etica del cosiddetto "doppio effetto", che sostiene che la morte è un risultato accettabile se non intenzionale e nel servizio primario di alleviare la sofferenza al malato terminale. Per capire sempre di più cosa significa fare una "buona morte" anche per gli umani, i miei colleghi dell'Università della California di Los Angeles, stanno studiando l'uso di droghe psichedeliche come la psilocibina per alleviare l'ansia e i sintomi depressivi e per trovare significato alla fine della vita.


Dopo aver esitato per settimane, io e mia moglie abbiamo deciso finalmente di scegliere una data per sopprimere Mika. Abbiamo chiesto ad un amico veterinario di eseguire l'eutanasia nella nostra casa. Il giorno concordato, è stata mia moglie a prorogare la chiamata fino a quando non potevo più sopportarlo, e dovetti spronarla a farlo. Il veterinario è venuto a casa nostra, ha applicato un tubo per l'endovena e ha riempito una siringa con Euthasol mentre sedevamo sul pavimento vicino al letto di Mika, accarezzandola con lunghi movimenti e dicendo i nostri addii in lacrime.


Quando eravamo pronti, ho chiesto se potevo spingere lo stantuffo, e il veterinario mi ha permesso di mettere la mia mano sulla sua mentre lo facevamo insieme. Temevo che Mika potesse mostrare segni di disagio, ma pochi secondi dopo che il farmaco è entrato, lei ha semplicemente fatto un singolo, lungo respiro profondo, e poi l'ha rilasciato lentamente per l'ultima volta.


"Bravo cane", le dissi. "Bravo cane". E' stata una bella morte. Dovremmo essere altrettanto fortunati.

 

 

 


Fonte: Joseph Pierre, professore di psichiatria all'Università della California di Los Angeles e capo della divisione di psichiatria ospedaliera nel sistema sanitario di Los Angeles.

Pubblicato su AEON (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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