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Esperienze e opinioni

Il rischio di demenza sta calando? Qualche segnale positivo dai paesi sviluppati

Il rischio di demenza sta calando? Qualche segnale positivo dai paesi sviluppatiDopo le notizie cupe di un'epidemia imminente di Alzheimer e di altre forme di demenza, stanno emergendo indizi di un cambio promettente. Studi recenti in Nord America, nel Regno Unito e in Europa suggeriscono che negli ultimi 25 anni, in alcuni paesi ad alto reddito il rischio di demenza per gli anziani è sceso costantemente.


Se la tendenza derivasse da fattori di mezza età, come la costituzione di «riserva cerebrale» e il mantenimento della salute del cuore (come alcuni esperti sospettano), questo potrebbe dare più forza alla raccomandazione di rimanere mentalmente impegnati e di assumere farmaci che abbassano il colesterolo, come misure di prevenzione.


A prima vista, i segnali in generale sembrano un po' confusi. La maggiore aspettativa di vita e la denatalità stanno guidando l'aumento della popolazione anziana mondiale. "E se ci sono più 85enni, è quasi certo che ci saranno più casi di malattie legate all'età", spiega Ken Langa, professore di medicina interna dell'Università del Michigan.


Secondo il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015 (pdf), lo scorso anno c'erano 46,8 milioni di persone nel mondo con demenza, e questo numero è destinato a raddoppiare ogni 20 anni.


Guardando più da vicino, però, i nuovi studi epidemiologici rivelano una tendenza sorprendentemente piena di speranza. Le analisi condotte negli ultimi dieci anni negli Stati Uniti, in Canada, in Inghilterra, nei Paesi Bassi, in Svezia e in Danimarca suggeriscono che "un 75/85enne ha oggi un rischio minore di avere l'Alzheimer di 15 o 20 anni fa", dice Langa, che ha discusso la ricerca sulla riduzione dei tassi di demenza in un commento del 2015 su Alzheimer’s Research & Therapy (pdf).


Alcune delle evidenze più chiare vengono dal Cognitive Function and Aging Study (CFAS), guidato da Carol Brayne, professoressa di sanità pubblica all'Università di Cambridge. Questo studio ha intervistato degli over-65 in Gran Bretagna nel Cambridgeshire, a Newcastle e a Nottingham nel 1990 e di nuovo attorno al 2010. Durante tale periodo, i tassi di demenza nella popolazione anziana sono scesi del 24% (dal 8,3 al 6,5 per cento). In altre parole: se la frequenza di demenza negli anziani fosse rimasta la stessa in tutto quel periodo, avrebbero dovuto esserci 214.000 persone in più con demenza rispetto alle 670.000 documentate.


Anche gli studi in Canada, così come nei Paesi Bassi, in Svezia e nel resto d'Europa suggeriscono che il rischio di demenza è diminuito negli ultimi decenni. Langa e colleghi hanno riferito in Alzheimer’s & Dementia che negli Stati Uniti la percentuale di adulti sopra i 70 anni con deficit cognitivo è scesa dal 12,2 all'8,7 tra il 1993 e il 2002. Gli anziani facevano parte di uno studio longitudinale continuo finanziato dal National Institute on Aging (NIA), che esamina un campione rappresentativo di 20.000 anziani negli Stati Uniti ogni due anni.


Ma altre ricerche non evidenziano questa tendenza. Uno studio condotto da Denis Evans, direttore del «Institute for Healthy Aging» della Rush University di Chicago, manda un messaggio che fa riflettere. I ricercatori hanno misurato i nuovi casi di Alzheimer tra il 1997 e il 2008 e hanno trovato che non c'è alcun cambiamento nel rischio di malattia nel corso del tempo. Un altro studio, basato sui dati US Census Bureau, ha stimato che il numero di persone con Alzheimer quasi triplicherà per il 2050, e la percentuale di anziani con demenza schizzerà in alto.


Tutto considerato, Langa è d'accordo che è molto probabile che, a causa della maggiore speranza di vita, il numero assoluto di persone con Alzheimer e altre forme di demenza salirà nei prossimi anni. Egli osserva, tuttavia, se il rischio di demenza di un anziano continua a calare, come è avvenuto in alcuni paesi ad alto reddito negli ultimi decenni, "quell'aumento del numero di casi può essere un po' meno eclatante di quanto lo sarebbe se il rischio fosse stabile".


I risultati diversi potrebbero provenire da ipotesi iniziali diverse: Evans assume che il numero di nuovi casi di demenza rimarrà invariato nei prossimi decenni, mentre Langa tiene conto della possibilità che il rischio di demenza possa diminuire a causa delle variazioni dello stile di vita e delle misure di prevenzione sanitaria dell'ultimo quarto di secolo.


Cosa può guidare l'apparente tendenza all'abbassamento della frequenza di demenza? Anche se la questione non può essere risolta in via definitiva, altre analisi hanno collegato il rischio minore di demenza a un migliore controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, come l'ipertensione e il colesterolo alto, e alla costituzione di "riserva cognitiva" con più istruzione.


Le persone con malattie croniche, tuttavia, aggiungono ulteriore complessità al quadro. Quelli con diabete di tipo 2, per esempio, hanno un rischio maggiore di demenza. Alla luce dei livelli crescenti di diabete e obesità, è possibile che queste condizioni possano compensare o prevalere in seguito sulla tendenza al calo della demenza, dice Langa.


Gli studi epidemiologici come questi potrebbero essere ulteriormente complicati da un aumento artificiale dei casi di demenza riportati a causa di fattori diversi.

  1. Uno è semplicemente una crescente consapevolezza dell'Alzheimer, che implica che i medici hanno più probabilità di fare una diagnosi oggi, rispetto a decenni fa, anche in una persona con lo stesso livello di deterioramento cognitivo. Essi possono anche essere più inclini a citare l'Alzheimer come causa di decesso sui certificati di morte.

  2. Il secondo fattore, è che la neuroscansione e la ricerca scientifica di base, volta ad individuare potenziali trattamenti, sta spostando l'attenzione del settore a un momento più precoce nella traiettoria della malattia, spinto dalla convinzione che gli interventi hanno maggiori possibilità nelle persone che non sono ancora compromesse del tutto. Non c'è ancora una cura per l'Alzheimer, anche se alcuni farmaci possono alleviare i sintomi. "Da un punto di vista clinico, il concetto di sindrome di demenza è cambiato", dice Brayne. "Usando i criteri attuali, la diagnosi è fatta in una fase molto più precoce".


Nonostante la possibile influenza della crescente consapevolezza della malattia e la modifica degli standard diagnostici, i problemi più grandi per valutare i tassi di demenza potrebbero essere metodologici, dice John Haaga, vice direttore del NIA per la ricerca comportamentale e sociale. Diversi laboratori usano diverse misure; lo stesso gruppo potrebbe usare due misure a 15 anni di distanza. "Quanto del cambiamento è reale e quanto è dovuto a differenze di misurazione?", Dice Haaga.


Evans vede un problema più basilare negli studi epidemiologici su patologie croniche delle persone anziane. Anche se le malattie sono marcate in un modo binario (ce l'hai o non ce l'hai), le cause sottostanti sono spesso un processo continuo. "Quando si diagnostica l'Alzheimer, quello che si fa è mettere un punto di taglio sulla curva a campana" delle funzioni cognitive, spiega Evans. "Si taglia una parte per separare l'«Alzheimer» dal «non-Alzheimer»". Mettere il punto di taglio nello stesso posto ogni volta è una sfida. Ricercatori ben addestrati "hanno modi diversi di farlo", dice Evans. Tuttavia, poiché si tratta di un punto in cui la curva cambia nettamente pendenza, anche "una leggera differenza nel punto dove mettere il taglio può fare una grande differenza nel numero di persone in coda".


Nel complesso, però, Haaga pensa che i dati epidemiologici sulle demenza stiano migliorando. Mentre in passato "abbiamo spesso estrapolato da piccoli campioni", egli dice, "ora possiamo parlare con sicurezza delle tendenze delle popolazioni nazionali". Inoltre sono in corso sforzi per armonizzare le serie di dati, fatto che dovrebbe rendere più facile confrontare i risultati tra i diversi studi. Ciò diventerà particolarmente importante visto che i dati provengono da altre parti del mondo, come i paesi in via di sviluppo per i quali si prevede che la crescita relativa dei casi di demenza supererà quella dei paesi ad alto reddito.


Due terzi (66 per cento) delle persone con demenza vivono nei paesi a basso e medio reddito, dove è stata condotta meno del 10 per cento della ricerca basata sulla popolazione. Giustamente intitolato Studio 10/66, questa ricerca sta indagando sulla demenza e sulle tendenze di invecchiamento in queste stesse regioni. In India, per esempio, le persone non vivono così a lungo come in molti paesi sviluppati, ma l'aspettativa di vita sta continuando a salire, provocando un aumento marcato del numero di casi di demenza tra gli anziani. "Per ottenere l'Alzheimer o le altre demenze, si deve vivere abbastanza a lungo", dice Langa.


Ma i cambiamenti nella durata media della vita possono avere effetti diversi su diverse malattie. Eileen Crimmins, gerontologa della University of Southern California, studia come l'aspettativa di vita influenza il carico di malattie croniche, misurate nel momento in cui si ha bisogno di aiuto e di cura. Due fattori contribuiscono a questo: variazioni della mortalità e variazioni dell'insorgenza della malattia. "E' possibile trovarsi con più malati per un tempo più lungo quando si sta ritardando la morte", ha detto la Crimmins a Scientific American via e-mail. "Questo è successo con la malattia di cuore". Sempre più persone negli Stati Uniti vivono oggi con la malattia di cuore, rispetto a decenni fa, anche se i tassi di morte per malattie cardiache sono scesi. Mortalità e tendenza nell'insorgenza delle malattie hanno lavorato di più a favore della demenza, tuttavia. Al giorno d'oggi le persone hanno meno deterioramento cognitivo, e le persone non vivono più così tanto con un deterioramento cognitivo, dice la Crimmins.


Crimmins, Brayne e Langa discuteranno delle ricerche sul rischio di demenza che cala in un simposio del 13 febbraio, in occasione della riunione annuale della American Association for the Advancement of Science a Washington/DC. La tendenza è "intrigante e meravigliosa", dice di Haaga, che sarà il moderatore del simposio. Tuttavia, "non voglio dare l'impressione che, in qualche modo, il problema sia ora risolto". Anche se percentuali sempre più piccole della crescente popolazione anziana svilupperà la demenza negli anni a venire, Haaga dice, l'Alzheimer "è già la malattia più costosa degli Stati Uniti, e continuerà a crescere".


Il costo della demenza nel 2015 è stato stimato in 818 miliardi di dollari a livello mondiale. Entro il 2030, si prevede che diventerà una malattia da 2 mila miliardi di dollari. Per quanto riguarda il rischio individuale, tuttavia, "le cose non stanno peggiorando", spiega la Crimmins. "Anche se è solo l'inizio di una tendenza, la tua probabilità di essere colpito dalla demenza diventa sempre più piccola".

 

 

 


Fonte: Esther Landhuis in Scientific American (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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