Cure anti-invecchiamento: i due tipi di farmaci studiati per darci 5 anni di salute in più

Anche se molte più persone possono vivere più a lungo che mai, questo aumento dell'aspettativa di vita è accompagnato dallo sviluppo di malattie legate all'età, come il cancro, il diabete di tipo 2 o l'Alzheimer. Questo è il motivo per cui è stato pubblicato in GB un nuovo rapporto parlamentare importante, che propugna maggiori investimenti in nuovi trattamenti che rallentino l'invecchiamento, nel tentativo di dare alle persone 5 anni in più di vita sana e senza malattie.


La speranza è che tali trattamenti possano abbreviare il periodo di malattia che subiamo alla fine della vita, o allungare la vita totale, mantenendo uguale il periodo di malattia.


Sappiamo finora che l'invecchiamento è causato da nove meccanismi biologici, a volte chiamati 'hallmarks of aging' (caratteristiche dell'invecchiamento). Al fine di evitare l'invecchiamento di tessuti, cellule e molecole, dobbiamo essere in grado di rallentare o prevenire queste caratteristiche dell'invecchiamento. Anche se attualmente si sta indagando su numerosi trattamenti, due approcci sembrano più promettenti a rallentare lo sviluppo delle malattie legate all'età.

 

Farmaci riproposti

Un'area di indagine per i ricercatori è cercare se esistono già medicinali che potrebbero affrontare l'invecchiamento. Questo metodo è vantaggioso perché sono già stati spesi miliardi per testare la sicurezza e l'efficacia di quei farmaci e sono già in uso clinico di routine negli esseri umani. Due in particolare sono promettenti.


Il primo è la rapamicina, sviluppato in origine come immunosopressivo. Ma se preso a basse dosi, ha dimostrato  di estendere le vita dei topi di circa il 15%. Questo è accompagnato dal rallentamento di diversi cambiamenti relativi all'età, come l'indurimento dei tendini e la degenerazione del fegato e del cuore. In altri modelli animali, ha dimostrato di rallentare lo sviluppo dell'Alzheimer e dell'Huntington. Negli umani anziani migliora notevolmente le risposte della funzione immunitaria e della vaccinazione.

La rapamicina rallenta l'invecchiamento inibendo la proteina mTOR, che regola il processo di produzione proteica nelle cellule. L'inibizione consente alle cellule di riciclare le proteine ​​danneggiate invece di consentire a queste ultime di accumularsi. Di norma, la mTOR consente l'accumulo di queste proteine danneggiate delle cellule, perché alle cellule serve meno energia per costruire nuove proteine, invece che riciclare quelle vecchie.

Ma questo accumulo di proteine ​​nelle cellule può significare che le cellule non funzionano come dovrebbero. L'inibizione di mTOR può permettere alle cellule di continuare a funzionare correttamente.


La seconda medicina promettente è la metformina, autorizzata in origine per trattare il diabete di tipo 2. Dopo decenni di uso i ricercatori hanno notato che i pazienti che la prendevano avevano tassi più bassi di morte e di malattia rispetto a quelli che non la prendevano, indipendentemente dal loro diabete.

I dati di vari studi condotti su cellule, animali e umani mostrano che la metformina funziona sopprimendo l'infiammazione causata da cellule senescenti. Una cellula entra in senescenza a causa dello stress, per esempio un danno al suo DNA.

Queste cellule cessano quindi di dividersi per non diventare cancerose, ma l'infiammazione continua che provocano scatena un rimodellamento cronico e distruttivo del tessuto, simile a una cicatrice. Poiché queste cellule si accumulano nei tessuti del corpo, causano o esacerbano malattie e problemi di invecchiamento, come quelle cardiovascolari, il cancro, il deterioramento cognitivo, e anche le rughe.

La metformina migliora anche il riciclaggio delle proteine ​​e migliora la funzione mitocrondriale. Ciò è centrale per la capacità di una cellula di generare energia ed avere un metabolismo normale. Questo è il motivo per cui si prevede che il farmaco sia un candidato cruciale per studi clinici.

 

Senolitici e senomodificatori

Un'altra categoria di farmaci attualmente in fase di sviluppo è quella dei senolitici e senomodificatori. Questi mirano a uccidere o modificare il comportamento delle cellule senescenti. Ciò impedirebbe a queste cellule di accumularsi nel corpo e potrebbe rallentare il declino fisico correlato all'età.

Questi farmaci, che comprendono composti come dasatinib, navitoclax, quercetina (presenti in molta frutta e verdura) e la fisetina (nelle fragole), hanno dimostrato di uccidere le cellule senescenti.

I farmaci senolitici si sono già dimostrati promettenti a trattare la malattia renale diabetica e la fibrosi polmonare idiopatica, entrambe malattie legate all'età causate parzialmente da cellule senescenti. C'è anche la prova che il resveratrolo (un composto dell'uva) inverte la senescenza cellulare.

Molte cellule umane entrano in senescenza quando perdono i loro telomeri, i tappi protettivi alle estremità dei cromosomi. Due composti si sono finora dimostrati promettenti nell'attivare l'enzima che ripara i telomeri (la telomerasi), prevenendo l'accorciamento telomerico.

Questo alla fine impedirebbe direttamente la formazione delle cellule senescenti. Un tale composto ha anche dimostrato di estendere la durata della vita fisica nei topi femmine e ora sta entrando in studi clinici per vedere se è efficace a invertire l'invecchiamento del sistema immunitario nell'uomo.

 

Le sfide

Nonostante questi sviluppi, ci sono ancora molte domande senza risposta per i ricercatori. Ad esempio non è ancora completamente chiaro se le alterazioni dell'epigenoma (regolatore dell'attività dei geni) causano l'invecchiamento o sono causate da esso. Se fossero queste modifiche la causa dell'invecchiamento, attualmente abbiamo poca capacità di alterarle, anche se la ricerca in corso su questo processo negli animali può darci indizi sul funzionamento negli esseri umani.


L'evoluzione stessa può anche essere una barriera per lo sviluppo di terapie. Molte terapie hanno finora dimostrato di essere efficaci solo negli animali con storie evolutive molto diverse agli umani. Peggio, la maggior parte dei composti identificati allunga la vita solo in un sesso, ma non nell'altro.


Questo potrebbe essere dovuto alle pressioni evolutive diverse che operano sui genomi maschili e femminili. In tal caso, capire queste pressioni può fornirci indizi anche per lo sviluppo di trattamenti più efficaci. Ma lo sapremo solo quando i trattamenti saranno in esperimenti umani.

 

 

 


Fonte: Richard Faragher, professore di biogerontologia, Università di Brighton

Pubblicato su The Conversation (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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