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Studio dimostra il ruolo dei batteri intestinali nelle neurodegenerazioni

L'Alzheimer (AD), il Parkinson (PD) e la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) sono tutte malattie caratterizzate da proteine ​​mal ripiegate e aggregate, e dall'infiammazione nel cervello. In oltre il 90 per cento dei casi, i medici e gli scienziati non sanno che cosa provoca l'insorgenza di questi processi.


Robert P. Friedland MD, Professore Ordinario di Neurologia all'Università di Louisville, e un team di ricercatori, hanno scoperto che questi processi possono essere innescati da proteine ​​prodotte da batteri nel nostro intestino (microbiota).


La loro ricerca ha rivelato che l'esposizione alle proteine ​​batteriche (chiamate amiloide), che hanno una somiglianza strutturale con le corrispondenti proteine ​​cerebrali, porta ad un aumento dell'aggregazione della proteina alfa-sinucleina nel cervello. Aggregati, o grumi, di alfa-sinucleina misfolded [mal-ripiegate] e le relative proteine ​​amiloidi sono visibili nel cervello dei pazienti con le malattie neurodegenerative AD, PD e SLA.


L'alfa-sinucleina (AS) è una proteina prodotta di norma dai neuroni del cervello. Sia nel PD che nell'AD, l'alfa-sinucleina è aggregata in una forma chiamata amiloide, che causa danni ai neuroni. Friedland ha ipotizzato che le proteine raggruppate ​​simili, prodotte dai batteri nell'intestino, ​​inducono le proteine cerebrali a ripiegarsi male tramite un meccanismo chiamato cross-seeding [semina incrociata], che porta alla deposizione di proteine ​​cerebrali aggregate. Ha anche proposto che le proteine ​​amiloidi prodotte dal microbiota causano l'attivazione delle cellule immunitarie nell'intestino, con il risultato di una maggiore infiammazione nel cervello.


La ricerca, finanziata dalla The Michael J. Fox Foundation, ha coinvolto la somministrazione ai topi di ceppi batterici di E.coli che producono la proteina amiloide batterica curli. Gli animali di controllo hanno ricevuto batteri identici che mancavano della capacità di produrre la proteina amiloide batterica. I ratti alimentati con organismi che producono curli hanno mostrato un aumento dei livelli di AS nell'intestino e nel cervello e una maggiore aggregazione cerebrale rispetto ai ratti esposti all'E.coli non producente la proteina amiloide batterica. I ratti esposti al curli hanno anche dimostrato più infiammazione cerebrale.


Risultati simili sono stati osservati in un esperimento correlato in cui dei nematodi (Caenorhabditis elegans) che erano stati alimentati con E.coli produttore di curli hanno mostrato un aumento dei livelli di aggregati AS rispetto ai nematodi non esposti all'amiloide batterica. Questo studio collaborativo è stato eseguito da un gruppo di ricerca guidato dal neuroscienziato Shu G. Chen PhD della Case Western Reserve University.


La nuova comprensione del ruolo potenziale dei batteri intestinali nelle neurodegenerazioni potrebbe portare i ricercatori più vicino a scoprire i fattori responsabili dell'avvio di queste malattie e, infine, allo sviluppo di misure preventive e terapeutiche.


"Questi nuovi studi in due diversi tipi di animali mostrano che le proteine ​​prodotte dai batteri che albergano nell'intestino possono essere un fattore di avvio del processo di malattia dell'Alzheimer, della SLA e del Parkinson"
, ha detto Friedland. "Questo è importante perché la maggior parte dei casi di queste malattie non sono causate da geni, e l'intestino è la nostra esposizione ambientale più importante. Inoltre, abbiamo molte opzioni terapeutiche potenziali per influenzare le popolazioni batteriche nel naso, bocca e intestino".

 

 

 


Fonte: University of Louisville (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Shu G. Chen, Vilius Stribinskis, Madhavi J. Rane, Donald R. Demuth, Evelyne Gozal, Andrew M. Roberts, Rekha Jagadapillai, Ruolan Liu, Kyonghwan Choe, Bhooma Shivakumar, Francheska Son, Shunying Jin, Richard Kerber, Anthony Adame, Eliezer Masliah, Robert P. Friedland. Exposure to the Functional Bacterial Amyloid Protein Curli Enhances Alpha-Synuclein Aggregation in Aged Fischer 344 Rats and Caenorhabditis elegans. Scientific Reports, 2016; 6: 34477 DOI: 10.1038/srep34477

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Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

Dr Dale Bredesen
I risultati della risonanza magnetica quantitativa e i test neuropsicologici hanno dimostrato dei miglioramenti senza precedenti di dieci pazienti con Alzheimer (AD) iniziale, o con i suoi precursori, in seguito al trattamento con una terapia programmatica e personalizzata.


I risultati dell'approccio chiamato «Miglioramento Metabolico per la Neurodegenerazione» (MEND - Metabolic Enhancement for NeuroDegeneration) sono ora disponibili on-line sulla rivista Aging.


Lo studio, eseguito congiuntamente dall'Istituto Buck per la Ricerca sull'Invecchiamento e dagli Easton Laboratories for Neurodegenerative Disease Research dell'UCLA, è il primo a dimostrare oggettivamente che la perdita di memoria può essere invertita nei pazienti umani (non nei topi), e che il miglioramento può essere mantenuto, con un complesso programma terapeutico personalizzato di 36 punti che comporta cambiamenti nella dieta, la stimolazione del cervello, l'esercizio fisico, l'ottimizzazione del sonno, farmaci e vitamine specifici, e diverse altre azioni aggiuntive che influenzano la chimica del cervello.


"Tutti questi pazienti avevano un decadimento cognitivo lieve (MCI) ben definito o un deficit cognitivo soggettivo (SCI) o una diagnosi di AD fatta prima di iniziare il programma", ha detto l'autore Dale Bredesen MD, professore dell'Istituto Buck e dei Laboratori Easton, che ha notato che i pazienti che avevano dovuto smettere di lavorare sono riusciti a tornare al lavoro e coloro che lottavano nel loro lavoro sono riusciti a migliorare le loro prestazioni. "I test successivi hanno dimostrato che alcuni dei pazienti sono passati dall'anormalità alla normalità".


Uno dei casi più eclatanti è quello di un professionista 66-enne i cui test neuropsicologici erano compatibili con una diagnosi di MCI e le cui scansioni PET avevano mostrato una ridotta utilizzazione del glucosio indicativa di AD. Una risonanza magnetica ha mostrato che il volume dell'ippocampo era solo nel 17° percentile per la sua età. Dopo 10 mesi di protocollo, una risonanza magnetica ha mostrato un drastico aumento del suo volume ippocampale, passato al 75° percentile, con un incremento assoluto associato del volume di quasi il 12 per cento.


In un altro caso, un 69-enne professionista e imprenditore, che era in procinto di chiudere la sua attività, si è sottoposto al protocollo dopo 11 anni di perdita progressiva di memoria. Dopo sei mesi la moglie, i colleghi di lavoro, e lui stesso, hanno notato un miglioramento nella memoria. E' tornata nella sua testa la capacità di tutta la vita di sommare colonne di numeri rapidamente e ha riferito la capacità di ricordare la sua agenda e riconoscere i volti sul posto di lavoro. Dopo 22 mesi di protocollo è tornato per i test neuropsicologici quantitativi di follow-up; i risultati hanno dimostrato dei notevoli miglioramenti in tutte le categorie del richiamo a lungo termine, passando dal 3° all'84° percentile. E sta espandendo la sua attività.


Un altro paziente, una donna di 49 anni che aveva notato una progressiva difficoltà a trovare le parole e a riconoscere i visi ha usato il protocollo dopo aver eseguito un test neuropsicologico quantitativo in una grande università. Le era stato detto che era nelle prime fasi del declino cognitivo e quindi non poteva iscriversi a un programma di prevenzione di Alzheimer. Dopo diversi mesi sul protocollo ha notato un netto miglioramento nel richiamo, nella lettura, nella navigazione, nel vocabolario, nella chiarezza mentale e nel riconoscimento facciale. E' tornata anche la sua abilità per le lingue straniere. Nove mesi dopo l'inizio del programma ha ripetuto i test neuropsicologici nello stesso sito dell'università, mostrando l'assenza di declino cognitivo.


Tutti, tranne uno, dei dieci pazienti inclusi nello studio hanno un rischio genetico di AD, essendo portatori di almeno una copia dell'allele APOE4. Cinque dei pazienti portano due copie dell'APOE4 che dà loro un rischio 10-12 volte maggiore di sviluppare l'AD.


"Stiamo entrando in una nuova era", ha detto Bredesen. "Il vecchio consiglio era di evitare i test dell'APOE perché non c'era niente da fare per evitare la malattia. Ora stiamo raccomandando alle persone di verificare il loro status genetico il più presto possibile in modo da attuare la prevenzione". Il 65 per cento dei casi di Alzheimer in questo paese coinvolge l'APOE4, e sette milioni di persone sono portatori di due copie dell'allele APOE4.


L'approccio basato sul sistema di Bredesen, per invertire la perdita di memoria, fa seguito al misero fallimento delle monoterapie progettate per trattare l'AD e al successo delle terapie combinate per il trattamento di altre malattie croniche, come le malattie cardiovascolari, il cancro e l'HIV. Bredesen dice che decenni di ricerca biomedica, sia nel suo laboratorio che in quello di altri, hanno rivelato che nella patogenesi è coinvolta una vasta rete di interazioni molecolari, suggerendo che un approccio terapeutico con una base più ampia può essere più efficace.

Nota:

E' di oggi anche la notizia che i Muses Labs hanno stretto una partnership con il Centro di Medicina Integrativa della George Washington University per offrire il Protocollo MEND™ ai pazienti dell'area di Washington, DC.

Questo accordo consente alle persone con declino cognitivo pre-sintomatico e precoce, così come ai pazienti con Alzheimer lieve, di beneficiare del protocollo MEND tramite il programma di salute mentale del centro, operato in collaborazione con la Clinica della Memoria della George Washington University.

(Fonte: Business Wire)


"Immaginate di avere un tetto con 36 buchi, e il vostro farmaco ripara molto bene un solo foro; il farmaco può avere funzionato, magari ha riparato un unico 'buco', ma ci sono ancora 35 perdite, e così il processo sottostante potrebbe non essere influenzato così tanto", ha detto Bredesen. "Pensiamo che affrontare bersagli multipli all'interno della rete molecolare possa essere additivo o addirittura sinergico, e che un tale approccio combinato possa pure migliorare le prestazioni del farmaco candidato".


Pur essendo incoraggiato dai risultati dello studio, Bredesen ammette che deve essere fatto di più. "L'entità del miglioramento in questi dieci pazienti non ha precedenti, e fornisce ulteriori prove oggettive che questo approccio programmatico al declino cognitivo è molto efficace", ha detto Bredesen. "Anche se vediamo le implicazioni di vasta portata di questo successo, ci rendiamo conto che questo è un piccolo studio che deve essere replicato con numeri più alti in vari siti". Sono in sviluppo i piani per studi più ampi.


Il declino cognitivo è spesso indicato come la principale preoccupazione degli anziani. L'Alzheimer colpisce già ora circa 5,4 milioni di americani e 30 milioni di persone nel mondo. Senza prevenzione e un trattamento efficace, le prospettive per il futuro sono tetre: entro il 2050, si stima che 160 milioni di persone nel mondo avranno la malattia, compresi 13 milioni di americani, portando al potenziale fallimento del sistema Medicare. A differenza di molte altre malattie croniche, l'Alzheimer è in aumento, stime recenti suggeriscono che l'AD è diventata la terza causa di morte negli Stati Uniti dietro le malattie cardiovascolari e il cancro.


"The Bredesen Protocol", il libro del Dr. Bredesen che descrive a un pubblico non specialista gli interventi descritti in questo documento, sarà pubblicato dalla Penguin Random House in Maggio 2017. Il Dr. Bredesen spera alla fine di trasformare la percezione e la realtà dell'Alzheimer da una condanna a morte a una condizione reversibile e prevenibile.

 

 

 


Fonte: Buck Institute for Research on Aging (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Dale E. Bredesen, Edwin C. Amos, Jonathan Canick, Mary Ackerley, Cyrus Raji, Milan Fiala, and Jamila Ahdidan. Reversal of cognitive decline in Alzheimer's disease. Aging, Published: 12/06/2016 

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Alzheimer e le sue proteine: bisogna essere in due per ballare il tango

Per anni, i neuroscienziati si sono chiesti come fanno le due proteine ​​anomale amiloide e tau, ad accumularsi nel cervello e a danneggiarlo, causando l'Alzheimer (AD). Qual è la forza motrice che sta dietro la demenza? La risposta: entrambe, secondo un nuovo studio condotto alla Douglas University.


Il team guidato dal Dr. Pedro Rosa-Neto, scienziato clinico della Douglas e assistente professore di neurologia, neurochirurgia e psichiatria alla McGill University, riferisce sulla rivista Molecular Psychiatry la prima prova che è l'interazione tra le proteine ​​amiloidi e tau a portare ai danni cerebrali nei soggetti cognitivamente intatti.


"In particolare abbiamo scoperto che entrambe le proteine ​​enfatizzano reciprocamente i rispettivi effetti tossici e causano una disfunzione cerebrale considerata la firma dell'AD. Questa scoperta sfida le teorie polarizzate precedenti, secondo le quali l'anomalia di una singola proteina è la forza trainante della progressione della malattia", spiega il Dr. Rosa-Neto, il cui team fa parte della rete di ricerca CIUSSS de l'Ouest-de-l'Île-de-Montréal.


Questa ricerca punta anche verso nuove strategie terapeutiche per mitigare la progressione dell'AD. "Fino ad ora, gli studi clinici terapeutici hanno puntato un singolo processo patologico. La nostra scoperta apre la strada a nuove strategie terapeutiche per la prevenzione o la stabilizzazione dell'AD. Ad esempio, si dovrebbero usare contemporaneamente terapie combinate contro l'accumulo di proteine sia di amiloide che di tau​​", dice il Dott Tharick A. Pascoal, autore principale dello studio.


Il team di Rosa-Neto ha analizzato le prestazioni di 120 individui cognitivamente intatti per due anni (stesso numero di maschi e femmine, età media 75 anni). Misurando i livelli di amiloide con scansioni PET e di proteine ​​tau con l'analisi del liquido cerebrospinale, i ricercatori sono riusciti ad identificare i pazienti a rischio di danni cerebrali associati all'AD.


Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Alzheimer è la causa più comune di demenza, che colpiva più di 30 milioni di persone in tutto il mondo nel 2015. Nel 2011, c'erano 747 mila canadesi con l'Alzheimer e altre forme di demenza, e il costo combinato tra quello diretto (medico) e quello indiretto (mancato guadagno) della demenza ammonta a 33 miliardi di dollari (fonte: Alzheimer Society of Canada).

 

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Questo lavoro è stato finanziato dal Canadian Institutes of Health Research, dall'Alan Tiffin Foundation e dall'Alzheimer's Association. Gli individui valutati in questo studio facevano parte dello studio Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI).

 

 

 


Fonte: materials provided by McGill University (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: T A Pascoal, S Mathotaarachchi, S Mohades, A L Benedet, C-O Chung, M Shin, S Wang, T Beaudry, M S Kang, J-P Soucy, A Labbe, S Gauthier, P Rosa-Neto. Amyloid-β and hyperphosphorylated tau synergy drives metabolic decline in preclinical Alzheimer’s disease. Molecular Psychiatry, 2016; DOI: 10.1038/mp.2016.37

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Scoperto il punto esatto del cervello dove nasce l'Alzheimer: non è l'ippocampo

Una regione cruciale ma vulnerabile del cervello sembra essere il primo posto colpito dall'Alzheimer ad esordio tardivo e, per il mantenimento delle funzioni cognitive in età avanzata, può essere più importante di quello che si pensava finora, in base a una nuova revisione della letteratura scientifica.


Il [[locus coeruleus]] è una piccola parte bluastra del tronco cerebrale che rilascia [[noradrenalina]], il neurotrasmettitore responsabile della regolazione della frequenza cardiaca, dell'attenzione, della memoria e della cognizione.


Le sue cellule, o neuroni, mandano le ramificazioni chiamate assoni in gran parte del cervello e aiutano a regolare l'attività dei vasi sanguigni. La sua elevata interconnessione può renderlo più sensibile agli effetti delle tossine e delle infezioni rispetto ad altre regioni del cervello, secondo l'autrice dello studio, Mara Mather.


La Mather, professoressa di gerontologia alla University of Southern California (USC) di Davis, ha aggiunto che il locus coeruleus è la prima area del cervello a mostrare la patologia tau, i grovigli a lenta diffusione di proteine ​​che in seguito possono diventare segni rivelatori dell'Alzheimer.


Anche se non tutti avranno la malattia, i risultati delle autopsie indicano che la maggior parte delle persone ha alcune indicazioni iniziali della patologia tau nel locus coeruleus all'inizio dell'età adulta, ha aggiunto.


La noradrenalina rilasciata dal locus coeruleus può contribuire a prevenire i sintomi dell'Alzheimer. Gli studi condotti con ratti e topi hanno dimostrato che la noradrenalina aiuta a proteggere i neuroni dai fattori che uccidono le cellule e accelerano l'Alzheimer, come l'infiammazione e la stimolazione eccessiva da altri neurotrasmettitori.

 

L'importanza delle difficoltà mentali

La norepinefrina viene rilasciata quando qualcuno è impegnato in una attività o trova difficoltà con essa, che si tratti di risolvere i problemi sul posto di lavoro, di completare un cruciverba o di suonare un difficile brano musicale.


"L'istruzione e una carriera coinvolgente producono una «riserva cognitiva» (prestazioni efficaci del cervello) in vecchiaia, nonostante le patologie che insorgono", ha detto la Mather, che è anche professoressa di psicologia alla Facoltà di Lettere, Arti e Scienze della USC. "L'attivazione del sistema locus coeruleus-norepinefrina, generata dalle novità e dalle difficoltà mentali per tutta la vita, può contribuire alla riserva cognitiva".


Lo studio è pubblicato su Trends in Cognitive Sciences ed è stato finanziato dal National Institutes of Health. La coautrice è la Prof.ssa Emerita Carolyn Harley della Memorial University di Newfoundland.

 

 

 


Fonte: Beth Newcomb in University of Southern California (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Mara Mather, Carolyn W. Harley. The Locus Coeruleus: Essential for Maintaining Cognitive Function and the Aging Brain. Trends in Cognitive Sciences, Volume 20, Issue 3, p214–226, March 2016. DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.tics.2016.01.001

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10 cose da non fare con i malati di AlzheimerMio padre aveva l'Alzheimer.


Vederlo svanire è stata una delle esperienze più difficili della mia vita.


Ha sfidato i miei ideali, testato la mia pazienza, ampliato le mie conoscenze, e mi ha esaurito.


Queste sono le alcune delle cose che ho imparato lungo la strada.

  1. Non dire che sono pigri. Non lo sono; questo fa parte del disturbo. Con la progressione del morbo, il cervello perde la capacità di elaborare, richiamare e ragionare. Quello che richiedeva secondi per essere registrato in passato, ora può impiegare minuti e anche ore, a seconda del soggetto, dell'ora del giorno, della consapevolezza emotiva, e del significato. Non è pigrizia lottare con problemi come abbottonarsi una camicia, leggere l'ora, o ricordare come usare il forno a microonde. È un risultato del disturbo.

  2. Non dare un significato a quello che fanno e che non ricordano. Il cervello organizza le informazioni in vari modi, quasi unici per ciascun individuo. L'Alzheimer attacca il cervello in modo casuale e alcune aree si deterioramento più rapidamente di altre. Questa combinazione rende distinta la progressione per ogni paziente. Il paziente non è responsabile del modo in cui una di queste parti opera o peggiora.

  3. Non prendere i commenti personalmente. Ciò è particolarmente difficile soprattutto quando i commenti sono offensivi e detti con rabbia. Il Disturbo di Alzheimer ruba la persona, cambia la personalità, e lascia un'ombra della loro esistenza alle spalle. Quando il paziente parla, esprime raramente il suo vero sé. E' utile in questi momenti attenersi ai commenti che sono coerenti con il comportamento passato e mettere alla porta gli altri.

  4. Non credere allo "spettacolo". Alcuni pazienti di Alzheimer hanno la capacità di simulare per un breve periodo di tempo durante alcuni eventi speciali, quasi come se non ci fosse nulla di sbagliato. Ciò può indurre la famiglia e gli amici a dire che la diagnosi è esagerata. Non lo è. Di solito dopo l'evento, il paziente diventerà ancora più distaccato dalla realtà e potrebbe anche subire una battuta d'arresto. Lo "spettacolo" è il loro istinto di sopravvivenza che rientra, e che può essere sostenuto solo per periodi limitati di tempo.

  5. Non contrastare le illusioni. Con il progredire della malattia, non è insolito per un malato di Alzheimer vedere qualcosa in televisione e credere che sia successo a lui. Questi deliri sono normalmente innocui se non cominciano a ingenerare pensieri paranoici. Pensate alle visioni come parte di una fervida immaginazione senza filtro per ciò che è reale e ciò che è finzione. Però se si contrastano le fantasie, il paziente può diventare inutilmente confuso, frustrato, agitato, e anche violento.

  6. Non aspettarsi che si ricordino. Anche i giorni più significativi, come un matrimonio o una nascita possono essere impossibili da ricordare per un malato di Alzheimer. Mostrare foto con i nomi e le date può essere utile, però con l'aspettativa che non funzionerà ogni volta. La natura della malattia induce i ricordi ad essere richiamati un giorno e persi il successivo, solo per essere ricordati e dimenticati di nuovo. Essi non controllano ciò che è ricordato e ciò che non lo è.

  7. Non abbandonarli. E' facile giustificarlo: poiché il paziente non ricorda, non c'è alcun motivo per visitarlo. Fermarsi a ricevere riconoscimento, approvazione o attenzione non sarà premiato con un malato di Alzheimer. Spesso le visite sono molto difficili e dolorose. Tuttavia, è proprio in questi momenti che si rivela il carattere di una persona. Trascorrere del tempo con loro può essere ingrato, ma le ricompense interne della determinazione, della pazienza e della perseveranza valgono la pena.

  8. Non fermarsi sulle loro risposte arrabbiate. Non è raro per i malati di Alzheimer diventare confusi quando il sole scende. Questo si chiama Sindrome del Tramonto (Sundowning). Con il progredire della malattia, ogni cambiamento, compresa una maggiore oscurità, può essere fonte di incertezza e di paura. La rabbia è un'emozione di base e spesso è segno di ansia, depressione, solitudine, angoscia e persino terrore. Mentre il sole tramonta, il paziente diventa timoroso e reagisce con rabbia dimenticando di solito la ricorrenza del giorno successivo. Fermarsi alle osservazioni formulate nella rabbia fa male al caregiver, non al paziente.

  9. Non sperare che migliorerà. Questa è una malattia degenerativa per cui non esiste alcuna cura. Forse un giorno le cose saranno diverse, se si farà più ricerca. La buona notizia è che ci sono dei farmaci per coloro per i quali è possibile rallentare la progressione. Ma non c'è nulla per invertire il deterioramento del cervello. Sperare che miglioreranno aggiunge frustrazione per tutti, ponendo le basi per una grande delusione.

  10. Non confrontare. Ogni persona è unica nella personalità, nelle associazioni che attribuisce a un evento, in ciò che considera significativo e nel modo in cui usa le informazioni. Inoltre l'Alzheimer impatta il cervello in diverse aree con progressione variabile. Questo crea un'esperienza distinta per ogni individuo. Anche se è utile essere coinvolti in un gruppo di sostegno con altri che lottano come caregiver di malati di Alzheimer, non è utile assumere che il viaggio di ognuno sarà uguale.


Questo è il momento per una forte rete di sostegno di famiglia e amici empatici. Cerca seriamente assistenza professionale durante questo tempo per resettare le aspettative, conoscere la malattia ed elaborare le difficoltà.

 

 

 


Fonte: Christine Hammond in Psych Central (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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Vecchio farmaco per l'artrite reumatoide suscita speranze come cura per l'AlzheimerScienziati dei Gladstone Institutes hanno scoperto che il salsalato, un farmaco usato per trattare l'artrite reumatoide, inverte efficacemente la disfunzione legata alla tau in un modello animale di demenza frontotemporale (FTD).


Il [[salsalato]] ha impedito l'accumulo della tau nel cervello e l'ha protetto dai disturbi cognitivi simili a quelli osservati nell'Alzheimer e nella FTD.


Il salsalato inibisce l'acetilazione della tau, un processo chimico che può cambiare la funzione e le proprietà della proteina. I ricercatori hanno rivelato su NatureMedicine, che la tau acetilata è una forma particolarmente tossica della proteina, che guida la neurodegenerazione e i deficit cognitivi.


Il salsalato ha invertito con successo questi effetti in un topo modello di FTD, abbassando i livelli di tau nel cervello, recuperando i deficit di memoria, e proteggendo dall'atrofia dell'ippocampo, un'area del cervello essenziale per la formazione della memoria, che viene colpita dalla demenza.


"Abbiamo identificato per la prima volta un approccio farmacologico che inverte tutti gli aspetti della tossicità tau", dice il co-autore senior Li Gan PhD, un ricercatore associato dei Gladstone. "Gli effetti protettivi profondi del salsalato si sono sorprendentemente verificati anche se è stato somministrato dopo l'insorgenza della malattia, indicando che potrebbe essere un'opzione efficace di trattamento".


Sebbene la tau sia da tempo un obiettivo della ricerca sulla demenza, non esistono per i pazienti farmaci che puntano la tau. Inoltre rimane ancora in gran parte un mistero il modo in cui la proteina si accumula nel cervello, dove provoca tossicità e contribuisce alla malattia.


Studiando cervelli con Alzheimer post-mortem, il team del dottor Gan ha scoperto che l'acetilazione della tau è uno dei primi segni della patologia, anche prima che siano rilevabili i grovigli tau. La forma acetilata della tau non solo marca la progressione della malattia, ma dirige anche l'accumulo e la tossicità della tau.


Ancora di più, quando è stata acetilata la tau in un modello animale di FTD, i neuroni si sono trovati con una minore capacità di degradare le proteine, provocandone l'accumulo nel cervello. Questo a sua volta ha portato all'atrofia nella regione e al deterioramento cognitivo dei topi su diversi test di memoria.


Gli scienziati dei Gladstone hanno scoperto che il salsalato può inibire l'enzima p300 nel cervello, che è elevato nell'Alzheimer e innesca l'acetilazione. Il blocco dell'acetilazione della tau ha enfatizzato il ricambio della tau e ne ha ridotto efficacemente i livelli nel cervello. Questo ha invertito i deficit di memoria indotti dalla tau, e ha impedito la perdita di cellule cerebrali.


"Puntare l'acetilazione della tau potrebbe essere una nuova strategia terapeutica contro le tauopatie umane, come l'Alzheimer e la FTD", dice il co-autore senior Eric Verdin MD, ricercatore dei Gladstone. "Dato che il salsalato è un farmaco di prescrizione con una lunga storia di un profilo di sicurezza ragionevole, crediamo che possa avere implicazioni cliniche immediate".


Gli scienziati dicono che è già stata avviata una sperimentazione clinica che usa il salsalato per ridurre i livelli di tau nella paralisi sopranucleare progressiva, un'altra condizione neurologica tau-mediata.

 

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Altri primi autori sono Sang-Won Min PhD e Xu Chen PhD. Hanno collaborato anche Tara Tracy, Yaqiao Li, Yungui Zhou, Chao Wang, Kotaro Shirakawa, S. Sakura Minami, Peter Dongmin Sohn, Jeffrey Johnson e Nevan Krogan. Hanno preso parte alla ricerca anche scienziati della Stanford University, della University of California di San Francisco, del Buck Institute for Research on Aging e della University of California di San Diego. Il finanziamento è stato fornito dal Tau Consortium e dai National Institutes of Health.

 

 

 


Fonte: Gladstone Institutes (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Sang-Won Min, Xu Chen, Tara E Tracy, Yaqiao Li, Yungui Zhou, Chao Wang, Kotaro Shirakawa, S Sakura Minami, Erwin Defensor, Sue Ann Mok, Peter Dongmin Sohn, Birgit Schilling, Xin Cong, Lisa Ellerby, Bradford W Gibson, Jeffrey Johnson, Nevan Krogan, Mehrdad Shamloo, Jason Gestwicki, Eliezer Masliah, Eric Verdin, Li Gan. Critical role of acetylation in tau-mediated neurodegeneration and cognitive deficits. Nature Medicine, 2015; DOI: 10.1038/nm.3951

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La consapevolezza di perdere la memoria può svanire 2-3 anni prima della comparsa della demenzaLe persone che svilupperanno una demenza possono cominciare a perdere la consapevolezza dei propri problemi di memoria 2 o 3 anni prima della comparsa effettiva della malattia, secondo un nuovo studio pubblicato il 26 agosto 2015 on line su Neurology®.


Lo studio ha anche riscontrato che al declino della consapevolezza della memoria sono associati diversi cambiamenti cerebrali correlati alla demenza, o patologie.


"I nostri risultati suggeriscono che l'inconsapevolezza dei propri problemi di memoria è una caratteristica inevitabile della demenza in vecchiaia, guidata da un accumulo di cambiamenti correlati alla demenza nel cervello", ha detto l'autore dello studio Robert S. Wilson PhD, della Rush University di Chicago.

"La mancanza di consapevolezza della perdita di memoria è comune nella demenza, ma non sapevamo granché quanto è comune, quando si sviluppa o perché alcune persone sembrano più colpite di altre. La maggior parte degli studi sulla inconsapevolezza della memoria nella demenza si erano concentrati su persone che avevano già la diagnosi. Al contrario, questo nuovo studio è iniziato seguendo gli anziani prima che mostrassero segni di demenza".


L'analisi comprendeva 2.092 partecipanti provenienti da tre studi in corso che seguono anziani da più di 10 anni. All'inizio dello studio, i partecipanti avevano in media 76 anni e non mostravano segni di deterioramento di memoria o cognitivi. Si sono sottoposti a test annuali della memoria e delle capacità di pensare. Ai partecipanti è stato anche chiesto quanto spesso avevano difficoltà a ricordare le cose, e come avrebbero valutato la loro memoria rispetto a 10 anni prima.


Per le 239 persone che hanno avuto la diagnosi di demenza nel corso dello studio, la consapevolezza della memoria era stabile e poi ha cominciato a scendere bruscamente in media 2,6 anni prima della comparsa della demenza.


Questo ha fatto seguito a diversi anni di declino della memoria. "Anche se c'erano differenze individuali sull'inizio della mancanza di consapevolezza e sulla velocità con cui procedeva, praticamente tutti avevano una mancanza di consapevolezza dei loro problemi di memoria a un certo punto della malattia", ha detto Wilson.


In modo inaspettato, l'inconsapevolezza della memoria è iniziata prima nelle persone di età inferiore che in quelle più anziane. Questo può essere perché gli anziani hanno più probabilità di aspettarsi la perdita di memoria nell'ambito del normale invecchiamento, secondo i ricercatori.


I ricercatori hanno anche esaminato il cervello di 385 partecipanti che sono morti durante lo studio, valutando 7 tipi di cambiamenti cerebrali comuni nella demenza. Hanno trovato tre patologie correlate alla demenza associate al declino rapido nella consapevolezza della memoria: proteine ​​tau o grovigli; infarti, o aree di danni cerebrali; e cambiamenti nella proteina TDP-43.


Con il formarsi di tali cambiamenti del cervello, le persone colpite perdono la consapevolezza che la loro memoria sta scomparendo. "Questo studio sottolinea l'importanza per i famigliari di cercare aiuto da medici e per i medici di ottenere informazioni da amici o famigliari quando si prendono decisioni sulla possibile demenza di una persona, dal momento che le persone possono dare notizie attendibili sulla storia della propria memoria e sulle capacità il pensare", ha detto Wilson.

 

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Lo studio è stato supportato dal National Institute on Aging e dal Department of Public Health dell'Illinois.

 

 

 


Fonte: American Academy of Neurology via EurekAlert! (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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Liberatoria: Questo articolo non propone terapie o diete; per qualsiasi modifica della propria cura o regime alimentare si consiglia di rivolgersi a un medico o dietologo. Il contenuto non dipende da, nè impegna l'Associazione Alzheimer onlus di Riese Pio X. I siti terzi raggiungibili da eventuali links contenuti nell'articolo e/o dagli annunci pubblicitari sono completamente estranei all'Associazione, il loro accesso e uso è a discrezione dell'utente. Liberatoria completa qui.

Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

Con l'età cala drasticamente la capacità del cervello di eliminare le proteina chiave dell'AlzheimerIl fattore di rischio più grande per l'Alzheimer è l'avanzare degli anni. Dopo i 65, il rischio raddoppia ogni cinque anni, e si stima che oltre il 40 per cento degli over-85 vivono con questa condizione devastante.


I ricercatori della Washington University di St. Louis hanno identificato alcuni dei cambiamenti fondamentali nel cervello che invecchia, che determinano un aumento del rischio.


Le modifiche ruotano attorno all'amiloide-beta 42, un ingrediente principale delle placche cerebrali di Alzheimer. La proteina, un sottoprodotto naturale dell'attività cerebrale, di norma è eliminata dal cervello prima che possa raggrupparsi in placche. Gli scienziati da molto tempo sospettano che sia un determinante primario della malattia.


"Abbiamo scoperto che le persone tra 30 e 40 anni di solito hanno bisogno di circa 4 ore per eliminare la metà dell'amiloide-beta 42 dal cervello", ha detto l'autore senior Randall J. Bateman MD, professore emerito di Neurologia. "In questo nuovo studio, dimostriamo che dopo gli 80 anni, ci vogliono più di 10 ore".


Il rallentamento della rimozione si traduce in un aumento dei livelli di amiloide-beta 42 nel cervello. Livelli più elevati di proteina aumentano le probabilità che essa si raggrumi formando le placche di Alzheimer.


I risultati sono apparsi on-line in Annals of Neurology. Per lo studio, i ricercatori hanno testato 100 volontari da 60 a 87 anni di età. La metà di loro aveva segni clinici di Alzheimer, come ad esempio i problemi di memoria. Le placche avevano cominciato a formarsi nel cervello di 62 partecipanti.


I soggetti si sono sottoposti a valutazioni fisiche e mentali dettagliate, comprese scansioni cerebrali per verificare la presenza di placche. I ricercatori hanno anche studiato il fluido cerebrospinale dei partecipanti usando una tecnologia sviluppata da Bateman e dal co-autore David Holtzman MD, professore e direttore del Dipartimento di Neurologia alla Washington University. La tecnologia, chiamata «cinetica collegata a isotopi stabili» (stable isotope-linked kinetics - SILK) ha permesso ai ricercatori di monitorare la produzione e l'eliminazione dell'amiloide-beta 42 e di altre proteine ​​del corpo.


Nei pazienti con evidenza di placche, i ricercatori hanno osservato che l'amiloide-beta 42 sembra avere più probabilità di abbandonare il liquido che bagna il cervello e di raggrupparsi in placche. La ridotta eliminazione dell'amiloide-beta 42, come quella presente nei partecipanti più anziani, è stata associata a sintomi clinici di Alzheimer, come perdita di memoria, demenza e cambiamenti di personalità.


Gli scienziati ritengono che il cervello elimina l'amiloide-beta in quattro modi: spostandola alla spina dorsale, spingendola attraverso la barriera emato-encefalica, scomponendola o assorbendola con altre proteine, o depositandola nelle placche.


"Attraverso ulteriori studi come questo, speriamo di identificare quale dei primi tre canali per lo smaltimento dell'amiloide-beta rallentano quando il cervello invecchia", disse Bateman. "Questo ci può aiutare negli sforzi per sviluppare nuovi trattamenti".

 

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Questa ricerca è stata finanziata dai National Institutes of Health, dalla Adler Foundation e da regali filantropici di Edwin e Barbara Shifrin e Jeff Roschman.

 

 

 


Fonte: Michael C. Purdy in Washington University in St. Louis (> English text) -Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Patterson BW, Elbert DL, Mawuenyega KG, Kasten T, Ovod V, Ma S, Xiong C, Chott R, Yarasheski K, Sigurdson W, Zhang L, Goate A, Benzinger T, Morris JC, Holtzman D, Bateman RJ. Age and amyloid effects on human central nervous system amyloid-beta kinetics. Annals of Neurology, online July 20, 2015. DOI: 10.1002/ana.24454

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L'esercizio fisico dà benefici cognitivi ai pazienti di AlzheimerNel primo studio di questo tipo mai effettuato, dei ricercatori danesi hanno dimostrato che l'esercizio aerobico ad alta intensità ha un effetto cognitivo positivo sui pazienti con Alzheimer (AD).


Lo studio in singolo-cieco, randomizzato e controllato ha dimostrato che l'intervento di allenamento si è reso possibile perchè solo pochi pazienti ne sono usciti, e ha avuto un effetto proporzionale alla dose, in quanto più i pazienti aderivano (raggiungendo un'alta frequenza cardiaca massima), meglio andavano, ha detto Gunhild Waldemar MD, direttrice del Danish Dementia Research Center, e professoressa di neurologia al Copenhagen University Hospital in Danimarca.


La Dott.ssa Waldemar ha presentato i nuovi dati al primo Congresso dell'Accademia Europea di Neurologia (EAN). Gli autori notano che fino ad ora alcuni studi epidemiologici avevano rilevato che l'attività fisica in mezza età per le persone sane riduce il rischio di demenza più avanti nella vita.


Gli studi sui topi hanno dimostrato che l'esercizio fisico riduce la patologia di Alzheimer, e altre ricerche hanno dimostrato che l'attività fisica moderata migliora la cognizione negli anziani con un alto rischio di demenza. Ma non ci sono prove dell'effetto dell'esercizio fisico nelle persone che hanno già la demenza, ha detto la dott.ssa Waldemar: "Questo è il primo studio rigoroso condotto con l'esercizio aerobico di intensità da moderata a elevata nelle persone con AD da lieve a moderato".


Lo studio ha incluso 200 pazienti in otto cliniche della memoria in Danimarca, che hanno collaborato con sette unità di ricerca in tutto il paese. Nessuno dei partecipanti aveva gravi malattie mediche o psichiatriche. La maggior parte stava ricevendo un trattamento anti-demenza ed era stabile su questa terapia da almeno 3 mesi.


I ricercatori hanno assegnato casualmente questi pazienti ad uno tra due gruppi: il gruppo di intervento (107 soggetti) ha effettuato esercizio fisico per 4 mesi e il gruppo di controllo (n = 93) ha ricevuto il solito trattamento, ma ha potuto allenarsi per 1 mese dopo la fine del periodo di studio di 4 mesi.


I gruppi erano simili in termini di età (media 72 anni per il gruppo di controllo e 70 anni per il gruppo di intervento) e di stato cognitivo (punteggio Mini-Mental State Examination del 24,1 nel gruppo di controllo e 23,8 nel gruppo di intervento; punteggio Symbol Digit Modalità Test [SDMT] di 25,4 e 27,1 rispettivamente). La maggior parte (circa il 72% in ciascun gruppo) viveva con un caregiver. E' importante notare, secondo la Dott.ssa Waldemar, che molti dei pazienti hanno riferito che erano già attivi fisicamente.


I ricercatori hanno assegnato in modo casuale nuovi gruppi di partecipanti nei centri ogni 6 mesi per un periodo di 2,5 anni, dal gennaio 2012 al luglio 2014. I pazienti nel gruppo di intervento si sono allenati sotto la supervisione di un terapista per 1 ora, tre volte alla settimana per 16 settimane. Durante le prime 4 settimane, hanno fatto esercizi di adattamento (esercizi di resistenza, più aerobici), dopo di che si sono concentrati sugli esercizi aerobici.


I partecipanti indossavano un cardiofrequenzimetro e puntavano a una intensità di allenamento di almeno il 70/80% della frequenza cardiaca massima. I terapeuti hanno convalidato la frequenza degli esercizi e hanno registrato la intensità dell'esercizio.


Il risultato primario era il SDMT, un test cognitivo che valuta la velocità mentale e l'attenzione. Il Dr Waldemar ha spiegato che i ricercatori hanno scelto questo test a causa dei risultati positivi in un piccolo studio controllato randomizzato su pazienti con lieve decadimento cognitivo (MCI).

 

Alta Frequenza

Solo cinque pazienti sono usciti da ogni gruppo nel corso dello studio. "Siamo rimasti molto soddisfatti con l'altissimo tasso di partecipazione", ha commentato la dott.ssa Waldemar.


Anche se nel gruppo trattabile la differenza di punteggio SDMT tra i gruppi di intervento e di controllo non è stata significativa dopo 16 settimane, i sintomi neuropsichiatrici differivano significativamente a favore del gruppo di intervento, ha detto la Waldemar.


Inoltre, c'è stato un risultato significativo nell'analisi per protocollo del punteggio SDMT di 66 pazienti che avevano un tasso di partecipazione di almeno l'80% (38 o più sessioni di formazione su 48) e si erano allenati ad almeno il 70% della loro frequenza cardiaca massima. La differenza è stata del -4,2% (da -7,9% a -0,45%; P = 0.03) attraverso l'uso di modelli di regressione lineare che rappresentano dati raggruppati, mancanti, e differenze nei valori basali.


"Quando confrontiamo questo gruppo a quello di controllo, nel SDMT c'è stato effettivamente un effetto significativo a favore dell'intervento", ha detto la dott.ssa Waldemar. "Questa è un'analisi per protocollo e non è l'analisi primaria, ma comunque può indicare un possibile effetto proporzionale alla dose dell'attività fisica".


La Dott.ssa Waldemar ha detto che è "sorprendente" che un tale ampio gruppo di pazienti abbia soddisfatto i criteri dell'analisi per protocollo. Il tasso di eventi avversi è stato molto basso. Si è verificato un solo evento avverso grave, un caso di fibrillazione atriale che era forse legato all'intervento, "ma naturalmente, è difficile saperlo".


I ricercatori non hanno ancora completato l'analisi degli esiti secondari, che comprendono altre misure cognitive, depressione, sintomi psichiatrici, livelli funzionali, qualità della vita legata alla salute e rapporto costo-efficacia.


In un sottogruppo di pazienti, i ricercatori hanno raccolto campioni di plasma prima e dopo l'allenamento ed hanno eseguito studi di scansione, che permetteranno loro di indagare su diversi biomarcatori, secondo il dottor Waldemar. Questo, ha detto, potrebbe aiutare a determinare la fisiologia che sta dietro l'effetto dell'esercizio sulla cognizione.


"Restate in contatto", ha detto al suo pubblico. "Forse in attesa di una cura per l'Alzheimer, gli operatori sanitari potrebbero considerare di implementare sessioni di esercizio fisico supervisionato per i pazienti".


Alla domanda di un delegato sul motivo per cui la durata dello studio è stata limitata a tre mesi, la dott.ssa Waldemar ha riconosciuto che se lo studio fosse continuato per un tempo più lungo (sei mesi, per esempio) ci sarebbe stato "un segnale più chiaro" di risultati migliori. "Ma posso assicurare che lo svolgimento di questo studio anche per quattro mesi in questi pazienti molto complessi non è stato un compito facile, quindi questo era un compromesso", ha detto.


Un altro delegato ha chiesto perché i ricercatori non hanno eseguito più spesso il SDMT, un test semplice da somministrare, diciamo una volta al mese. La Dott.ssa Waldemar ha spiegato che la preoccupazione era l'«effetto test / retest». "Con l'allenamento, migliorano sempre più pazienti, anche se non subiscono alcun intervento, ma forse avremmo potuto farlo una volta in più".


Rispondendo ad una domanda della co-presidente della sessione Ana Verdello MD, del Dipartimento di Neuroscienze dell'Ospedale Santa Maria dell'Università di Lisbona in Portogallo, sul potere statistico dello studio, il dottor Waldemar ha detto che non ci sono stati altri studi analoghi da usare "come riferimento", e quindi lei e i suoi colleghi hanno basato la loro analisi di potere su quel piccolo studio controllato randomizzato in pazienti con MCI. "Il SDMT è forse più adatto per i pazienti con MCI rispetto ai pazienti che hanno già demenza di AD", ha osservato.


Un altro delegato dell'incontro ha chiesto se l'effetto osservato nei pazienti con la frequenza maggiore potrebbe essere spiegato dal fatto che coloro che avevano la più alta presenza avevano anche un AD più mite. La Dott.ssa Waldemar ha detto di non aver esaminato questo punto: "Questa è una domanda molto buona".

 

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Lo studio è stato finanziato dall'Innovation Fund Denmark e presentato il 22 giugno 2015 al Congresso dell'Accademia Europea di Neurologia (Abstract O3105). La Dott.ssa Waldemar non ha rivelato alcuna relazione finanziaria importante.

 

 

 


Fonte: Pauline Anderson in Medscape (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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I ricordi più belli e appassionati sono i primi ad essere cancellati dall'AlzheimerRicercatori della Johns Hopkins University hanno pubblicato un nuovo studio questa settimana sugli effetti cognitivi dell'Alzheimer e di altri disturbi cerebrali deteriorativi, trovando la prova conclusiva che i ricordi più cari dei malati di demenza sono quasi sempre i primi a sparire.


Lo studio, durato 5 anni e che ha seguito un gruppo di quasi 3.000 persone con diagnosi di demenza, ha scoperto che quando la malattia degrada i neuroni e le connessioni dendritiche nella corteccia cerebrale, i ricordi più positivi dei pazienti, come il primo innamoramento o la gioia travolgente e indescrivibile di tenere il primogenito pochi istanti dopo la nascita, sono sradicati molto più rapidamente di altri tipi di ricordi.


"Sembra che l'accumulo di proteine ​​anomale nel cervello, che è alla base della maggior parte delle forme di demenza, colpisca per primi i centri della memoria specifica responsabile di trattenere i ricordi più preziosi del soggetto", ha detto il neurologo David Trapp, che ha notato che durante le prime fasi della malattia, i pazienti di solito perdono ogni ricordo dei loro successi personali e professionali più preziosi nella vita.


"A rischio acuto sono i ricordi nelle linee di euforia al cardiopalma di quel primo bacio al campo estivo tanti anni fa, mentre il sole tramontava lentamente sul lago e toccava l'acqua in quel modo particolare, quasi come se il lago fosse in fiamme. In effetti, quel tipo di ricordo è cancellato quasi immediatamente".


"E la perdita di memoria progredisce rapidamente da lì", ha continuato Trapp. "Nel momento in cui si notano i primi segni di demenza in una persona cara, si può essere certi che la maggior parte dei ricordi che danno loro sentimenti di piacere, di orgoglio, o di realizzazione personale sono già stati espunti per sempre dalla loro mente".


Trapp ha aggiunto che più è felice e affermativo della vita un ricordo particolare, più velocemente verrà reclamato dalla neuropatologia della demenza. I ricordi dell'orgoglio mentre si varcava la porta d'ingresso della nuova casa o della marcia trionfale lungo gli Champs-Élysées con la consapevolezza di avere contribuito a sconfiggere il male più grande che il mondo abbia mai conosciuto, in genere sono persi entro poche settimane dalla diagnosi.


Secondo lo studio, le aree del cervello associate ai ricordi di amore, sorrisi, realizzazione, gioia assoluta, comfort, tenerezza interpersonale, piacere fisico, animali domestici infantili cari, e rispetto di sé, sembrano essere il primo bersaglio delle placche neuronali distruggi-memoria.


"In effetti, anche solo l'atto di cercare di ricordare i giorni più brillanti della giovinezza (per ricatturare qualche piccolo senso di profonda soddisfazione che proveniva dall'imparare, scoprire e sperimentare cose nuove, l'essenza stessa di ciò che è bene della vita) accelera notevolmente il processo", ha detto Trapp. "Abbiamo scoperto che più i soggetti tentavano di pensare di nuovo ai loro anni spensierati del college o alle loro scappatelle infantili con gli amici nelle vacanze estive, più velocemente sono svaniti questi ricordi, non più richiamabili".


Lo studio ha rilevato che, oltre a decimare quei ricordi più importanti e che sostenevano il paziente, gli effetti degenerativi della demenza sembravano risparmiare la stragrande maggioranza dei momenti umilianti e infelici della vita delle sue vittime, lasciandoli completamente intatti come rimanenze del deposito di ricordi di una persona che peggiorano e scompaiono.


"Anche dopo che i soggetti sono stati derubati della loro capacità di riconoscere i propri cari e delle competenze di base necessarie per nutrire e pulire se stessi, il peggiore dei loro ricordi persiste", ha detto il dottor Emily Braun, neurobiologa della Columbia University, che ha contribuito allo studio. "La risonanza magnetica funzionale dimostra che le aree del cervello che conservano, per esempio, il ricordo della scoperta del proprio amico più vecchio e fidato impegnato in un appassionato rapporto sessuale con la propria moglie, o l'insorgenza improvvisa di una diarrea incontrollabile durante la presentazione a una conferenza di vendite, continuano a brillare ben dopo che le altre regioni corticali si sono silenziate".


La Braun ha aggiunto che "con le complesse impronte emotive, come quelle derivanti da una lunga relazione con il coniuge o i figli, sembra che la demenza distrugga selettivamente i circuiti neurali relativi agli aspetti positivi dei ricordi in questione, lasciando dietro di sé solo il trauma, il dolore e la delusione relativa a queste esperienze. Anche se è necessaria ulteriore ricerca, sembra che i ricordi più terribili diventino più nitidi e più vividi al paziente, con l'avanzamento della malattia".


La Braun ha confermato che, come la demenza raggiunge il suo stadio terminale, anche quei ricordi amari e sgradevoli cominciano a erodersi, lasciando alla fine ogni individuo con solo un percorso sinaptico solitario e ricorrente costituito dal suo singolo ricordo più negativo. Si ritiene che questa istanza sia rivissuta in un ciclo perpetuo, escludendo tutte le altre funzioni cognitive di alto livello.


"Negli ultimi mesi, sembra che i pazienti affetti da demenza siano lasciati solo con un ricordo estremamente agonizzante e nient'altro", ha detto la Braun. "Con l'occhio della loro mente, il momento peggiore della loro intera vita è l'ultima cosa che vedono".

 

 

 


Fonte: The Onion (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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Ricercatori del MIT recuperano con la luce i ricordi 'persi'I ricordi che sono stati "persi" a causa di un'amnesia possono essere richiamati attivando le cellule cerebrali con la luce.


In un articolo pubblicato sulla rivista Science, i ricercatori del MIT rivelano che sono stati in grado di riattivare ricordi che non avrebbero potuto altrimenti essere recuperati, con una tecnologia chiamata «optogenetica».


La scoperta risponde a una domanda ferocemente dibattuta nelle neuroscienze circa la natura dell'amnesia, secondo Susumu Tonegawa, professore del Dipartimento di Biologia del MIT e direttore del RIKEN-MIT Center del Picower Institute for Learning and Memory, che ha diretto la ricerca dei primi autori Tomas Ryan, Dheeraj Roy e Michelle Pignatelli.


I ricercatori di neuroscienze stanno dibattendo da molti anni se l'amnesia retrograda - derivante da infortuni traumatici, stress o malattie come l'Alzheimer - è causata da danni a specifiche cellule cerebrali (implicando che il ricordo non può essere memorizzato), o se è in qualche modo bloccato l'accesso a quel ricordo, impedendone il richiamo. "La maggior parte dei ricercatori sono per la teoria del [mancato] immagazzinamento, ma abbiamo dimostrato in questo lavoro che questa teoria maggioritaria probabilmente è sbagliata", spiega Tonegawa. "L'amnesia è un problema di deterioramento del recupero".


I ricercatori della memoria hanno già ipotizzato che da qualche parte nella rete del cervello ci sia una popolazione di neuroni che sono attivati ​​durante il processo di acquisizione di un ricordo, provocando cambiamenti fisici o chimici duraturi.


Se questi gruppi di neuroni sono riattivati in seguito da un innesco, come una particolare immagine o odore per esempio, viene richiamato l'intero ricordo. Questi neuroni sono conosciute come «cellule engram della memoria».

 

Fare luce

Nel 2012 il gruppo di Tonegawa ha usato l'optogenetica (aggiunta di proteine ​ai neuroni per consentire loro di essere attivati dalla luce) dimostrando per la prima volta che una tale popolazione di neuroni esiste realmente in un'area del cervello chiamata ippocampo.


Tuttavia, finora nessuno è riuscito a dimostrare che questi gruppi di neuroni subiscono cambiamenti chimici duraturi, il processo chiamato «consolidamento della memoria». Uno di questi cambiamenti, noto come «potenziamento a lungo termine» (LTP), coinvolge il rafforzamento delle sinapsi, le strutture che permettono a gruppi di neuroni di inviare segnali l'uno con l'altro, come risultato di apprendimento e di esperienza.


Per scoprire se questi cambiamenti chimici avvengono effettivamente, i ricercatori sono partiti identificando un gruppo di cellule engram nell'ippocampo che, quando è attivato con strumenti optogenetici, riescono ad esprimere un ricordo. Quando hanno poi registrato l'attività di questo particolare gruppo di cellule, hanno scoperto che le sinapsi che le collegano erano state rafforzate. "Siamo riusciti a dimostrare per la prima volta che queste cellule specifiche - un piccolo gruppo di cellule nell'ippocampo - avevano subito questo aumento della forza sinaptica", spiega Tonegawa.


I ricercatori hanno poi cercato di scoprire cosa accade ai ricordi senza questo processo di consolidamento: somministrando il composto anisomicina, che blocca la sintesi proteica all'interno dei neuroni, subito dopo che i topi avevano formato un nuovo ricordo, i ricercatori hanno potuto impedire alle sinapsi di rafforzarsi. Quando il giorno sopo hanno cercato di riattivare il ricordo con uno scatenante emotivo, non ne hanno trovato più alcuna traccia. "Perciò, anche se le cellule engram ci sono, senza sintesi proteica quelle sinapsi cellulari non sono rinforzate, e il ricordo si perde", spiega Tonegawa.


Ma è sorprendente che, quando i ricercatori hanno poi riattivato le cellule engram con sintesi proteica bloccata (usando strumenti optogenetici), hanno scoperto che i topi esibivano in pieno tutti i segni del richiamo del ricordo. "Se si prova a richiamare la memoria con inneschi di richiamo naturali in un animale trattato con anisomicina, diventerà amnesico, non si può indurre il richiamo del ricordo", spiega Tonegawa. "Ma se si va direttamente alle cellule putative di supporto engram e si attivano con la luce, è possibile ripristinare il ricordo, nonostante il fatto che non c'è stato alcun LTP".

 

"Ricerca innovativa"

Ulteriori studi svolti dal gruppo di Tonegawa hanno dimostrato che i ricordi non sono memorizzati nelle sinapsi rinforzate per sintesi proteica in cellule engram singole, ma in un circuito, o «percorso» di più gruppi di cellule engram e dalle connessioni tra di loro.


"Stiamo proponendo un nuovo concetto, in cui c'è un percorso di insieme di cellule engram, o circuito, per ogni ricordo", dice. "Questo circuito comprende diverse aree cerebrali e le formazioni cellulari engram in queste aree sono collegate specificamente a un particolare ricordo".


La ricerca dissocia i meccanismi usati nell'immagazzinamento della memoria da quelli del recupero della memoria, secondo Ryan. "Il rafforzamento delle sinapsi engram è cruciale per la capacità del cervello di accedere o recuperare i ricordi specifici, mentre i percorsi di connettività tra le cellule engram permettono la codifica e la memorizzazione delle informazioni della memoria stessa", dice.


I cambiamenti nella forza sinaptica e delle proprietà delle spine dendritiche sono stati a lungo associati con l'apprendimento e la memoria, secondo Alcino Silva, direttore del Centro Integrativo per l'apprendimento e la memoria dell'Università della California di Los Angeles. "Questo documento innovativo suggerisce che questi cambiamenti potrebbero non essere così critici per la memoria come si pensava, dato che, a determinate condizioni, sembra che sia possibile interrompere questi cambiamenti e conservare comunque la memoria", dice. "Invece, sembra che questi cambiamenti siano necessari per il recupero della memoria, un processo misterioso che ha finora eluso i neuroscienziati".

 

 

 

 

 


Fonte: Helen Knight in  Massachusetts Institute of Technology (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Tomás J. Ryan, Dheeraj S. Roy, Michele Pignatelli, Autumn Arons, and Susumu Tonegawa. Engram cells retain memory under retrograde amnesia. Science, 29 May 2015: 1007-1013 DOI: 10.1126/science.aaa5542

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Danza dei neuroni: le vibrazioni dei cellule cerebrali possono aiutare a curare l'Alzheimer

Pensate al getto di acqua e inchiostro del calamaro. Il nervo che alimenta questo riflesso è così grande che sembra un vaso sanguigno.


Quando uno zoologo britannico ha iniziato a fare esperimenti con esso nel 1930, il neurone del calamaro ha trasformato ciò che sapevamo sul cervello. Il nervo, abbastanza spesso da bloccare e registrare cambiamenti elettrici attraverso la sua membrana, ha fatto luce sui circuiti del nostro cranio.


Le grandi cellule cerebrali del calamaro hanno iniziato una rivoluzione nel campo delle neuroscienze, facendo ottenere in ultima analisi 5 premi Nobel a 13 scienziati in più di 50 anni. Il modello ha ispirato farmaci come il Prozac e lo Xanax. Ma il quadro di segnalazione neurale emerso finora aveva più a che fare con la chimica e l'elettricità, che non con la meccanica. Fino a poco tempo fa, pochi scienziati prestavano attenzione ai movimenti dei neuroni.


"Pensiamo al cuore", spiega William Tyler, professore dell'Arizona State University, che studia la modulazione ultrasonica dei neuroni. "Tutti sanno che il battito del cuore ha una componente meccanica. Ma dimentichiamo che anche i neuroni sono oggetti meccanici. Cosa succede quando le placche di proteine si accumulano nel cervello, come nell'Alzheimer? Si modifica la rigidità del neurone, proprio come si intasano le arterie mangiando cibi grassi".


Una nuova ricerca di due giovani scienziati, pubblicata sulla rivista Nature Communications, mostra come i neuroni vibrano in sintonia con la loro attivazione. Questo suggerisce che le malattie del cervello possono essere influenzate non solo da squilibri chimici (la "zuppa" da lungo tempo ipotizzata come causa dei disturbi dell'umore) ma anche dal movimento dei nervi.


Come ha detto Isaac Newton, il progresso scientifico è costruito sulle spalle di giganti. Questo è certamente vero per Ahmed El Hady, neuroscienziato, e Ben Machta, fisico, entrambi a Princeton. La loro ricerca si basa su una storia che ha avuto inizio nella seconda guerra mondiale, con scienziati dei campi opposti. Due inglesi a Cambridge hanno guidato il gruppo con gli studi sul neurone del calamaro: Alan Hodgkin e Andrew Huxley (fratellastro di Aldous, autore di Brave New World). Nella loro ormai famosa ricerca del 1952, che è ancora una lettura obbligatoria per gli studenti universitari di neuroscienze, hanno descritto ciò che equivale al codice Morse del cervello: il picco di tensione si propaga sul nervo in risposta a ioni caricati che attraversano la sua membrana.


In Giappone, nel frattempo, un biochimico stava studiando il rivestimento bianco intorno alle fibre nervose grigie. Questa "materia bianca" grassa è caratteristica, e Ichiji Tasaki si era chiesto a che cosa servisse. Ha scoperto che questa guaina, chiamata mielina, funge da isolante per il cavo di uscita del neurone, accelerando i segnali cerebrali. Così fin dall'inizio della sua carriera, Tasaki si è concentrato sulla descrizione dei neuroni come oggetti, come fili avvolti con nastro isolante.


Dopo la sconfitta dell'Asse, Tasaki si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha fatto ricerca focalizzata sull'udito: come i suoni diventano elettricità nell'orecchio. Quando le onde sonore entrano nell'orecchio attraverso l'aria, creano onde liquide nella coclea dell'orecchio interno, che piegano piccole cellule a forma di minuscoli peli. Con il piegamento delle cellule ciliate, esse aprono canali ionici in membrane nervose, convertendo questa onda fisica in un segnale elettrico. Tasaki ha ipotizzato che il cervello potrebbe amplificare i segnali nello stesso modo, con i neuroni che si muovono.


Torniamo ad oggi: nuove immagini ad alta risoluzione mostrano la struttura delle cellule del cervello a un livello mai visto prima. In un articolo pubblicato da scienziati di Harvard su Science nel 2013, le immagini rosse e verdi sono belle e intricate: i neuroni sono rigati in modo uniforme in anelli di actina, la proteina che sorregge lo scheletro della cellula. Raggruppati intorno a ogni striscia, secondo gli autori, ci sono i canali del sodio che i neuroni hanno bisogno di «sparare».


El Hady e Machta si sono chiesti: perché l'evoluzione avrebbe progettato una struttura del genere? Gli anelli, distanziati ritmicamente, hanno fatto pensare che potesse essere coinvolta un'onda fisica. Se i neuroni ondeggiano ogni volta che inviano un segnale, forse l'apertura e la chiusura dei canali del sodio sono orchestrati con precisione dalla spaziatura di queste strisce.


I due hanno applicato nuova matematica a 70 anni di studi sui calamari, aguglie e altri animali con grandi neuroni. La loro ricerca è stata anche alimentata dalle nuove tecnologie: un metodo di microscopia che ha fatto vincere a tre chimici un premio Nobel lo scorso anno. Questa tecnica a super-risoluzione, chiamata STED, li ha aiutati a mettere insieme una storia di come si muovono i nervi quando parlano.


El Hady e Machta descrivono in dettaglio come l'onda elettrica che scende nell'assone, il cavo di uscita del nervo, può indurre l'assone a muoversi in modo sistematico. Se questa danza delle cellule cerebrali è interrotta da una struttura cellulare eccessivamente fragile, elastica o disordinata, il risultato potrebbe essere un'interruzione dell'umore o della velocità e qualità del pensiero.


La Thync Inc., società di cui Jamie Tyler è cofondatore, sta lavorando per sviluppare gli strumenti per far muovere le cellule del cervello con gli ultrasuoni. Questo cambiamento fisico dei neuroni, secondo Tyler, potrebbe presto essere applicato per trattare gli effetti di colpi improvvisi al cervello, come commozioni cerebrali e colpi di frusta, ma anche malattie come l'Alzheimer e il Parkinson, entrambi i quali modificano l'elasticità delle cellule cerebrali.


Una nuova tecnologia chiamata elastografia a risonanza magnetica invece permette agli scienziati di vedere la fragilità dei nervi. Questo strumento potrebbe un giorno essere usato nella diagnostica, per individuare l'irrigidimento delle cellule cerebrali prima che il paziente mostri i sintomi di una malattia come l'Alzheimer.


Ichiji Tasaki è morto sei anni fa all'età di 99 anni. Quindi, non ha mai visto l'aumento di interesse nel modo in cui si muovono i nervi. Ma la danza cellulare che egli ha tranquillamente esplorato nel suo laboratorio per più di 70 anni può essere più importante di quanto lui avesse mai saputo.


Fortunatamente per Tasaki e il calamaro, la scienza è lungimirante con il successo.

 

 

 

 

 


Fonte: Taylor Beck in The Week (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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Un legame tra proteina punta a una possibile cura futura per l'AlzheimerDei ricercatori hanno assodato come sono collegate delle proteine che hanno un ruolo chiave nell'Alzheimer, in un percorso che ne controlla la progressione, e che farmaci che puntano questo percorso possono essere un potenziale nuovo modo di trattare la malattia.


I risultati sono stati pubblicati il 23 aprile sulla rivista Cell Reports.


Gli scienziati dell'Università di Cambridge hanno scoperto che, quando la «proteina precursore dell'amiloide» (APP) è suddivisa in frammenti di proteine tossiche amiloidi-beta, essa provoca cambiamenti nel comportamento di un'altra proteina chiave, la tau.


Sebbene i collegamenti tra queste proteine siano stati descritti da precedenti lavori, questa ricerca ha identificato una nuova associazione tra di loro, e ha scoperto che la manipolazione del tasso con il quale viene rotta l'APP è direttamente collegata ai livelli di tau.


Anche se non si sa esattamente la causa dell'Alzheimer, sappiamo che l'amiloide-beta e la tau si accumulano nel cervello, formando "placche" e "grovigli" che disturbano le connessioni tra i neuroni, e alla fine uccidendoli. Non ci sono trattamenti per fermare o invertire la progressione della malattia, anche se i ricercatori stanno iniziando a comprendere i meccanismi che ne causano il progredire.


La maggior parte delle persone che sviluppano l'Alzheimer iniziano a mostrare i sintomi in età avanzata, in genere dopo i 60 o i 70 anni. Tuttavia, tra l'uno e il cinque per cento delle persone con Alzheimer hanno una versione genetica della malattia che si tramanda nella famiglia, con una insorgenza variabile di solito dai 30 ai 40 anni di età.


I ricercatori di Cambridge hanno usato cellule della pelle di individui con la forma genetica dell'Alzheimer e le hanno riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti indotte, che possono diventare qualsiasi tipo di cellule del corpo. Le cellule staminali sono state poi istruite a diventare neuroni con tutte le caratteristiche dell'Alzheimer.


Lavorando con questi gruppi di neuroni umani, in sostanza dei «mini cervelli», i ricercatori hanno usato tre classi di farmaci per manipolare il tasso al quale è «masticata» l'APP, inibendo gli enzimi secretasi che sono responsabili della rottura in frammenti di amiloide-beta. Con farmaci che aumentano o diminuiscono la velocità di taglio dell'APP, hanno osservato che pure i livelli di tau possono essere alterati.


Ricerche precedenti, che avevano esaminato il legame tra amiloide-beta e tau, avevano scoperto che una volta che l'APP è scissa, un pezzo di amiloide-beta esce fuori della cellula, innescando una maggiore produzione di tau. "Quello che abbiamo visto è che c'è una seconda via, e che l'amiloide-beta non deve essere fuori della cellula per modificare i livelli di tau; in sostanza, la cellula lo fa da se stessa", ha detto il dottor Rick Livesey di la Wellcome Trust/Cancer Research UK Gurdon Institute, che ha guidato la ricerca.


Anche se i ricercatori hanno identificato questo percorso in neuroni con la forma familiare molto più rara dell'Alzheimer, hanno scoperto che la stessa via esiste nei neuroni sani, indicando la possibilità che puntare la stessa via nella forma di Alzheimer a tarda insorgenza possa essere un modo di trattare la malattia.


Il Dr Simon Ridley, responsabile della ricerca di Alzheimer's Research UK, ha dichiarato: "Siamo lieti di vedere che il nostro investimento in questa innovativa ricerca che usa la tecnologia delle cellule staminali sta potenziando la nostra comprensione dei meccanismi dell'Alzheimer. Alzheimer's Research UK si è impegnata a finanziare la ricerca pionieristica e attraverso il nostro Stem Cell Research Center all'Università di Cambridge speriamo di svelare i cambiamenti molecolari che causano la demenza, e, soprattutto, testare nuovi farmaci che fermano la progressione della malattia. Con 850.000 persone che vivono con demenza in questo paese, è fondamentale investire nella ricerca per trovare nuovi trattamenti".


La ricerca sottolinea anche la crescente importanza delle cellule staminali umane nel settore della ricerca medica. "La domanda è: perché questo percorso non è stato identificato finora, dato che l'Alzheimer è così ben studiato?", ha detto Livesey. "La risposta è che i topi non sviluppano l'Alzheimer, e non rispondono a questi farmaci; i neuroni umani lo fanno. E' qualcosa che possiamo fare solo cercando nei veri neuroni umani". (*)

 

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La ricerca è stata finanziata da Alzheimer's Research UK e dal Wellcome Trust.

 

(*) Ndt: Era ora!!! Finalmente qualcuno che osa dire che la ricerca sui topi è pressochè inutile!!!

 

 

 


Fonte: University of Cambridge (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.
Il testo di questo articolo è dato in licenza nei termini di una Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Riferimenti: Steven Moore, Lewis D.B. Evans, Therese Andersson, Erik Portelius, James Smith, Tatyana B. Dias, Nathalie Saurat, Amelia McGlade, Peter Kirwan, Kaj Blennow, John Hardy, Henrik Zetterberg, Frederick J. Livesey. APP Metabolism Regulates Tau Proteostasis in Human Cerebral Cortex Neurons. Cell Reports, 2015; DOI: 10.1016/j.celrep.2015.03.068

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Le cellule immunitarie sono un alleato, non un nemico, nella lotta all'AlzheimerL'amiloide-beta è una proteina appiccicosa che si aggrega e forma piccole placche nel cervello degli anziani ed è ritenuta una delle cause dell'Alzheimer.


Poiché le cellule immunitarie specializzate sono sempre attorno a queste placche, molti hanno teorizzato che queste cellule sono responsabili dell'infiammazione e dei danni alle cellule cerebrali circostanti.


Questa teoria sembra essere sbagliata, secondo un nuovo studio condotto da ricercatori della Yale School of Medicine, pubblicato il 29 gennaio su Nature Communications. La ricerca conclude che, invece di causare danni, queste cellule immunitarie del cervello - chiamate microglia - sembrano proteggere il cervello, mantenendo isolate le placche amiloidi.


Precedenti ricerche avevano dimostrato che non tutte le persone con grandi accumuli di placche hanno necessariamente i sintomi della demenza, il che ha portato i ricercatori a cercare altre cause del declino cognitivo. L'infiammazione è uno dei possibili colpevoli individuati dagli scienziati. Tuttavia i farmaci di Alzheimer che colpiscono l'infiammazione nel cervello non hanno dimostrato alcun beneficio.


"L'idea che l'infiammazione sia sempre negativa è una visione semplicistica e probabilmente è sbagliata quando si parla di Alzheimer", ha detto Jaime Grutzendler, professore associato del Dipartimento di Neurologia e autore senior dello studio. "In effetti, quando invecchiamo perdiamo microglia e riusciamo meno a confinare le placche, portando al rilascio di tossine dalle placche che distruggono le connessioni tra i neuroni".


Il nuovo studio ha usato la tecnologia delle scansioni ad alta risoluzione, rivelando che nel cervello dei topi, le microglia in realtà agiscono come una barriera fisica che rallenta l'espansione delle placche e blocca la capacità delle proteine di amiloide-beta, che fluttuano liberamente, di legarsi alle placche e di causare tossicità.


"Una delle possibilità è che le microglia isolino bene il resto del cervello dalle placche e potrebbe spiegare perché alcune persone che le hanno non sperimentano un grave declino cognitivo", ha detto Grutzendler. "Migliorando la funzione di schermatura delle microglia, siamo riusciti a ridurre la tossicità ai neuroni". Questa intuizione potrebbe portare a nuovi trattamenti per la malattia, ha aggiunto.

 

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Carlo Condello e Peng Yuan della Yale sono i primi co-autori della ricerca, che è stata finanziata dal National Institutes of Health.

 

 

 

 

 


Fonte:  Bill Hathaway in University of Yale  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Carlo Condello, Peng Yuan, Aaron Schain & Jaime Grutzendler. Microglia constitute a barrier that prevents neurotoxic protofibrillar Aβ42 hotspots around plaques. Nature Communications, 6, Article number: 6176. doi:10.1038/ncomms7176

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I ricordi perduti potrebbero essere ripristinati: speranza per l'Alzheimer

Una nuova ricerca effettuata alla University of California di Los Angeles (UCLA) conclude che i ricordi perduti possono essere ripristinati. I risultati offrono qualche speranza ai pazienti delle prime fasi dell'Alzheimer.


Da decenni la maggior parte dei neuroscienziati crede che i ricordi siano conservati nelle sinapsi - le connessioni tra le cellule cerebrali (neuroni) - che vengono distrutte dall'Alzheimer; questo nuovo studio fornisce la prova che contraddice l'idea che la memoria a lungo termine sia conservata nelle sinapsi.


"La memoria a lungo termine non è memorizzata nelle sinapsi", ha detto David Glanzman, autore senior dello studio, e professore di biologia integrativa, fisiologia e neurobiologia all'UCLA. "Questa è un'idea radicale, ma è dove ci portano le evidenze. Il sistema nervoso sembra essere in grado di rigenerare le connessioni sinaptiche perdute. Se è possibile ripristinare le connessioni sinaptiche, anche la memoria tornerà. Non sarà facile, ma credo che sia possibile".


I risultati dello studio sono stati pubblicati di recente in eLife, rivista scientifica on-line ad accesso libero con grande reputazione. Il team di ricerca di Glanzman sta studiando un tipo di lumaca marina chiamata Aplysia per capire l'apprendimento e la memoria dell'animale. L'Aplysia mostra una risposta difensiva per proteggere la sua branchia da potenziali danni, ed i ricercatori sono particolarmente interessati al suo riflesso di ritiro e ai neuroni sensoriali e motori che lo producono.


Hanno migliorato il riflesso di ​​ritiro della lumaca dandole diverse scariche elettriche lievi sulla coda. Il miglioramento dura per alcuni giorni dopo una serie di scosse elettriche, dimostrando così la memoria a lungo termine della lumaca. Glanzman ha spiegato che la scossa provoca il rilascio dell'ormone serotonina nel sistema nervoso centrale della lumaca.


La memoria a lungo termine è una conseguenza della crescita di nuove connessioni sinaptiche causate dalla serotonina, ha detto Glanzman, membro del Brain Research Institute dell'UCLA. Con la formazione di ricordi a lungo termine, il cervello crea nuove proteine ​​che sono coinvolte nella creazione di nuove sinapsi. Se questo processo viene interrotto - per esempio da un impatto o da altre lesioni - le proteine ​​non possono essere sintetizzate e la memoria a lungo termine non può formarsi. (Questo è il motivo per cui le persone non possono ricordare cos'è successo negli istanti prima di una commozione cerebrale).


"Se si allena un animale su un compito, si inibisce la capacità di produrre proteine ​​immediatamente dopo la formazione, e quindi si verifica ciò 24 ore più tardi, l'animale non la ricorda", ha detto Glanzman. "Tuttavia, se si allena l'animale, si attendono 24 ore, e poi si inietta un inibitore della sintesi proteica nel suo cervello, l'animale mostra una memoria perfettamente buona 24 ore più tardi. In altre parole, una volta che si formano i ricordi, se si interrompe temporaneamente la sintesi proteica, questo non influisce sulla memoria a lungo termine. Questo è vero nell'Aplysia e nel cervello umano". (Questo spiega perché i ricordi delle persone più anziane in genere sopravvivono a seguito di una commozione cerebrale).


Il team di Glanzman ha scoperto che lo stesso meccanismo vale quando si studiano i neuroni della lumaca in una capsula di Petri. I ricercatori hanno messo i neuroni sensoriali e motori che mediano il riflesso di ritiro della lumaca in una capsula di Petri, dove i neuroni hanno ri-formato le connessioni sinaptiche che esistevano quando i neuroni erano all'interno del corpo della lumaca. Quando la serotonina è stata aggiunta al piatto, si sono formate nuove connessioni sinaptiche tra i neuroni sensoriali e motori. Ma se l'aggiunta di serotonina veniva immediatamente seguita dall'aggiunta di una sostanza che inibisce la sintesi proteica, la nuova crescita sinaptica ne era bloccata; la memoria a lungo termine non poteva essere creata.


I ricercatori hanno anche voluto capire se le sinapsi scompaiono assieme ai ricordi. Per scoprirlo, hanno contato il numero di sinapsi nel piatto e poi, dopo 24 ore, hanno aggiunto un inibitore della sintesi proteica. Il giorno dopo hanno ri-contato le sinapsi. Essi hanno scoperto che le nuove sinapsi erano cresciute e le connessioni sinaptiche tra i neuroni erano rafforzate; l'ultimo trattamento con l'inibitore della sintesi proteica non aveva disturbato la memoria a lungo termine. Il fenomeno è estremamente simile a quanto avviene nel sistema nervoso della lumaca durante questo tipo di semplice apprendimento, ha detto Glanzman.


In seguito gli scienziati hanno aggiunto serotonina ad una piastra di Petri contenente un neurone sensoriale e un motoneurone, hanno aspettato 24 ore, e poi hanno aggiunto un altro breve impulso di serotonina - che serviva a ricordare ai neuroni la formazione originale - e subito dopo hanno aggiunto l'inibitore della sintesi proteica. Questa volta, hanno scoperto che la crescita sinaptica e la memoria sono state cancellate. Quando hanno ri-contato le sinapsi, hanno scoperto che il numero era tornato a quello prima della formazione, ha affermato Glanzman. Ciò suggerisce che l'impulso di «ricordo» della serotonina innesca un nuovo ciclo di consolidamento della memoria, e che inibire la sintesi proteica durante questo «riconsolidamento» cancella la memoria nei neuroni.


Se le conoscenze prevalenti fossero vere (che i ricordi vengono memorizzati nelle sinapsi) i ricercatori avrebbero dovuto trovare che le sinapsi perdute erano le stesse che erano cresciute in risposta alla serotonina. Ma non è quello che è successo: hanno invece scoperto che alcune delle nuove sinapsi erano ancora presenti e alcune erano scomparse, e anche che alcune di quelle originali erano sparite.


Glanzman ha detto che non c'è alcuno schema evidente della sparizione o mantenimento delle sinapsi, il che implica che la memoria non è memorizzata nelle sinapsi.


Quando gli scienziati hanno ripetuto l'esperimento nella lumaca, e poi hanno dato all'animale un numero modesto di scosse sulla coda - che non producono memoria a lungo termine in una semplice lumaca - è riapparsa la memoria che pensavano fosse stata completamente cancellata. Ciò implica che le connessioni sinaptiche che erano state perse si erano apparentemente ripristinate. "Questo suggerisce che la memoria non è nelle sinapsi, ma da qualche altra parte", ha detto Glanzman. "Pensiamo che sia nel nucleo dei neuroni, però non abbiamo trovato le prove".


Glanzman ha detto che questa ricerca potrebbe avere implicazioni significative per le persone con Alzheimer. In particolare, solo perché la malattia distrugge le sinapsi nel cervello non significa che i ricordi vengano distrutti. "Fino a quando i neuroni sono ancora vivi, il ricordo sarà ancora lì, il che significa che possiamo recuperare alcuni dei ricordi perduti nelle prime fasi dell'Alzheimer", ha detto. Glanzman ha aggiunto che, nelle fasi successive della malattia, i neuroni muoiono, e questo probabilmente implica che i ricordi non possono essere recuperati.


I processi cellulari e molecolari sembrano essere molto simili tra la lumaca marina e gli esseri umani, anche se la lumaca ha circa 20.000 neuroni e gli esseri umani ne hanno circa 1 trilione (mille miliardi). Ogni neurone ha diverse migliaia di sinapsi. Glanzman credeva che i ricordi traumatici potessero essere cancellati, ma ha cambiato idea. Ora egli ritiene che, poichè i ricordi sono immagazzinati nel nucleo, può essere molto più difficile modificarli. Egli continuerà a studiare come vengono ripristinati i ricordi della lumaca marina e come ri-crescono le sinapsi.


Quasi tutti i processi che sono coinvolti nella memoria della lumaca hanno anche dimostrato di essere presenti nella memoria del cervello dei mammiferi, ha detto Glanzman. In uno studio del 1997 pubblicato sulla rivista Science, Glanzman e colleghi avevano identificato un meccanismo cellulare dell'Aplysia che ha un ruolo importante nell'apprendimento e nella memoria. Una proteina recettore chiamata N-metil D-aspartato (NMDA) aumenta la forza delle connessioni sinaptiche nel sistema nervoso e ha un ruolo fondamentale nella memoria e in certi tipi di apprendimento anche nel cervello dei mammiferi. La dimostrazione di Glanzman che il recettore NMDA ha un ruolo fondamentale nell'apprendimento in un semplice animale come la lumaca marina era del tutto inaspettata in quel momento.

 

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Co-autori dello studio includono Shanping Chen, Diancai Cai e Kaycey Pearce, associati di ricerca nel laboratorio di Glanzman. La ricerca è stata finanziata dal National Institutes of Health, dal National Institute of Mental Health e dalla National Science Foundation.

 

 

 

 

 


FonteUniversity of California, Los Angeles  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Shanping Chen, Diancai Cai, Kaycey Pearce, Philip Y-W Sun, Adam C Roberts, David L Glanzman. Reinstatement of long-term memory following erasure of its behavioral and synaptic expression in Aplysia. eLife, 2014; 3 DOI: 10.7554/eLife.03896

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Colpi in testa rompono i 'camion della spazzatura' del cervello accelerando la demenzaUn nuovo studio uscito ieri sul Journal of Neuroscience dimostra che un trauma cranico può interrompere il funzionamento del sistema di rimozione dei rifiuti del cervello.


In questo caso, le proteine ​​tossiche possono accumularsi nel cervello, ponendo le basi per l'insorgenza di malattie neurodegenerative come l'Alzheimer e l'encefalopatia traumatica cronica.


"Sappiamo che il trauma cranico in età più giovane è un fattore di rischio per lo sviluppo precoce della demenza nei decenni che seguono", ha detto Maiken Nedergaard, MD, DMSc., condirettore del Center for Translational Neuromedicine alla University of Rochester e autore senior dell'articolo. "Questo studio dimostra che queste lesioni mettono in moto una serie di eventi a cascata che compromettono la capacità del cervello di eliminare i rifiuti [cellulari], consentendo alle proteine ​​come la tau di diffondersi in tutto il cervello e, infine, di raggiungere livelli tossici".


I risultati sono gli ultimi di una serie di nuove scoperte che stanno radicalmente cambiando il modo in cui gli scienziati vedono i disturbi neurologici. Queste scoperte sono possibili a seguito di uno studio pubblicato nel 2012, in cui Nedergaard ed i suoi colleghi hanno descritto un sistema precedentemente sconosciuto di rimozione dei rifiuti che è unico del cervello, che i ricercatori hanno definito [[sistema glinfatico]].


Il cervello è sostanzialmente isolato dal resto del corpo da un complesso sistema di cancelli molecolari, chiamato barriera emato-encefalica, che controlla strettamente ciò che entra ed esce dal cervello. Di conseguenza, il sistema normale di rimozione dei rifiuti del corpo non è presente nel cervello. Come per il resto del corpo, è però essenziale una tempestiva rimozione dei rifiuti dal cervello per prevenire l'accumulo incontrollato di proteine ​​tossiche e di altri detriti. Tuttavia, fino a poco tempo non si capiva come il cervello eseguisse questo compito.


Nedergaard ed i suoi colleghi hanno dimostrato che i topi, il cui cervello è molto simile a quello degli esseri umani, possiedono ciò che equivale a un sistema idraulico che si appoggia sui vasi sanguigni per pompare il fluido cerebrale spinale (CSF), il liquido che circonda il cervello, attraverso il tessuto cerebrale, spazzando via i rifiuti dagli spazi tra le cellule del cervello. Studi recenti hanno dimostrato che il sistema glinfatico è più attivo durante il sonno, spiegando così perché il sonno è così rinfrescante per la mente, e che la sua funzionalità diminuisce con l'età.


"Il fallimento del sistema glinfatico può essere uno dei motivi per cui il cervello che invecchia è così vulnerabile alle malattie come l'Alzheimer", ha detto Jeffrey Iliff, PhD, co-autore dello studio, membro del gruppo di ricerca di Nedergaard, e assistente professore alla Oregon Health and Science University. "E' sorprendente che gli stessi cambiamenti che vediamo nel cervello che invecchia si riflettano nel cervello giovane dopo una lesione cerebrale traumatica. Questo suggerisce che tali eventi possono essere il collegamento comune della neurodegenerazione, tra ciò che accade negli anziani e cosa succede dopo un trauma cerebrale".


La nuova ricerca si concentra sull'impatto che ha un trauma cranico sul sistema glinfatico. Da tempo si è osservato che la proteina tau ha un ruolo importante nel danno a lungo termine subito dal cervello dopo un trauma. La tau aiuta a stabilizzare le fibre (gli [[assoni]]) che le cellule nervose emettono per comunicare con quelle vicine. Tuttavia, durante il trauma, un gran numero di queste proteine ​​sono scrollate via dagli assoni, andando alla deriva nello spazio tra le cellule del cervello. Una volta disormeggiate dalle cellule nervose, queste proteine ​​adesive vengono attratte l'una all'altra e, nel tempo, formano "grovigli" sempre più grandi che possono diventare tossici per le funzioni cerebrali.


In circostanze normali, il sistema glinfatico è in grado di eliminare le tau randagie dal cervello. Tuttavia, quando i ricercatori hanno studiato il cervello dei topi con lesioni cerebrali traumatiche, hanno trovato che il trauma ha danneggiato il sistema glinfatico, in particolare nella capacità degli astrociti (cellule di supporto del cervello) di regolare il processo di pulizia. Gli astrociti hanno un ruolo fondamentale nell'organizzazione del flusso del CSF nel cervello. Ramificazioni di queste cellule circondano i vasi sanguigni del cervello creando uno spazio (essenzialmente un tubo all'interno di un tubo) in cui il CSF può seguire il percorso dei vasi sanguigni e fluire verso l'interno del cervello.


I rami degli astrociti che formano il "tubo" esterno sono rivestiti con un numero enorme di strutture note come canali d'acqua (aquaporine), che aiutano a garantire un flusso efficiente di CSF lungo i vasi sanguigni e verso il cervello. I ricercatori hanno osservato che dopo una lesione cerebrale traumatica, le acquaporine perdono la loro organizzazione, compromettendo il flusso del CSF nel cervello.  "Per eliminare la spazzatura il sistema glinfatico deve pompare il CSF attraverso il cervello", ha detto Nedergaard. "Questo studio sembra indicare che il sistema è molto delicato e che le piccole variazioni nell'organizzazione dei canali d'acqua possono comportare la perdita funzionale".


Molto tempo dopo l'infortunio, i ricercatori hanno notato che la tau in eccesso non veniva eliminata dal cervello degli animali, e che la stessa aveva cominciato ad aggregarsi in tutto il cervello. Negli animali con canali d'acqua acquaporine deteriorati, la tau si è accumulata molto più rapidamente.


I ricercatori hanno anche fatto eseguire agli animali una serie di esperimenti per testare la loro memoria e le capacità cognitive. Tutti gli animali con lesioni cerebrali traumatiche hanno ottenuto risultati molto peggiori rispetto ai controlli. Gli animali con funzionalità canali d'acqua compromessa sono andati anche peggio e non hanno mostrato alcun miglioramento nel tempo.


"Per lungo tempo abbiamo visto le malattie neurodegenerative come l'Alzheimer come un problema di fornitura, il che significa che credevamo che il cervello producesse troppa tau e beta-amiloide", ha detto Benjamin Plog, studente MD/PhD nel laboratorio di Nedergaard e co-autore dello studio. "Ora sembra che queste condizioni possano in definitiva essere collegate a un problema di eliminazione, per il quale qualcosa impedisce al sistema glinfatico di rimuovere i rifiuti dal cervello in modo sufficientemente veloce".

 

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Hanno collaborato anche Michael Chen, Yang Lijun, Itender Singh e Rashid Deane dell'Università di Rochester, e Douglas Zeppenfeld dell'Oregon Health and Science University. Lo studio è stato finanziato del National Institute of Neurological Disorder and Stroke e dall'American Heart Association.

 

 

 

 

 


Fonte: University of Rochester via EurekAlert! (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  J. J. Iliff, M. J. Chen, B. A. Plog, D. M. Zeppenfeld, M. Soltero, L. Yang, I. Singh, R. Deane, M. Nedergaard. Impairment of Glymphatic Pathway Function Promotes Tau Pathology after Traumatic Brain Injury. Journal of Neuroscience, 2014; 34 (49): 16180 DOI: 10.1523/JNEUROSCI.3020-14.2014

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Riprogrammare "cellule di supporto" in neuroni per riparare il cervello adulto feritoLa porzione del cervello adulto responsabile del pensiero complesso, la corteccia cerebrale, non ha la possibilità di sostituire i neuroni che muoiono a causa dell'Alzheimer, di un ictus o di altre malattie devastanti.


Uno studio pubblicato su Stem Cell Reports il 20 novembre dimostra che la proteina Sox2, da sola o in combinazione con un'altra (Ascl1), può indurre le cellule non-neuronali [[NG2 glia]], a trasformarsi in neuroni della corteccia cerebrale lesa di topi adulti.


I risultati ci rivelano che le NG2 glia rappresentano un bersaglio promettente per le strategie di sostituzione delle cellule neuronali, nel trattamento delle lesioni cerebrali traumatiche.


"Il nostro studio è il primo che dimostra in modo inequivocabile la conversione di uno specifico sottotipo di glia, la cosiddetta NG2 glia, in neuroni indotti negli animali viventi", dice l'autore senior dello studio Benedikt Berninger della Johannes Gutenberg University di Magonza. "I risultati aprono la strada a studi futuri volti a sfruttare il potenziale di queste cellule per la riparazione del cervello".


La corteccia cerebrale ha un ruolo chiave nella memoria, nell'attenzione, nella percezione, nel linguaggio e nella coscienza. A differenza di altre regioni del cervello adulto, la corteccia cerebrale non è in grado di generare nuovi neuroni dopo una lesione traumatica.


Berninger e altri avevano già dimostrato che Sox2, Ascl1, e altri [[fattori di trascrizione]] (proteine ​​che si legano a specifiche sequenze di DNA per controllare l'attività dei geni) possono indurre le "cellule di supporto" non-neuronali chiamate glia a trasformarsi in neuroni. E' difficile, però, convertire le glia in neuroni a seguito di lesioni cerebrali come l'ictus nella corteccia cerebrale adulta di animali viventi.


Per testare le possibili strategie di riparazione del cervello, Berninger e Magdalena Götz, della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, hanno inviato dei fattori di trascrizione nella corteccia cerebrale di topi adulti tre giorni dopo la lesione traumatica. Hanno scoperto con sorpresa che, da sola o in combinazione con Ascl1, la Sox2 è sufficiente a scatenare l'insorgenza di neuroni, contrariamente a quanto si credeva comunemente, vale a dire che la Sox2 impedisce alle cellule staminali di trasformarsi in cellule più mature, come i neuroni.


In particolare, la maggior parte delle cellule che si sono convertite in neuroni erano NG2 glia. Queste cellule gliali hanno avuto un'attenzione relativamente scarsa in passato, anche se rappresentano una fonte cellulare promettente per le strategie di riparazione del cervello, a causa della loro abbondanza e della capacità di proliferare per tutta la vita.


Prese nell'insieme, queste scoperte supportano l'idea che la riprogrammazione cellulare può diventare un modo di sostituire i neuroni degenerati nel cervello adulto. "Il nostro studio pone le basi per ulteriori ricerche per identificare quali stimoli supplementari potrebbero indurre questi neuroni a maturare pienamente e ad integrarsi in circuiti funzionali, consentendo potenzialmente in tal modo a questo approccio essere utilizzato nella clinica", dice Berninger.

 

 

 

 

 


Fonte: Cell Press via EurekAlert! (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Heinrich et al. Sox2-mediated conversion of NG2 glia into induced neurons in the injured adult cerebral cortex. Stem Cell Reports, November 2014, DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.stemcr.2014.10.007

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Smontata teoria prevalente sull'Alzheimer: dipende dalla Tau, non dall'AmiloideUna nuova ricerca che altera drasticamente la teoria prevalente sull'origine dell'Alzheimer è stata pubblicata on-line il 31 Ottobre da ricercatori della Georgetown University sulla rivista Molecular Neurodegeneration.


La ricerca aiuta a spiegare anche perchè alcune persone che hanno un accumulo di placca nel cervello non sviluppano la demenza, e dimostra le potenzialità di un farmaco contro il cancro per combattere la malattia.


"Questo studio suggerisce un modo completamente nuovo di guardare all'Alzheimer, che potrebbe alterare il modo in cui si studia la malattia, come si individua nelle persone e, in ultima analisi, come si tratta", dice il ricercatore senior dello studio, Charbel EH Moussa, MB, PhD, del Medical Center alla Georgetown University.

 

Morte neuronale

Moussa è il co-autore dello studio, assieme ai ricercatori della Capital Medical University di Pechino in Cina e dei Merck Research Laboratories, che hanno finanziato lo studio.


Il team di ricerca ha scoperto che è il malfunzionamento della proteina tau, non la formazione delle placche di beta-amiloide, l'evento fondamentale che spinge la morte dei neuroni nelle malattie come l'Alzheimer. Lo studio dimostra che la morte neuronale avviene quando non funziona la tau, una proteina che si trova dentro i neuroni.

 

Geni e invecchiamento

Il ruolo della tau è fornire una struttura - simile alle rotaie del treno - dentro i neuroni del cervello, che permette alle cellule di eliminare l'accumulo di proteine indesiderate e tossiche o "spazzatura".


Il malfunzionamento della tau può insorgere a causa di geni erranti o attraverso il normale processo di invecchiamento. Con l'invecchiamento, la tau potrebbe non funzionare più correttamente in alcuni individui, mentre rimane una quantità sufficiente di tau normale per aiutare a eliminare la spazzatura.


"Questo spiega le osservazioni cliniche contrastanti di persone anziane che hanno un accumulo di placca, ma non la demenza", spiega Moussa.

 

Colpevole comune

Moussa è uno degli inventori di una domanda di brevetto della Georgetown University per l'uso del nilotinib, un farmaco approvato per il trattamento del cancro, come approccio terapeutico nelle malattie neurodegenerative. Lo studio dimostra che il nilotinib può aiutare i neuroni ad eliminare la spazzatura se rimangono alcune proteine tau funzionali.


"Questo farmaco può funzionare se c'è una percentuale alta di tau buona rispetto a quella cattiva nella cellula", dice Moussa, aggiungendo che molte demenze hanno il malfunzionamento della tau e nessun accumulo di placca, ad esempio un tipo di demenza legata al Parkinson. "Il colpevole comune è la tau, quindi un farmaco che aiuta la tau a fare il suo lavoro può aiutare a proteggere contro la progressione di queste malattie".

 

 

 

 

 

 


FonteGeorgetown Univeresity Medical Center  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Simon Moussaud, Daryl R Jones, Elisabeth L Moussaud-Lamodière, Marion Delenclos, Owen A Ross and Pamela J McLean. Alpha-synuclein and tau: teammates in neurodegeneration?Molecular Neurodegeneration 2014, 9:43  doi:10.1186/1750-1326-9-43

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Preoccupazione, gelosia e malumore alzano rischio di Alzheimer per le donneLe donne che sono ansiose, gelose o di cattivo umore e angustiate in mezza età possono avere un rischio più alto di sviluppare l'Alzheimer più tardi nella vita, secondo uno studio durato quasi 40 anni, e pubblicato on-line il 1 ottobre 2014 su Neurology, la rivista medica della American Academy of Neurology.


"La maggior parte della ricerca sull'Alzheimer si è dedicata a fattori quali l'istruzione, il cuore ed i fattori di rischio del sangue, il trauma cranico, la storia familiare e la genetica", ha detto l'autore dello studio Lena Johansson, PhD, dell'Università di Göteborg in Svezia. "La personalità può influenzare il rischio individuale di demenza attraverso gli effetti sul comportamento, sullo stile di vita o sulle reazioni allo stress".


Per lo studio sono stati seguite per 38 anni 800 donne con un'età media di 46 anni, che si sono sottoposte a test di personalità per esaminare il loro livello di nevrosi ed estroversione o introversione, insieme a test sulla memoria. In questo gruppo, il 19 per cento ha sviluppato la demenza.


La nevroticità (la tendenza ad avvertire le emozioni negative) induce facilmente afflizione e tratti negativi della personalità come preoccupazione, gelosia o malumore. Le persone nevrotiche sono più propense ad esprimere rabbia, senso di colpa, invidia, ansia o depressione. L'introversione è descritta come timidezza e riserva e l'estroversione è associata alla socievolezza.


Alle donne è stato chiesto anche se avessero vissuto un periodo di stress che è durato almeno un mese nell'ambito del lavoro, della salute o della famiglia. Lo stress rimanda a sentimenti di irritabilità, tensione, nervosismo, paura, ansia o ai disturbi del sonno. Le risposte sono state classificate da zero a cinque: lo zero indicava che non avevano mai vissuto un periodo di stress, e il 5 la sperimentazione costante di stress nel corso degli ultimi cinque anni.


Le donne che davano risposte da tre a cinque sono state considerate come angustiate. Lo studio ha trovato che le donne che hanno avuto i risultati più alti nei test per le nevrosi hanno avuto il doppio del rischio di sviluppare demenza rispetto a quelle con i punteggi più bassi. Tuttavia il collegamento dipendeva dalla lunghezza del periodo di stress.


Essere solo introverse o solo socievoli non sembra influenzare il rischio di demenza, ma le donne che erano sia facilmente afflitte che introverse avevano il rischio più alto di Alzheimer nello studio. Un totale di 16 delle 63 donne (25 per cento) che erano facilmente angustiate e introverse hanno sviluppato l'Alzheimer, rispetto a 8 delle 64 donne (13 per cento) che non erano facilmente afflitte e introverse.

 

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Lo studio è stato finanziato dallo Swedish Medical Research Council, dallo Swedish Council for Working Life and Social Research, dallo Swedish Research Council for Health, Working Life and Welfare, dall'Alzheimer's Association, dall'Università di Göteborg e da altre istituzioni citate nel documento di ricerca.

 

 

 

 

 


FonteAmerican Academy of Neurology  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: L. Johansson, X. Guo, P. R. Duberstein, T. Hallstrom, M. Waern, S. Ostling, I. Skoog. Midlife personality and risk of Alzheimer disease and distress: A 38-year follow-up. Neurology, 2014; DOI: 10.1212/WNL.0000000000000907

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Invertita per la prima volta la perdita di memoria associata all'AlzheimerLa paziente uno aveva avuto due anni di perdita progressiva di memoria. Stava pensando di rinunciare al suo lavoro, che coinvolgeva l'analisi di dati e la scrittura di rapporti, si trovava disorientata guidando l'auto, e mischiava i nomi dei suoi animali domestici.

Il paziente due ha cominciato a dimenticare i volti un tempo familiari al lavoro, dimenticava la combinazione dell'armadietto in palestra, e aveva bisogno che i suoi assistenti gli ricordassero costantemente il suo programma di lavoro.

La memoria della paziente tre era così deteriorata che usava un iPad per registrare tutto, finchè non ha dimenticato la password. I suoi figli hanno iniziato a notare che era diventato normale per lei perdere il filo del discorso a metà della frase, e chiedeva loro spesso se avessero svolto i compiti che lei pensava erroneamente di aver chiesto loro di fare.


Fin dalla sua prima descrizione fatta oltre 100 anni fa, l'Alzheimer manca di un qualsiasi trattamento efficace. Questo può finalmente essere destinato a cambiare: nel primo, piccolo studio su un programma innovativo, personalizzato e completo per invertire la perdita di memoria, nove dei 10 partecipanti, compresi quelli di cui sopra, hanno visto un miglioramento soggettivo o oggettivo della loro memoria a partire da 3 / 6 mesi dopo l'avvio del programma.


Dei sei pazienti che hanno dovuto interrompere il lavoro o che avevano difficoltà con il loro lavoro al momento in cui si sono uniti allo studio, tutti sono stati in grado di tornare a lavorare o continuare a lavorare con prestazioni migliorate. I miglioramenti sono stati sostenuti, e al momento di scrivere questa relazione il paziente che è stato seguito più a lungo ha iniziato il trattamento due anni e mezzo fa.


Questi primi dieci pazienti avevano perdita di memoria associata all'Alzheimer (AD), a decadimento cognitivo lieve amnestico (aMCI), o a deficit cognitivo soggettivo (SCI, quando un paziente riferisce problemi cognitivi). Un paziente, con diagnosi di Alzheimer in fase avanzata, non è migliorato.


Lo studio, eseguito congiuntamente dal «Mary S. Easton Center for Alzheimer’s Disease Research» e dal «Buck Institute for Research on Aging» della University of California Los Angeles (UCLA), è il primo a suggerire che la perdita di memoria nei pazienti può essere invertita, e il miglioramento può essere sostenuto, con un programma terapeutico complesso di 36 punti, che coinvolge cambiamenti globali nella dieta, nella stimolazione del cervello, nell'esercizio fisico, nell'ottimizzazione del sonno, con farmaci e vitamine specifiche, e altri passi aggiuntivi che influenzano la chimica del cervello.


I risultati, pubblicati nell'edizione corrente on line della rivista Aging, "sono molto incoraggianti. Tuttavia, al momento attuale i risultati sono aneddotici, e quindi si raccomanda uno studio clinico controllato più ampio", ha detto Dale Bredesen, Professore Ordinario «Augustus Rose» di Neurologia e Direttore dell'Easton Center dell'UCLA, professore del Buck Institute, e autore del documento.


Nel caso dell'Alzheimer, nota Bredesen, non c'è un farmaco che fermi, o che anche rallenti, la progressione della malattia, e le medicine hanno solo modesti effetti sui sintomi. "Solo nel decennio passato, sono stati condotti centinaia di studi clinici per l'Alzheimer ad un costo complessivo di oltre un miliardo di dollari, senza successo", ha detto.


Altre malattie croniche, come quelle cardiovascolari, il cancro, e l'HIV, sono state migliorate attraverso l'uso di terapie combinate, ha osservato. Ma nel caso dell'Alzheimer e di altri disturbi della memoria, non sono state esplorate terapie combinate complete. Eppure, negli ultimi decenni, la ricerca genetica e biochimica ha rivelato una vasta rete di interazioni molecolari coinvolte nella patogenesi. "Questo ha suggerito che un approccio terapeutico con una base più ampia, piuttosto che un singolo farmaco che mira a un solo bersaglio, può essere fattibile e potenzialmente più efficace per il trattamento del declino cognitivo causato dall'Alzheimer", ha detto Bredesen.


Mentre ampi studi preclinici di numerosi laboratori hanno identificato singoli obiettivi patogenetici per un intervento potenziale, negli studi sull'uomo tali approcci terapeutici a singolo bersaglio non hanno avuto conferme. Ma, ha detto Bredesen, è possibile che affrontare bersagli multipli all'interno della rete sottostante l'AD possa avere successo anche se ogni obiettivo è influenzato in modo relativamente modesto. "In altre parole", ha detto, "gli effetti dei vari obiettivi possono essere additivi, o addirittura sinergici".


Il fallimento uniforme dei test di farmaci di Alzheimer ha indotto la ricerca di Bredesen a cercare di capire meglio la natura fondamentale della malattia. Il suo laboratorio ha trovato prove che l'Alzheimer deriva da uno squilibrio nella segnalazione delle cellule nervose: nel cervello normale, segnali specifici favoriscono le connessioni nervose e il processo della memoria, mentre dei segnali di bilanciamento supportano la perdita di memoria, consentendo alle informazioni irrilevanti di essere dimenticate. Ma nell'Alzheimer, l'equilibrio di questi segnali opposti è disturbato, le connessioni nervose vengono soppresse, ed i ricordi si perdono.


Il modello a obiettivi multipli e uno squilibrio nella segnalazione va contro il dogma popolare che il morbo di Alzheimer è una malattia di tossicità, causata dall'accumulo di placche adesive nel cervello. Bredesen ritiene che il peptide amiloide-beta, l'origine delle placche, ha una funzione normale del cervello - nell'ambito di un più ampio insieme di molecole che promuove i segnali che inducono le connessioni nervose a venir meno. Così l'aumento del peptide che avviene nell'Alzheimer sposta l'equilibrio produzione-memoria vs rottura-memoria a favore della perdita di memoria.


Dato tutto questo, Bredesen ha pensato che, piuttosto che mirare un singolo agente, la soluzione potrebbe essere un approccio a sistemi, quello che è in linea con l'approccio adottato con altre malattie croniche: un sistema a componenti multipli. "I farmaci di Alzheimer esistenti influenzano un singolo bersaglio, ma la malattia di Alzheimer è più complessa. Immaginiamo di avere un tetto con 36 buchi, e il tuo farmaco ne copre uno molto bene; il farmaco può aver funzionato, un unico "buco" potrebbe essere stato riparato, ma ci sono ancora altre 35 perdite, e quindi il processo sottostante potrebbe non essere stato corretto del tutto".


L'approccio di Bredesen è personalizzato sul paziente, sulla base di numerosi test per determinare ciò che sta interessando la rete di segnalazione della plasticità del cervello. Come esempio, nel caso del paziente con il lavoro impegnativo che stava dimenticando la sua strada verso casa, il suo programma terapeutico consisteva di alcuni, ma non tutti, i componenti coinvolti nel programma terapeutico di Bredesen, e comprendeva:

  1. eliminati tutti i carboidrati semplici, portando ad una perdita di peso di 9 kg;
  2. eliminato il glutine e gli alimenti trasformati dalla dieta, con un aumento di verdure, frutta e pesce non d'allevamento;
  3. ridotto lo stress, iniziando a fare yoga;
  4. come seconda misura per ridurre lo stress del suo lavoro, ha cominciato a meditare per 20 minuti due volte al giorno;
  5. preso la melatonina ogni notte;
  6. aumentato il sonno da 4-5 ore per notte a 7-8 ore;
  7. preso metilcobalamina ogni giorno;
  8. preso la vitamina D3 ogni giorno;
  9. olio di pesce ogni giorno;
  10. CoQ10 ogni giorno;
  11. ottimizzato l'igiene orale con un flosser [getto d'acqua] elettrico e uno spazzolino da denti elettrico;
  12. dopo la discussione con il suo fornitore di cure primarie, ha reintegrato la terapia ormonale sostitutiva che era stata interrotta;
  13. digiunato per un minimo di 12 ore tra la cena e la colazione, e per un minimo di tre ore tra cena e prima di coricarsi;
  14. fatto esercizio per un minimo di 30 minuti, 4-6 giorni alla settimana.


L'aspetto negativo di questo programma è la sua complessità. Non è facile da seguire, il peso ricade sui pazienti e i caregiver, e nessuno dei pazienti è riuscito a rispettare l'intero protocollo. I cambiamenti significativi a dieta e stile di vita, e le diverse pillole necessarie ogni giorno, sono state le due lamentele più comuni. La buona notizia, però, ha detto Bredesen, sono gli effetti collaterali: "È interessante notare che il principale effetto collaterale di questo sistema terapeutico è una salute migliore e un indice di massa corporea ottimale, in netto contrasto con gli effetti collaterali di molti farmaci".


I risultati di nove dei 10 pazienti riportati nel documento suggeriscono che la perdita di memoria può essere invertita, e il miglioramento sostenuto, con questo programma terapeutico, ha detto Bredesen. "Questa è la prima dimostrazione di successo", ha osservato, ammonendo però che i risultati devono essere replicati. "I risultati attuali aneddotici richiedono uno studio più ampio, non solo per confermare o smentire i risultati qui riportati, ma anche per affrontare le questioni fondamentali sollevate, come il grado di miglioramento che può essere raggiunto regolarmente, quanto avanti nel corso del declino cognitivo può avvenire l'inversione, se un tale approccio può essere efficace nei pazienti con Alzheimer familiare, e per ultimo, per quanto tempo il miglioramento può essere sostenuto", ha detto.


Il declino cognitivo è una delle principali preoccupazioni della popolazione. Già ora l'Alzheimer colpisce circa 5,4 milioni di americani e 30 milioni di persone a livello globale. Senza la prevenzione e un trattamento efficace, le prospettive per il futuro sono tetre. Entro il 2050, si stima che 160 milioni di persone nel mondo avranno la malattia, compresi 13 milioni di americani, portando al potenziale fallimento il sistema sanitario. A differenza di molte altre malattie croniche, l'Alzheimer è in aumento; stime recenti suggeriscono che l'AD è diventata la terza causa di morte negli Stati Uniti dietro le malattie cardiovascolari e il cancro.

 

 

 

 

 


FonteUniversity of California, Los Angeles  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Dale E. Bredesen. Reversal of cognitive decline: A novel therapeutic program. Aging, September 2014

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Rivelato nuovo percorso che contribuisce all'AlzheimerRicercatori del campus di Jacksonville della Mayo Clinic hanno scoperto un difetto in un percorso cruciale di segnalazione cellulare, che secondo loro contribuisce alla sovrapproduzione di proteina tossica nel cervello dei pazienti di Alzheimer, così come alla perdita di comunicazione tra i neuroni, due contribuiti significativi a questo tipo di demenza.


Il loro studio, pubblicato nel numero on line di Neuron, offre la possibilità di puntare a questo difetto specifico con farmaci che "possono ringiovanire o recuperare questo percorso", dice il primo ricercatore dello studio, Guojun Bu, PhD, neuroscienziato della Mayo Clinic di Jacksonville in Florida."Questo difetto probabilmente non è l'unico contributo allo sviluppo dell'Alzheimer, ma i nostri risultati suggeriscono che è molto importante, e potrebbe essere terapeuticamente mirato possibilmente per prevenire l'Alzheimer o per trattare precocemente la malattia".


Sappiamo che il percorso, la segnalazione Wnt, ha un ruolo critico nella sopravvivenza delle cellule, nello sviluppo embrionale e nell'attività sinaptica, i segnali elettrici e chimici necessari per l'apprendimento e la memoria. Qualsiasi squilibrio in questo percorso (troppa o troppo poca attività) porta alla malattia; la crescita eccessiva delle cellule nel cancro è un esempio di iperattivazione di questo percorso.


Mentre gran parte della ricerca sul Wnt si è concentrata sulle malattie con segnalazione Wnt iperattiva, il team del dottor Bu è uno dei primi a dimostrare il collegamento tra la segnalazione Wnt soppressa e l'Alzheimer. "La nostra ricerca ha un senso, perché i ricercatori sanno da tempo che i pazienti con cancro hanno un rischio ridotto di sviluppare l'Alzheimer, e viceversa", afferma il dottor Bu. "Ciò che non era noto è che la segnalazione Wnt è coinvolta in questa dicotomia".


Su un nuovo modello di topo i ricercatori hanno trovato il difetto chiave che porta alla soppressione della segnalazione Wnt nell'Alzheimer. Essi hanno scoperto che la «proteina 6 ​​a bassa densità legata al recettore della lipoproteina» (LRP6) è carente, e che la LRP6 regola sia la produzione di amiloide-beta, la proteina che si accumula nel cervello dei pazienti AD, sia la comunicazione tra i neuroni. Ciò significa che livelli inferiori a quelli normali di LRP6 portano ad un accumulo tossico di amiloide e danneggiano la capacità dei neuroni di comunicare tra loro.

Defective Wnt signaling resulting from loss of LRP6 causes dendritic spines and synapses to degenerate, thereby impairing communications among neurons in the brain.
I topi senza LRP6 avevano segnalazione Wnt alterata, deterioramento cognitivo, neuroinfiammazione ed eccesso di amiloide.


I ricercatori hanno convalidato la loro scoperta esaminando il tessuto cerebrale post-mortem di pazienti di Alzheimer; hanno scoperto che i livelli LRP6 erano carenti e la segnalazione Wnt gravemente compromessa nel cervello umano esaminato.


La buona notizia è che gli inibitori specifici di questo percorso sono già in fase di sperimentazione per il trattamento del cancro. "Naturalmente, non vogliamo inibire il Wnt nelle persone con Alzheimer o a rischio della malattia, ma può essere possibile usare la scienza investita nell'inibire il Wnt per capire come aumentare l'attività del percorso", dice il Dr. Bu. "Identificare composti di piccole molecole per ripristinare la LRP6 e il percorso Wnt, senza indurre effetti collaterali, può aiutare a prevenire o curare l'Alzheimer. Questo è davvero una nuova ed entusiasmante strategia, un approccio nuovo e fresco".


Hanno partecipato allo studio ricercatori della University of Kentucky, della Università di Xiamen in Cina, della University of Oklahoma e del Korea Brain Research Institute. La ricerca è stata finanziata principalmente dai National Institutes of Health, dall'Alzheimer's Association e dal Centro di Medicina Rigenerativa della Mayo Clinic.

 

 

 

 

 


FonteMayo Clinic  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Chia-Chen Liu, Chih-Wei Tsai, Ferenc Deak, Justin Rogers, Michael Penuliar, You Me Sung, James N. Maher, Yuan Fu, Xia Li, Huaxi Xu, Steven Estus, Hyang-Sook Hoe, John D. Fryer, Takahisa Kanekiyo, Guojun Bu. Deficiency in LRP6-Mediated Wnt Signaling Contributes to Synaptic Abnormalities and Amyloid Pathology in Alzheimer’s Disease. Neuron, 2014; DOI: 10.1016/j.neuron.2014.08.048

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Il donepezil, senza un esame genetico, potrebbe accelerare il declino cognitivo

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Il donepezil, un farmaco che è stato approvato per il trattamento dell'Alzheimer, non deve essere prescritto, senza un test genetico, alle persone con decadimento cognitivo lieve (MCI).


Ricercatori della School of Nursing della University of California di Los Angles (UCLA) hanno scoperto che per i portatori della variante genetica «Variante-K della butirrilcolinesterasi (BChE-K) il donezpezil potrebbe accelerare il declino cognitivo.


L'MCI è uno stato di transizione tra i cambiamenti normali della cognizione legati all'età e la demenza. Poiché molte persone con questa condizione mostrano sintomi simili a quelli causati dall'Alzheimer, alcuni medici prescrivono il donepezil, che è venduto con il marchio... [Leggi tutto]

Trovato il «punto di non ritorno» dello zucchero nell'Alzheimer

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Per la prima volta è stato stabilito un legame molecolare, un "punto di non ritorno", tra il glucosio nel sangue e l'Alzheimer, e i ricercatori hanno dimostrato che l'eccesso di glucosio danneggia un enzima essenziale coinvolto nella risposta infiammatoria alle prime fasi del morbo.


Sappiamo che i livelli anormalmente alti di zucchero nel sangue (iperglicemia) sono una caratteristica del diabete e dell'obesità, ma il suo legame con l'Alzheimer è meno familiare.


I pazienti diabetici hanno un rischio più alto di sviluppare l'Alzheimer rispetto agli individui sani. Nella malattia, delle proteine ​​anomale si aggregano per formare placche e grovigli nel cervello... [Leggi tutto]

L'analisi fai-da-te dei dati genomici è dannosa o emancipante?

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La nuova tecnologia implica trovarsi con nuove questioni di etica, pratiche migliori e accesso alle informazioni. In un articolo pubblicato su Missouri Medicine, Joel Eissenberg PhD, professore di biochimica e biologia molecolare della Saint Louis University, esplora le questioni che derivano da questi progressi, che hanno l'effetto di rompere la relazione medico-paziente per l'accesso a nuovi dati sanitari personali.


Alcune aziende offrono test del DNA tramite un campione di saliva inviato per posta. Una volta che il campione è stato testato, l'azienda offre ai consumatori un rapporto che mostra se sono portatori di una qualsiasi tra oltre 35 malattie, nonché... [Leggi tutto]

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I dati del Framingham Heart Study dimostrano che le persone che dormono costantemente più di nove ore alla notte hanno un rischio doppio di demenza in 10 anni, rispetto ai partecipanti che dormono al massimo 9 ore.


La ricerca, apparsa sulla rivista Neurology, ha scoperto che chi dorme di più ha anche un volume minore del cervello.


E' previsto che il numero di persone con Alzheimer e altre demenze crescerà ogni anno, visto che la dimensione e la proporzione della popolazione di over-65 continua ad aumentare.


A un folto gruppo di adulti iscritti al Framingham Heart Study(FHS), è stato chiesto di... [Leggi tutto]

I benefici della soia per il cuore e il cervello

I benefici della soia per il cuore e il cervello

Uno studio guidato dall'Università di Pittsburgh ha scoperto che un prodotto risultante dalla digestione di un micronutriente presente nella soia può spiegare perché alcune persone, a differenza di altre, sembrano ottenere un beneficio di protezione del cuore dai cibi a base di soia.


Gli uomini giapponesi che sono in grado di produrre l'equolo, una sostanza prodotta da alcuni tipi di batteri intestinali "buoni"quando metabolizzano gli isoflavoni (micronutrienti presenti nella soia), hanno livelli più bassi del fattore di rischio per le malattie cardiache, rispetto ai loro coetanei che non riescono a produrlo, secondo la ricerca pubblicata sul British Journal of Nutrition.... [Leggi tutto]

Dubbi sui possibili benefici della stimolazione cognitiva dei pazienti di demenza

Dubbi sui possibili benefici della stimolazione cognitiva dei pazienti di demenza

Conosciamo gli effetti positivi della stimolazione cognitiva negli anziani sani, ma non sono chiari i dati riguardanti i suoi effetti nei pazienti con demenza.


"Gli effetti della stimolazione cognitiva nei pazienti con demenza sono stati studiati attivamente negli ultimi decenni, ma la qualità e l'affidabilità degli studi sono variabili", dice la neuropsicologa Eeva-Liisa Kallio, che ha rivisto 31 studi randomizzati e controllati sulla stimolazione cognitiva nei pazienti di demenza, nella sua ricerca pubblicata sul Journal of Alzheimer's Disease.


Alcuni degli studi coinvolti nella revisione si erano focalizzati soprattutto nella stimolazione cognitiva e in altri tale stimolazione faceva parte di un... [Leggi tutto]

La ricerca sui ricordi di paura può dare indizi sull'Alzheimer

La ricerca sui ricordi di paura può dare indizi sull'Alzheimer

Capire come il cervello ricorda potrà un giorno chiarire cosa è andato storto quando la memoria viene a mancare, come ad esempio nell'Alzheimer.


Con uno studio pubblicato su Nature Neuroscience, ricercatori del Baylor College of Medicine e della Rice University rivelano per la prima volta i modelli specifici di attività elettrica, nel cervello dei topi, che sono associati a ricordi specifici, in questo caso una esperienza di paura.


Hanno scoperto che, prima che i ratti evitino un posto in cui hanno avuto un'esperienza spaventosa, il cervello richiama i ricordi del luogo fisico in cui si è verificata l'esperienza.


"Richiamiamo ricordi... [Leggi tutto]

Definito principio innovativo per far muovere i neuroni e riparare il cervello

Definito principio innovativo per far muovere i neuroni e riparare il cervello



La neuroscienza riparatrice, lo studio che tende a individuare i mezzi per sostituire i neuroni danneggiati e recuperare le capacità mentali o fisiche perse definitivamente, è un campo scientifico che sta avanzando rapidamente, considerando l'invecchiamento progressivo della società.


Una strategia interessante per la terapia che segue un danno cerebrale acuto o un ictus è l'instradamento di neuroni immaturi (che risiedono in specifiche aree cerebrali) verso i siti del danno cerebrale.


Una collaborazione tra il Centro di Ricerca sul Cervello della Medical University di Vienna e la Semmelweis University di Budapest ha rivelato che alcuni neuroni maturi sono in grado di... [Leggi tutto]

Un parlare prolisso potrebbe essere segno precoce dell'Alzheimer, secondo uno studio

Un parlare prolisso potrebbe essere segno precoce dell'Alzheimer, secondo uno studio



Aneddoti incoerenti e prolissi potrebbero essere un segno precoce dell'Alzheimer, secondo una ricerca che suggerisce che dei sottili cambiamenti nello stile discorsivo insorgono anni prima del declino mentale più grave.


Gli scienziati che stanno dietro il lavoro hanno detto che potrebbe essere possibile rilevare questi cambiamenti e prevedere se qualcuno è a rischio più di dieci anni prima di arrivare alla soglia della diagnosi di Alzheimer.


Janet Cohen Sherman, direttrice clinica del Centro Valutazione Psicologica al Massachusetts General Hospital di Boston, ha dichiarato: "Una delle sfide più grandi in questo momento, in termini di Alzheimer, è rilevare i cambiamenti molto... [Leggi tutto]

Sei in lutto per il tuo caro mentre è ancora in vita?

Sei in lutto per il tuo caro mentre è ancora in vita?

Vedere qualcuno che ami mentre si ritira lentamente dai piaceri della vita, dai rapporti stabiliti e non è più consapevole di chi e cosa ha attorno, per non parlare della sua nipote; questo mi ha toccato più di quanto pensassi fosse possibile.


La diagnosi di demenza di mia nonna mi ha fatto capire che prima di allora non ho avevo mai immaginato quello che passavano i miei pazienti e le loro famiglie. Mi ha fatto capire di più quelle «perdite» esatte, quel dolore e quel lutto di cui parlavano le persone che ho curato. Posso dire che è molto peggio... [Leggi tutto]

Quattro cose che in genere gradiscono i pazienti in ogni fase dell'Alzheimer

Quattro cose che in genere gradiscono i pazienti in ogni fase dell'Alzheimer

Questo articolo si concentra sulle attività speciali per coinvolgere e divertire le persone che hanno l'Alzheimer o un'altra demenza.


Stabilire una connessione è essenziale per il benessere delle persone che vivono con la malattia. Ci sono delle attività speciali che in genere possono raggiungere e coinvolgere le persone in qualsiasi punto della progressione della malattia, anche quelli delle fasi avanzate, che non possono più parlare o sorridere, per non parlare di riconoscere i propri cari.


E' naturale che alcune persone con il morbo non possano più essere raggiunte con un qualsiasi mezzo e non possano godere di alcun tipo di... [Leggi tutto]

La mezza età è il momento per ridurre il rischio di demenza

La mezza età è il momento per ridurre il rischio di demenza

Le persone che vogliono ridurre il rischio di demenza in età avanzata devono iniziare a cambiare il proprio stile di vita in mezza età.


Il periodo critico per ottimizzare la salute del cervello nell'invecchiamento e prevenire la demenza è fino a 20 anni prima della comparsa dei sintomi, dice la prof.ssa Sharon Naismith del Brain and Mind Centre alla Università di Sydney. Lei dirige un programma di intervento al centro che si concentra sul trattamento di pazienti nei primi stadi di demenza.


Il programma ha come obiettivo le condizioni e i comportamenti che contribuiscono al declino cognitivo, che comprendono la... [Leggi tutto]

Può essere lo squilibrio di calcio nei neuroni a innescare l'Alzheimer

Può essere lo squilibrio di calcio nei neuroni a innescare l'Alzheimer



I mitocondri - talvolta chiamati 'centrale energetica della cellula' - sono piccole strutture che trasformano il cibo in energia, in 'carburante' per le cellule.


Nei mitocondri di una cellula cerebrale gli ioni di calcio controllano quanta energia viene prodotta per il funzionamento del cervello. Ricerche precedenti avevano dimostrato che una produzione eccessiva di calcio può causare la morte dei neuroni, collegando quindi uno squilibrio di calcio con il processo neurodegenerativo dell'Alzheimer.


Fino ad ora, tuttavia, era sconosciuto il meccanismo esatto che collega la neurodegenerazione di Alzheimer con lo squilibrio di calcio mitocondriale. Una nuova ricerca, guidata da Pooja Jadiya, borsista... [Leggi tutto]

Anche il farmaco sperimentale della Merck va inserito nella catastrofe dell'Alzheimer

Anche il farmaco sperimentale della Merck va inserito nella catastrofe dell'Alzheimer

Dimentichiamoci dell'ennesimo farmaco potenziale per l'Alzheimer.


La Merck ha annunciato Martedì scorso che sta per chiudere il suo studio EPOCH dell'inibitore BACE verubecestat per Alzheimer da lieve a moderato, dopo che il comitato esterno di monitoraggio dei dati ha concluso che il farmaco è un fallimento totale, e non ha 'virtualmente' alcuna possibilità di successo.


Uno studio separato di fase III in pazienti prodromici, con risultati previsti tra due anni, continuerà perché i ricercatori non hanno trovato alcun segno di problemi di sicurezza.


Questo era uno dei migliori farmaci in fase avanzata della Merck, e le notizie del fallimento hanno fatto... [Leggi tutto]

Altro farmaco sperimentale riesce a ridurre l'Alzheimer ... dei topi

Altro farmaco sperimentale riesce a ridurre l'Alzheimer ... dei topi



Uno studio pubblicato sulla rivista Alzheimer's & Dementia ha cercato di capire se il composto AC253 può inibire una proteina "canaglia" chiamata amiloide.


La proteina si trova in gran numero nel cervello dei malati di Alzheimer e si sospetta che sia un protagonista dello sviluppo della malattia.


"Per come la vedo io, è difficile ignorare il giocatore più importante in campo, che è la proteina amiloide. Qualunque trattamento si riuscirà a sviluppare dovrà affrontare quel giocatore", dice Jack Jhamandas, professore di Neurologia della Facoltà di Medicina e Odontoiatria all'Università di Alberta e autore senior dello studio. "Nel nostro lavoro precedente avevamo dimostrato... [Leggi tutto]

Quello che non ti uccide, ti rende più forte

Quello che non ti uccide, ti rende più forte



I biologi sanno da decenni che sopportare un breve periodo di stress lieve permette agli organismi semplici e alle cellule umane di sopravvivere meglio a un successivo stress più tardi nella vita.


Ora, gli scienziati del Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute (SBP) hanno scoperto che un processo cellulare chiamato autofagia è coinvolto in modo cruciale nei benefici dello stress temporaneo.


Lo studio, pubblicato ieri su Nature Communications, crea nuovi percorsi per perseguire i trattamenti per le malattie neurologiche come l'Huntington, e probabilmente l'Alzheimer e il Parkinson.


L'autofagia è un mezzo per riciclare parti vecchie, rotte o non più necessarie di cellule,... [Leggi tutto]

Studio: la terapia ormonale potrebbe non proteggere dall'Alzheimer

Studio: la terapia ormonale potrebbe non proteggere dall'Alzheimer

L'ultimo studio su terapia ormonale e Alzheimer non mostra alcuna relazione tra i farmaci e la possibilità di sviluppare la malattia in seguito. Alcuni studi precedenti avevano dimostrato che la terapia ormonale può aumentare il rischio di malattia, mentre altri avevano dimostrato il contrario. Il nuovo studio è stato pubblicato on line ieri, 15 febbraio 2017, su Neurology®.


"Anche se le donne hanno comunque bisogno di parlare con il medico dei rischi ed i benefici della terapia ormonale in menopausa, questo studio non ha fornito la forte evidenza che la terapia ormonale sia in grado di proteggere le donne dall'Alzheimer",... [Leggi tutto]

E' depressione o demenza? La scansione SPECT aiuta a distinguerle

E' depressione o demenza? La scansione SPECT aiuta a distinguerleA sinistra scansioni SPECT cerebrali di un paziente con demenza di Alzheimer che mostra un flusso sostanzialmente ridotto di sangue al cervello nei lobi temporali e parietali, a destra quelle di una persona con depressione che ha una lieve diminuzione del flusso sanguigno nel lobo frontale. (Fonte: Amen Clinics)

Il paziente ha la depressione o un disturbo cognitivo (CD) come l'Alzheimer? O entrambi? Dal momento che entrambi i disordini hanno sintomi che si sovrappongono, come può il medico distinguerle per fare una diagnosi appropriata?


In un nuovo studio pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease, dei ricercatori hanno scoperto che la Tomografia a Emissione di Singolo Fotone (SPECT), può aiutare a distinguere queste categorie diagnostiche. "Questa è una domanda clinica cruciale che ha implicazioni pratiche per la gestione del paziente e del trattamento", ha spiegato il primo autore e psichiatra Daniel G. Amen MD. "Questi disturbi hanno prognosi e trattamenti molto diversi, e l'accuratezza diagnostica può migliorare i risultati per alcuni pazienti".


Gli autori scrivono che "il deficit cognitivo è presente in circa la metà delle persone che soffrono di depressione a insorgenza tardiva e la depressione è evidente dal 9% al 65% dei soggetti con demenza. Gli studi hanno indicato che la prevalenza della depressione nei pazienti con decadimento cognitivo lieve è del 25%. Di conseguenza, è spesso difficile distinguere in termini diagnostici la depressione e i disturbi cognitivi".


Tradizionalmente, la depressione può essere diagnosticata con strumenti come il Beck Depression Inventory. Tuttavia, non c'è alcuna differenza statisticamente significativa nel carico di sintomi di depressione su questo inventario tra persone con depressione più CD, rispetto a quelle con una delle condizioni. Questo aumenta la difficoltà di distinguere questi disturbi solo in base alla gravità dei sintomi della depressione.


"Una delle intuizioni più grandi degli ultimi dieci anni è il legame tra depressione e psicologia del declino cognitivo della vecchiaia. Raji e colleghi hanno esteso l'approccio al substrato biologico con un approccio elegante di scansione. Questi studi mettono ulteriormente l'invecchiamento cerebrale su una base biologica ferma", ha aggiunto George Perry PhD, redattore capo del Journal of Alzheimer's Disease, preside e Professore di Biologia dell'Università del Texas di San Antonio.


In quello che è uno degli studi più grandi di questo tipo, sono stati esaminati 4.541 soggetti, 847 dei quali erano stati diagnosticati con demenza, 3.269 con depressione, e 425 con entrambe le condizioni. Usando la SPECT cerebrale, una tecnica di medicina nucleare che misura il flusso e l'attività del sangue, i ricercatori hanno scoperto che le persone con disturbi cognitivi avevano un flusso ridotto di sangue in più aree del cervello di quelli con depressione, soprattutto nell'ippocampo e nei lobi temporale e parietale.


Hanno anche scoperto che la SPECT può distinguere la depressione dal CD con l'86% di precisione. Inoltre, la SPECT cerebrale ha dimostrato di distinguere la depressione o la demenza nelle persone con entrambe le patologie con l'83% di precisione.

 

 

 


Fonte: Amen Clinics via EurekAlert! (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Daniel G.Amen, Pavitra Krishnamani, Somayeh Meysami, Andrew Newberg, Cyrus A. Raji. Classification of Depression, Cognitive Disorders, and Co-Morbid Depression and Cognitive Disorders with Perfusion SPECT Neuroimaging. Journal of Alzheimer's Disease, Preprint, pp. 1-14, 2017. DOI: 10.3233/JAD-161232

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miR-29: la micromolecola anti-invecchiamento che inibisce il deposito di ferro nei neuroni

miR-29: la micromolecola anti-invecchiamento che inibisce il deposito di ferro nei neuroni

Più anziani diventiamo, più il cervello invecchia. Le capacità cognitive declinano e aumenta costantemente il rischio di sviluppare malattie neurodegenerative come la demenza, l'Alzheimer e il Parkinson o di avere un ictus. Una causa possibile è l'accumulo di molecole di ferro all'interno dei neuroni, che sembra essere comune a tutti i vertebrati.


In un progetto di ricerca collaborativo, nell'ambito del consorzio JenAge, ricercatori del Leibniz Institute on Aging / Fritz Lipmann Institute (FLI) di Jena in Germania, e della Scuola Normale Superiore (SNS) di Pisa, hanno scoperto che questo accumulo di ferro è legato a un microRNA chiamato miR-29. Finora... [Leggi tutto]

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