Non tutti i casi di Alzheimer portano alla demenza: il mistero della resilienza cognitiva

Alcuni cervelli resistono al morbo di Alzheimer (MA), anche quando la malattia è già presente. I ricercatori dell’Istituto Olandese di Neuroscienze hanno scoperto che ciò probabilmente dipende dal modo in cui specifiche cellule cerebrali, i neuroni immaturi, rispondono ai danni causati dalla malattia. Queste intuizioni stanno aiutando gli scienziati a svelare il mistero della resilienza cognitiva nell’invecchiamento.

happy senior people fooling around

Perché alcune persone sperimentano perdita di memoria e declino cognitivo mentre il MA si accumula nel cervello, mentre altre rimangono mentalmente acute? Questa domanda è al centro delle nuove ricerche sulla 'resilienza cognitiva', un fenomeno che sta guadagnando attenzione nelle neuroscienze.

"Circa il 30 per cento degli anziani che sviluppano il MA non ne sperimentano mai i sintomi", esordisce Evgenia Salta, autrice senior. "Non sappiamo davvero perché. Questo è un grande mistero, uno molto importante".

 

Il cervello può auto-ripararsi?

Una possibile spiegazione è che i cervelli resilienti sono più bravi a ripararsi durante il MA. "Forse possono aggiungere nuove cellule cerebrali a una rete che sta degenerando", dice Salta. Questa idea è collegata a un processo chiamato neurogenesi adulta, che si riferisce alla nascita di nuove cellule cerebrali (neuroni) nel cervello adulto. È ben consolidata in altri animali, ma la sua esistenza negli esseri umani è dibattuta da anni.

Per studiare questo, il team di Salta ha usato il tessuto cerebrale umano della Netherlands Brain Bank, che raccoglie e conserva campioni di cervello donati per la ricerca. Includevano cervelli di donatori di controllo senza patologia cerebrale, pazienti con MA e individui con patologia di MA che sono rimasti resilienti allo sviluppo della demenza. Il team si è concentrato su una piccola parte del centro della memoria del cervello, probabilmente una delle poche aree in cui potrebbero formarsi queste nuove cellule cerebrali.

"Queste cellule sono estremamente rare, quindi abbiamo dovuto sviluppare nuovi modi per trovarle", afferma la Salta. "Ci siamo proprio concentrati sul punto esatto in cui ci aspettavamo che fossero". Il team ha usato anche nuovi metodi di analisi dei dati per assicurarsi di poter identificare queste cellule nel modo più accurato possibile, senza fare troppo affidamento sulle ipotesi della ricerca sugli animali.

 

Trovare neuroni immaturi

Il team di Salta ha trovato quello che stava cercando: i cosiddetti neuroni “immaturi”. Queste cellule assomigliano a neuroni giovani, non completamente sviluppati.

"Anche ad un'età media di oltre 80 anni, abbiamo ancora trovato questi neuroni immaturi in tutti i gruppi", dice la Salta.

Ma la sorpresa più grande è arrivata dopo. Anche se il team si aspettava di trovare molte più cellule di questo tipo nel gruppo resiliente che nei pazienti con MA, la differenza non era così grande come previsto.

 

Non è il numero, è il comportamento

Sorprendentemente, il team ha scoperto che la differenza fondamentale risiede nel modo in cui si comportano i neuroni immaturi.

"Negli individui resilienti, queste cellule sembrano attivare programmi che li aiutano a sopravvivere e ad affrontare i danni", dice la Salta. “Vediamo anche segnali più bassi legati all’infiammazione e alla morte cellulare”.

Ciò indica una storia più complessa di quanto pensassero.

"Potrebbe non trattarsi (solo) di sostituire i neuroni perduti", spiega. "Potrebbe darsi che queste cellule supportino il tessuto circostante e aiutino il cervello a rimanere funzionale e 'giovane'. Potrebbero agire come una sorta di fertilizzante in un giardino che ha iniziato a cadere a pezzi".

Salta sta attenta a non trarre conclusioni affrettate, soprattutto alla luce del recente clamore mediatico che circonda l’argomento. Sebbene i dati suggeriscano come potrebbero funzionare le cellule, questo non può ancora essere testato direttamente. "Sulla base dei dati assumiamo la funzione delle cellule, ma non possiamo confermarlo in questo tipo di studio", spiega. “Questo è solo un pezzo di un puzzle molto grande. Non ci sarà mai un solo fattore che spieghi la resilienza”.

 

Verso nuove prospettive sul MA

In definitiva, la ricerca di Salta punta a una domanda più ampia: cosa determina il modo in cui invecchia il cervello?

“Da qualche parte lungo questa traiettoria c’è una sorta di punto decisionale”, spiega Salta. "Alcune persone rimangono stabili, altre sviluppano la demenza. Vogliamo capire cosa determina questa differenza".

Il lavoro futuro si concentrerà su come questi neuroni immaturi interagiscono con altre cellule cerebrali e su come questa interazione potrebbe influenzare la resilienza. Sebbene i risultati non forniscano risposte immediate sul motivo per cui alcune cellule si comportano diversamente nei pazienti di MA e negli individui resilienti, essi contribuiscono a un cambiamento crescente nella ricerca sul MA: dal concentrarsi esclusivamente sul progresso della malattia alla comprensione della resilienza da essa.

"La resilienza cognitiva è estremamente entusiasmante”, afferma la Salta. “Se comprendessimo cosa protegge questi cervelli, potremmo infine arrivare a nuove strategie terapeutiche”.

Per ora, il messaggio è chiaro: il cervello che invecchia potrebbe essere più adattabile e più complesso di quanto si pensa.

 

 

 


Fonte: KNAW - Netherlands Institute for Neuroscience (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: G Tosoni, [+23], E Salta. Transcriptional profiles of immature neurons in aged human hippocampus track Alzheimer’s pathology and cognitive resilience. Cell Stem Cell, 2026, DOI

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