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Molti pazienti vogliono parlare della loro fede, ma i neurologi spesso non sanno come.

Un nuovo studio offre strategie pratiche per incorporare la valutazione spirituale nelle cure neurologiche di routine.

doctor listening patient

Le persone con malattie neurologiche come il morbo di Parkinson, la demenza e l’epilessia hanno di fronte non solo il declino fisico, ma anche profonde domande sull’identità, sullo scopo e sul significato. Tuttavia, secondo un nuovo studio, i medici nella posizione migliore per affrontare tali preoccupazioni non hanno la formazione e gli strumenti adeguati per farlo.


Lo studio, pubblicato su Neurology Clinical Practice da ricercatori dell’UCLA Health, dell’Università del Colorado, della Harvard Medical School e della Brown University, sostiene che la valutazione spirituale dovrebbe diventare una parte di routine delle cure neurologiche e offre una guida pratica su come i medici possono realizzarla. Lo studio descrive perché i neurologi sono particolarmente adatti a coinvolgere i pazienti su questioni di spiritualità, e perché la riluttanza del settore a farlo potrebbe lasciare irrisolta una dimensione importante della cura del paziente.


"Le malattie neurologiche attaccano proprio le cose che definiscono chi siamo: la nostra memoria, il nostro movimento, la nostra capacità di comunicare", ha detto la prima autrice dott.ssa Indu Subramanian, neurologa dei disturbi del movimento all'UCLA e al VA Greater Los Angeles Healthcare System. "In questo contesto, la spiritualità di un paziente non è periferica rispetto alle cure mediche. Spesso è centrale nel modo in cui egli affronta la situazione, trova significato e prende decisioni sul trattamento".


La ricerca suggerisce che circa il 60% degli adulti americani esprime interesse nel vedere riconosciute le proprie preoccupazioni religiose o spirituali in un contesto medico. Allo stesso tempo, gli studi mostrano costantemente che i medici, compresi i neurologi, sono riluttanti a sollevare l’argomento, adducendo il disagio, la mancanza di formazione e i limiti di tempo. Subramanian e i coautori dell’articolo sostengono che questo divario può avere conseguenze reali per i pazienti.


Il disagio spirituale non affrontato è stato associato a una peggiore qualità della vita nei pazienti con malattie gravi, mentre il sostegno spirituale è stato collegato a un modo migliore di far fronte, a relazioni più forti tra paziente e medico e a un migliore allineamento rispetto agli obiettivi del trattamento. Per i pazienti con condizioni neurologiche progressive, che spesso sperimentano un’erosione dell’identità e della memoria insieme al declino fisico, questi fattori possono essere particolarmente significativi.


Lo studio si basa su un modello di cura biopsicosociale-spirituale, un’espansione del quadro biopsicosociale ampiamente adottato, che riconosce la spiritualità come una dimensione distinta e misurabile della salute, insieme a fattori fisici, psicologici e sociali. Questo modello è stato approvato da numerose importanti organizzazioni mediche ed è sempre più riconosciuto come rilevante per le cure neurologiche.

 

Strumenti semplici per una conversazione sensibile

Un contributo chiave dello studio è la sua guida pratica per i neurologi che desiderano integrare la valutazione spirituale nella loro pratica senza formazione o tempo aggiuntivi estesi. Gli autori consigliano di iniziare con una breve schermata di due domande che richiede meno di due minuti: chiedere se la spiritualità o la fede sono importanti per un paziente nel pensare alla propria salute e se ha o vorrebbe avere qualcuno con cui parlare di tali preoccupazioni.


Per i medici che preferiscono un approccio meno diretto, si suggeriscono domande aperte come "Cosa ho bisogno di sapere su di te come persona per offrirti la migliore assistenza possibile?" oppure “Da dove trai la tua forza?”. Gli autori descrivono anche un quadro di Fede, Importanza, Comunità e Indirizzo (FICI), uno strumento strutturato per acquisire una storia spirituale più dettagliata, nonché frasi che i medici dovrebbero ascoltare e che potrebbero segnalare un disagio spirituale non affrontato, come "Perché mi sta succedendo questo?" oppure “Ho perso il contatto con la mia fede dopo questa diagnosi”.


La Subramanian ha sottolineato che i neurologi non devono agire come consulenti spirituali ma possono funzionare come 'generalisti spirituali' in grado di identificare i bisogni di un paziente, convalidare le sue convinzioni e indirizzarlo a sacerdoti, psicoterapeuti o leader religiosi della comunità quando appropriato.

 

Il punto di vista di un paziente

Lo studio include la voce di Kirk Hall, un paziente con Parkinson e coautore dello studio, che descrive come la fede sia stata fondamentale per affrontare la sua diagnosi: "Non mi è sfuggito che questo è un dono di Dio, anche se non sono necessariamente d'accordo con la Sua scelta della confezione regalo", scrive Hall. “La nostra convinzione che saremo attrezzati per affrontare qualunque cosa accada è estremamente confortante per noi”.

Il suo punto di vista, notano gli autori, illustra ciò che la ricerca ha dimostrato: per molti pazienti, la spiritualità non è una integrazione delle cure mediche, ma un fondamento per la resilienza.

 

Vantaggi per i medici

Lo studio affronta anche ciò che gli autori descrivono come una dimensione sottovalutata della cura spirituale in medicina: il suo potenziale beneficio per i medici stessi. Gli studi citati nel documento indicano che la formazione in materia di assistenza spirituale è associata a una riduzione del burnout, a un minore stress legato al lavoro e a un miglioramento del benessere tra i medici.


Praticare la medicina in un modo che tenga conto della piena umanità dei pazienti, sostengono gli autori, può aiutare i neurologi a trovare un significato maggiore nel loro lavoro.

 

 

 


Fonte: University of California Los Angeles (> English) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: I Subramanian, [+3], WCurt LaFrance Jr. Spiritual Assessment of Neurologic Patients. A Practical Approach. Clinical Practice, 2026, DOI

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