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La demenza non mi ha rubato mia madre. Ha rivelato il suo sé più vero.

La demenza non mi ha rubato mia madre. Ha rivelato il suo sé più vero.Foto: Daria Shevtsova / unsplash

"Tua madre se n'è andata. Lei non è più qui". Questo è quello che mi dicevano le persone durante l'ultimo anno e mezzo di vita di mia madre, quando soffriva di demenza.


Lei sapeva che la sua mente stava svanendo ed è diventata estremamente ansiosa, incapace di stare ferma o dormire. Era spesso convinta di essere in ritardo per un volo o un autobus o che aveva bisogno di fare qualcosa, ma non riusciva a ricordare cosa. La sua personalità calma è cambiata ed è stato difficile vederla soffrire. Un mio familiare ha detto che preferirebbe morire piuttosto che avere la demenza.


Mia madre ha cresciuto sei figli, ma si prendeva cura di molte altre persone. Non faceva volontariato o servizio di comunità, come è richiesto ai bambini ora. Ha semplicemente dato se stessa. Mia madre aveva un occhio di riguardo per le persone che avevano bisogno di amore, gentilezza e un orecchio per ascoltarle.


Questo non è stato sempre facile per me o per gli altri familiari. È stata coinvolta con troppe persone, si è allargata troppo, diremmo, con un tono critico. Si è presa cura degli ex compagni di classe, dei vicini di casa, delle persone che incontrava in chiesa. La famiglia allargata e gli amici avevano pietà di mia madre. "Povera Peggy. Non sa come godersi la vita. Non sa come prendersi cura di se stessa. Perché sta andando a trovare questo o quel malato invece di farsi fare le unghie o andare in vacanza?"


Mio padre, i miei fratelli e io pensavamo che queste persone bisognose si approfittassero di lei. Quando si è presa cura di una donna anziana e lunatica della chiesa, che aveva 5 o 6 figli adulti, le ho chiesto in tono inquisitorio: "Perché queste persone non si prendono cura della loro madre? Perché devi prenderti cura di questa signora, povera ed eccentrica com'era?". Mia madre si è sentita ferita. Ha detto che pensava che fosse la cosa cristiana da fare.


Ora suppongo di essermi sentito geloso del suo tempo e amore; volevo tutto per me e per la nostra famiglia. O forse ho visto questo amore e l'ho ignorato perché mi ha indotto a chiedermi: "Perché non sto facendo di più?" Ma il vero amore non è geloso, dice San Paolo.


Una volta mi disse che quando ha avuto il primo figlio, lo amava così tanto da preoccuparsi di non avere abbastanza amore per un altro figlio. Ha continuato per altri cinque. L'amore è l'unica cosa al mondo che più dai, più aumenta, ha detto. Amava i suoi figli e amava queste persone bisognose.


Anche quando soffriva di demenza, l'amore era ancora lì. Lo staff della casa di cura ci ha detto - lamentato, in un certo senso - che cercava spesso di aiutare gli altri ospiti, prendendoli per le braccia per aiutarli ad alzarsi dalla sedia o riposizionando il loro deambulatore.


Una volta, quando era ancora a casa, le ho dato mio figlio di 5 mesi in modo che potesse dargli da bere da una bottiglia. Lo mise in grembo e lo nutrì. La sua ansia si placò. Quando si prendeva cura degli altri, sapeva chi era di nuovo. Queste erano le poche volte in cui era calma.


La demenza trasformava l'ego di mia madre in un caos disordinato che i nostri ego non potevano comprendere. Se dimenticava il nostro nome, dicevamo con amarezza che questo significava che non sapeva chi eravamo. Ma nel suo profondo, lei lo sapeva. Il suo cervello non riusciva più a trovare il nome dei suoi figli e figlie. Siamo rimasti feriti quando non riusciva a ricordare i nostri nomi. I nostri ego bramano il riconoscimento, ma la nostra mamma non poteva più fornire quel tipo di approvazione.


Invece che a un discorso lucido, mia madre rispondeva alla comunicazione muta. Quando mio papà andava a sedersi con lei, come faceva ogni giorno dopo che si era trasferita nella casa di cura, anche lei spesso si sedeva, smetteva di camminare e di rovistare continuamente, e si addormentavano entrambi immediatamente sulla sedia. "Guarda questi due", noi si diceva, "seduti sul divano a dormire. Perché papà non sta cercando di parlare con lei?". Non riuscivamo a capirlo. Dopo quasi 53 anni di matrimonio, non avevano bisogno di parole e, con la sua demenza, le parole non facevano che peggiorare le cose.


Thomas Merton scrisse che a causa della caduta di Adamo "l'uomo si è alienato dal suo sé interiore che è l'immagine di Dio". Il nostro ego auto costruito, che presentiamo al mondo come il nostro vero sé, non è, infatti, il nostro vero sé. Piuttosto, il nostro vero sé è nascosto al mondo; è dove abita Dio. Dopo la nostra morte, il nostro ego scomparirà nel nulla e rimarrà solo il nostro vero sé. Merton descrive questo vero sé come non più una 'individualità' separata, ma uno stato di essere in cui i nostri desideri, sentimenti e amori sono condivisi con Dio.


A coloro che la amavano, incluso me stesso, sembrava che l'identità di mia madre fosse persa per la demenza. Ora capisco che qualcosa di essenziale era rimasto. Quelli che dicevano che lei se n'era andata si sbagliavano. Potremmo aver faticato a parlare con lei, ma nostra madre era ancora lì. Ciò che restava era il suo sé più profondo, più vero, un luogo in cui gli anni in cui si era presa cura degli altri avevano fatto dimorare Cristo.

 

 

 


Fonte: Joseph P. Creamer in America Magazine (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Copyright: Tutti i diritti di eventuali testi o marchi citati nell'articolo sono riservati ai rispettivi proprietari.

Liberatoria: Questo articolo non propone terapie o diete; per qualsiasi modifica della propria cura o regime alimentare si consiglia di rivolgersi a un medico o dietologo. Il contenuto non rappresenta necessariamente l'opinione dell'Associazione Alzheimer onlus di Riese Pio X ma solo quella dell'autore citato come "Fonte". I siti terzi raggiungibili da eventuali collegamenti contenuti nell'articolo e/o dagli annunci pubblicitari sono completamente estranei all'Associazione, il loro accesso e uso è a discrezione dell'utente. Liberatoria completa qui.

Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

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