La sentenza obbliga a rifondere 25mila euro alla famiglia dell’anziano che non doveva pagare la quota sociale. Il legale Franchi: “I principi della Cassazione stanno diventando patrimonio comune della giurisprudenza”

C’è chi è costretto a vendere la casa e chi ha speso i risparmi di tutta una vita per fare assistere genitori o familiari in Rsa quando a casa non è possibile. In molti casi, però, non si dovrebbe tirare fuori neppure un centesimo. Una sentenza che si inserisce in un orientamento ormai consolidato: il Tribunale di Firenze ha condannato la Rsa San Lorenzo del Consorzio Zenit, la Regione Toscana e l’Asl Toscana centro a rimborsare oltre 25mila euro alla famiglia di Piero Gargiulo, paziente affetto da grave demenza a seguito di un ictus, poi scomparso nel luglio 2023.
Una vittoria per le famiglie
È una vittoria per le famiglie dei malati di demenza. Molto meno per i conti della sanità pubblica. Il giudice infatti ha dichiarato nullo il contratto sottoscritto con la struttura e ha ribadito un principio ormai consolidato e cioè che dovrebbero essere a totale carico del sistema sanitario pubblico le rette (sia per la quota sanitaria sia per la quota assistenziale) per i pazienti in cui cura e assistenza sono inscindibili. In altre parole, quando un malato è così grave che assistenza e cure mediche non possono essere separate, la retta della Rsa non dovrebbe essere pagata dalle famiglie ma dal sistema sanitario pubblico. È il principio affermato più volte dalla Corte di Cassazione e ormai recepito da numerose sentenze dei tribunali italiani.
“Questa sentenza conferma ancora una volta che i principi affermati dalla Cassazione stanno diventando patrimonio comune della giurisprudenza italiana”, spiega il legale Giovanni Franchi, presidente di Konsumer Italia per la regione Emilia Romagna, che da vent’anni porta avanti questa battaglia e che in Toscana ha già vinto con casi analoghi a Pisa, Pistoia e Lucca. “Il Tribunale di Firenze ha applicato correttamente il criterio della inscindibilità delle prestazioni: un paziente con demenza grave, totalmente non autosufficiente, affetto da molte patologie croniche non può pagare l’assistenza perché si tratta di una prestazione sanitaria a tutti gli effetti. La Rsa in questo caso è come fosse un ospedale”.
Nel caso specifico della sentenza fiorentina Piero Gargiulo era stato ricoverato nella Rsa San Lorenzo di Firenze nell’agosto 2020. Soffriva di decadimento cognitivo grave in encefalopatia vascolare cronica, ipertensione non controllata, diabete e idrocefalo. Era invalido al 100% e necessitava di assistenza continua. Il consulente tecnico d’ufficio nominato dal Tribunale ha confermato che le sue cure sociosanitarie erano inscindibilmente integrate a quelle sanitarie. Eppure la famiglia era stata costretta a versare una retta mensile di 1.688 euro per la quota sociale.
I numeri sulla demenza
La questione delle rette Rsa in Toscana è particolarmente rilevante: nella regione le demenze colpiscono oltre 80mila persone sopra i 65 anni, a cui si aggiungono circa 1.500 casi di demenza precoce. A livello nazionale se l’orientamento giurisprudenziale fosse applicato ovunque, il servizio sanitario nazionale dovrebbe far fronte a una spesa annua superiore ai 10 miliardi di euro, oggi non finanziata. Gli stanziamenti previsti dal Fondo per l’Alzheimer e le demenze e dalla Finanziaria risultano largamente insufficienti. Servirebbe una nuova legge per impedire che le famiglie lasciate sole nel dramma della malattia e della demenza siano costrette a far valere i propri diritti costringendosi a lunghe e logoranti battaglie legali di cui solo i sopravvissuti riescono a vedere la fine.
Fonte: La Nazione - Firenze
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