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Danza dei neuroni: le vibrazioni dei cellule cerebrali possono aiutare a curare l'Alzheimer

Pensate al getto di acqua e inchiostro del calamaro. Il nervo che alimenta questo riflesso è così grande che sembra un vaso sanguigno.


Quando uno zoologo britannico ha iniziato a fare esperimenti con esso nel 1930, il neurone del calamaro ha trasformato ciò che sapevamo sul cervello. Il nervo, abbastanza spesso da bloccare e registrare cambiamenti elettrici attraverso la sua membrana, ha fatto luce sui circuiti del nostro cranio.


Le grandi cellule cerebrali del calamaro hanno iniziato una rivoluzione nel campo delle neuroscienze, facendo ottenere in ultima analisi 5 premi Nobel a 13 scienziati in più di 50 anni. Il modello ha ispirato farmaci come il Prozac e lo Xanax. Ma il quadro di segnalazione neurale emerso finora aveva più a che fare con la chimica e l'elettricità, che non con la meccanica. Fino a poco tempo fa, pochi scienziati prestavano attenzione ai movimenti dei neuroni.


"Pensiamo al cuore", spiega William Tyler, professore dell'Arizona State University, che studia la modulazione ultrasonica dei neuroni. "Tutti sanno che il battito del cuore ha una componente meccanica. Ma dimentichiamo che anche i neuroni sono oggetti meccanici. Cosa succede quando le placche di proteine si accumulano nel cervello, come nell'Alzheimer? Si modifica la rigidità del neurone, proprio come si intasano le arterie mangiando cibi grassi".


Una nuova ricerca di due giovani scienziati, pubblicata sulla rivista Nature Communications, mostra come i neuroni vibrano in sintonia con la loro attivazione. Questo suggerisce che le malattie del cervello possono essere influenzate non solo da squilibri chimici (la "zuppa" da lungo tempo ipotizzata come causa dei disturbi dell'umore) ma anche dal movimento dei nervi.


Come ha detto Isaac Newton, il progresso scientifico è costruito sulle spalle di giganti. Questo è certamente vero per Ahmed El Hady, neuroscienziato, e Ben Machta, fisico, entrambi a Princeton. La loro ricerca si basa su una storia che ha avuto inizio nella seconda guerra mondiale, con scienziati dei campi opposti. Due inglesi a Cambridge hanno guidato il gruppo con gli studi sul neurone del calamaro: Alan Hodgkin e Andrew Huxley (fratellastro di Aldous, autore di Brave New World). Nella loro ormai famosa ricerca del 1952, che è ancora una lettura obbligatoria per gli studenti universitari di neuroscienze, hanno descritto ciò che equivale al codice Morse del cervello: il picco di tensione si propaga sul nervo in risposta a ioni caricati che attraversano la sua membrana.


In Giappone, nel frattempo, un biochimico stava studiando il rivestimento bianco intorno alle fibre nervose grigie. Questa "materia bianca" grassa è caratteristica, e Ichiji Tasaki si era chiesto a che cosa servisse. Ha scoperto che questa guaina, chiamata mielina, funge da isolante per il cavo di uscita del neurone, accelerando i segnali cerebrali. Così fin dall'inizio della sua carriera, Tasaki si è concentrato sulla descrizione dei neuroni come oggetti, come fili avvolti con nastro isolante.


Dopo la sconfitta dell'Asse, Tasaki si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha fatto ricerca focalizzata sull'udito: come i suoni diventano elettricità nell'orecchio. Quando le onde sonore entrano nell'orecchio attraverso l'aria, creano onde liquide nella coclea dell'orecchio interno, che piegano piccole cellule a forma di minuscoli peli. Con il piegamento delle cellule ciliate, esse aprono canali ionici in membrane nervose, convertendo questa onda fisica in un segnale elettrico. Tasaki ha ipotizzato che il cervello potrebbe amplificare i segnali nello stesso modo, con i neuroni che si muovono.


Torniamo ad oggi: nuove immagini ad alta risoluzione mostrano la struttura delle cellule del cervello a un livello mai visto prima. In un articolo pubblicato da scienziati di Harvard su Science nel 2013, le immagini rosse e verdi sono belle e intricate: i neuroni sono rigati in modo uniforme in anelli di actina, la proteina che sorregge lo scheletro della cellula. Raggruppati intorno a ogni striscia, secondo gli autori, ci sono i canali del sodio che i neuroni hanno bisogno di «sparare».


El Hady e Machta si sono chiesti: perché l'evoluzione avrebbe progettato una struttura del genere? Gli anelli, distanziati ritmicamente, hanno fatto pensare che potesse essere coinvolta un'onda fisica. Se i neuroni ondeggiano ogni volta che inviano un segnale, forse l'apertura e la chiusura dei canali del sodio sono orchestrati con precisione dalla spaziatura di queste strisce.


I due hanno applicato nuova matematica a 70 anni di studi sui calamari, aguglie e altri animali con grandi neuroni. La loro ricerca è stata anche alimentata dalle nuove tecnologie: un metodo di microscopia che ha fatto vincere a tre chimici un premio Nobel lo scorso anno. Questa tecnica a super-risoluzione, chiamata STED, li ha aiutati a mettere insieme una storia di come si muovono i nervi quando parlano.


El Hady e Machta descrivono in dettaglio come l'onda elettrica che scende nell'assone, il cavo di uscita del nervo, può indurre l'assone a muoversi in modo sistematico. Se questa danza delle cellule cerebrali è interrotta da una struttura cellulare eccessivamente fragile, elastica o disordinata, il risultato potrebbe essere un'interruzione dell'umore o della velocità e qualità del pensiero.


La Thync Inc., società di cui Jamie Tyler è cofondatore, sta lavorando per sviluppare gli strumenti per far muovere le cellule del cervello con gli ultrasuoni. Questo cambiamento fisico dei neuroni, secondo Tyler, potrebbe presto essere applicato per trattare gli effetti di colpi improvvisi al cervello, come commozioni cerebrali e colpi di frusta, ma anche malattie come l'Alzheimer e il Parkinson, entrambi i quali modificano l'elasticità delle cellule cerebrali.


Una nuova tecnologia chiamata elastografia a risonanza magnetica invece permette agli scienziati di vedere la fragilità dei nervi. Questo strumento potrebbe un giorno essere usato nella diagnostica, per individuare l'irrigidimento delle cellule cerebrali prima che il paziente mostri i sintomi di una malattia come l'Alzheimer.


Ichiji Tasaki è morto sei anni fa all'età di 99 anni. Quindi, non ha mai visto l'aumento di interesse nel modo in cui si muovono i nervi. Ma la danza cellulare che egli ha tranquillamente esplorato nel suo laboratorio per più di 70 anni può essere più importante di quanto lui avesse mai saputo.


Fortunatamente per Tasaki e il calamaro, la scienza è lungimirante con il successo.

 

 

 

 

 


Fonte: Taylor Beck in The Week (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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Nota: L'articolo potrebbe riferire risultati di ricerche mediche, psicologiche, scientifiche o sportive che riflettono lo stato delle conoscenze raggiunte fino alla data della loro pubblicazione.


 

Un legame tra proteina punta a una possibile cura futura per l'AlzheimerDei ricercatori hanno assodato come sono collegate delle proteine che hanno un ruolo chiave nell'Alzheimer, in un percorso che ne controlla la progressione, e che farmaci che puntano questo percorso possono essere un potenziale nuovo modo di trattare la malattia.


I risultati sono stati pubblicati il 23 aprile sulla rivista Cell Reports.


Gli scienziati dell'Università di Cambridge hanno scoperto che, quando la «proteina precursore dell'amiloide» (APP) è suddivisa in frammenti di proteine tossiche amiloidi-beta, essa provoca cambiamenti nel comportamento di un'altra proteina chiave, la tau.


Sebbene i collegamenti tra queste proteine siano stati descritti da precedenti lavori, questa ricerca ha identificato una nuova associazione tra di loro, e ha scoperto che la manipolazione del tasso con il quale viene rotta l'APP è direttamente collegata ai livelli di tau.


Anche se non si sa esattamente la causa dell'Alzheimer, sappiamo che l'amiloide-beta e la tau si accumulano nel cervello, formando "placche" e "grovigli" che disturbano le connessioni tra i neuroni, e alla fine uccidendoli. Non ci sono trattamenti per fermare o invertire la progressione della malattia, anche se i ricercatori stanno iniziando a comprendere i meccanismi che ne causano il progredire.


La maggior parte delle persone che sviluppano l'Alzheimer iniziano a mostrare i sintomi in età avanzata, in genere dopo i 60 o i 70 anni. Tuttavia, tra l'uno e il cinque per cento delle persone con Alzheimer hanno una versione genetica della malattia che si tramanda nella famiglia, con una insorgenza variabile di solito dai 30 ai 40 anni di età.


I ricercatori di Cambridge hanno usato cellule della pelle di individui con la forma genetica dell'Alzheimer e le hanno riprogrammate per diventare cellule staminali pluripotenti indotte, che possono diventare qualsiasi tipo di cellule del corpo. Le cellule staminali sono state poi istruite a diventare neuroni con tutte le caratteristiche dell'Alzheimer.


Lavorando con questi gruppi di neuroni umani, in sostanza dei «mini cervelli», i ricercatori hanno usato tre classi di farmaci per manipolare il tasso al quale è «masticata» l'APP, inibendo gli enzimi secretasi che sono responsabili della rottura in frammenti di amiloide-beta. Con farmaci che aumentano o diminuiscono la velocità di taglio dell'APP, hanno osservato che pure i livelli di tau possono essere alterati.


Ricerche precedenti, che avevano esaminato il legame tra amiloide-beta e tau, avevano scoperto che una volta che l'APP è scissa, un pezzo di amiloide-beta esce fuori della cellula, innescando una maggiore produzione di tau. "Quello che abbiamo visto è che c'è una seconda via, e che l'amiloide-beta non deve essere fuori della cellula per modificare i livelli di tau; in sostanza, la cellula lo fa da se stessa", ha detto il dottor Rick Livesey di la Wellcome Trust/Cancer Research UK Gurdon Institute, che ha guidato la ricerca.


Anche se i ricercatori hanno identificato questo percorso in neuroni con la forma familiare molto più rara dell'Alzheimer, hanno scoperto che la stessa via esiste nei neuroni sani, indicando la possibilità che puntare la stessa via nella forma di Alzheimer a tarda insorgenza possa essere un modo di trattare la malattia.


Il Dr Simon Ridley, responsabile della ricerca di Alzheimer's Research UK, ha dichiarato: "Siamo lieti di vedere che il nostro investimento in questa innovativa ricerca che usa la tecnologia delle cellule staminali sta potenziando la nostra comprensione dei meccanismi dell'Alzheimer. Alzheimer's Research UK si è impegnata a finanziare la ricerca pionieristica e attraverso il nostro Stem Cell Research Center all'Università di Cambridge speriamo di svelare i cambiamenti molecolari che causano la demenza, e, soprattutto, testare nuovi farmaci che fermano la progressione della malattia. Con 850.000 persone che vivono con demenza in questo paese, è fondamentale investire nella ricerca per trovare nuovi trattamenti".


La ricerca sottolinea anche la crescente importanza delle cellule staminali umane nel settore della ricerca medica. "La domanda è: perché questo percorso non è stato identificato finora, dato che l'Alzheimer è così ben studiato?", ha detto Livesey. "La risposta è che i topi non sviluppano l'Alzheimer, e non rispondono a questi farmaci; i neuroni umani lo fanno. E' qualcosa che possiamo fare solo cercando nei veri neuroni umani". (*)

 

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La ricerca è stata finanziata da Alzheimer's Research UK e dal Wellcome Trust.

 

(*) Ndt: Era ora!!! Finalmente qualcuno che osa dire che la ricerca sui topi è pressochè inutile!!!

 

 

 


Fonte: University of Cambridge (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.
Il testo di questo articolo è dato in licenza nei termini di una Creative Commons Attribution 4.0 International License.

Riferimenti: Steven Moore, Lewis D.B. Evans, Therese Andersson, Erik Portelius, James Smith, Tatyana B. Dias, Nathalie Saurat, Amelia McGlade, Peter Kirwan, Kaj Blennow, John Hardy, Henrik Zetterberg, Frederick J. Livesey. APP Metabolism Regulates Tau Proteostasis in Human Cerebral Cortex Neurons. Cell Reports, 2015; DOI: 10.1016/j.celrep.2015.03.068

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Le cellule immunitarie sono un alleato, non un nemico, nella lotta all'AlzheimerL'amiloide-beta è una proteina appiccicosa che si aggrega e forma piccole placche nel cervello degli anziani ed è ritenuta una delle cause dell'Alzheimer.


Poiché le cellule immunitarie specializzate sono sempre attorno a queste placche, molti hanno teorizzato che queste cellule sono responsabili dell'infiammazione e dei danni alle cellule cerebrali circostanti.


Questa teoria sembra essere sbagliata, secondo un nuovo studio condotto da ricercatori della Yale School of Medicine, pubblicato il 29 gennaio su Nature Communications. La ricerca conclude che, invece di causare danni, queste cellule immunitarie del cervello - chiamate microglia - sembrano proteggere il cervello, mantenendo isolate le placche amiloidi.


Precedenti ricerche avevano dimostrato che non tutte le persone con grandi accumuli di placche hanno necessariamente i sintomi della demenza, il che ha portato i ricercatori a cercare altre cause del declino cognitivo. L'infiammazione è uno dei possibili colpevoli individuati dagli scienziati. Tuttavia i farmaci di Alzheimer che colpiscono l'infiammazione nel cervello non hanno dimostrato alcun beneficio.


"L'idea che l'infiammazione sia sempre negativa è una visione semplicistica e probabilmente è sbagliata quando si parla di Alzheimer", ha detto Jaime Grutzendler, professore associato del Dipartimento di Neurologia e autore senior dello studio. "In effetti, quando invecchiamo perdiamo microglia e riusciamo meno a confinare le placche, portando al rilascio di tossine dalle placche che distruggono le connessioni tra i neuroni".


Il nuovo studio ha usato la tecnologia delle scansioni ad alta risoluzione, rivelando che nel cervello dei topi, le microglia in realtà agiscono come una barriera fisica che rallenta l'espansione delle placche e blocca la capacità delle proteine di amiloide-beta, che fluttuano liberamente, di legarsi alle placche e di causare tossicità.


"Una delle possibilità è che le microglia isolino bene il resto del cervello dalle placche e potrebbe spiegare perché alcune persone che le hanno non sperimentano un grave declino cognitivo", ha detto Grutzendler. "Migliorando la funzione di schermatura delle microglia, siamo riusciti a ridurre la tossicità ai neuroni". Questa intuizione potrebbe portare a nuovi trattamenti per la malattia, ha aggiunto.

 

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Carlo Condello e Peng Yuan della Yale sono i primi co-autori della ricerca, che è stata finanziata dal National Institutes of Health.

 

 

 

 

 


Fonte:  Bill Hathaway in University of Yale  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: Carlo Condello, Peng Yuan, Aaron Schain & Jaime Grutzendler. Microglia constitute a barrier that prevents neurotoxic protofibrillar Aβ42 hotspots around plaques. Nature Communications, 6, Article number: 6176. doi:10.1038/ncomms7176

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I ricordi perduti potrebbero essere ripristinati: speranza per l'Alzheimer

Una nuova ricerca effettuata alla University of California di Los Angeles (UCLA) conclude che i ricordi perduti possono essere ripristinati. I risultati offrono qualche speranza ai pazienti delle prime fasi dell'Alzheimer.


Da decenni la maggior parte dei neuroscienziati crede che i ricordi siano conservati nelle sinapsi - le connessioni tra le cellule cerebrali (neuroni) - che vengono distrutte dall'Alzheimer; questo nuovo studio fornisce la prova che contraddice l'idea che la memoria a lungo termine sia conservata nelle sinapsi.


"La memoria a lungo termine non è memorizzata nelle sinapsi", ha detto David Glanzman, autore senior dello studio, e professore di biologia integrativa, fisiologia e neurobiologia all'UCLA. "Questa è un'idea radicale, ma è dove ci portano le evidenze. Il sistema nervoso sembra essere in grado di rigenerare le connessioni sinaptiche perdute. Se è possibile ripristinare le connessioni sinaptiche, anche la memoria tornerà. Non sarà facile, ma credo che sia possibile".


I risultati dello studio sono stati pubblicati di recente in eLife, rivista scientifica on-line ad accesso libero con grande reputazione. Il team di ricerca di Glanzman sta studiando un tipo di lumaca marina chiamata Aplysia per capire l'apprendimento e la memoria dell'animale. L'Aplysia mostra una risposta difensiva per proteggere la sua branchia da potenziali danni, ed i ricercatori sono particolarmente interessati al suo riflesso di ritiro e ai neuroni sensoriali e motori che lo producono.


Hanno migliorato il riflesso di ​​ritiro della lumaca dandole diverse scariche elettriche lievi sulla coda. Il miglioramento dura per alcuni giorni dopo una serie di scosse elettriche, dimostrando così la memoria a lungo termine della lumaca. Glanzman ha spiegato che la scossa provoca il rilascio dell'ormone serotonina nel sistema nervoso centrale della lumaca.


La memoria a lungo termine è una conseguenza della crescita di nuove connessioni sinaptiche causate dalla serotonina, ha detto Glanzman, membro del Brain Research Institute dell'UCLA. Con la formazione di ricordi a lungo termine, il cervello crea nuove proteine ​​che sono coinvolte nella creazione di nuove sinapsi. Se questo processo viene interrotto - per esempio da un impatto o da altre lesioni - le proteine ​​non possono essere sintetizzate e la memoria a lungo termine non può formarsi. (Questo è il motivo per cui le persone non possono ricordare cos'è successo negli istanti prima di una commozione cerebrale).


"Se si allena un animale su un compito, si inibisce la capacità di produrre proteine ​​immediatamente dopo la formazione, e quindi si verifica ciò 24 ore più tardi, l'animale non la ricorda", ha detto Glanzman. "Tuttavia, se si allena l'animale, si attendono 24 ore, e poi si inietta un inibitore della sintesi proteica nel suo cervello, l'animale mostra una memoria perfettamente buona 24 ore più tardi. In altre parole, una volta che si formano i ricordi, se si interrompe temporaneamente la sintesi proteica, questo non influisce sulla memoria a lungo termine. Questo è vero nell'Aplysia e nel cervello umano". (Questo spiega perché i ricordi delle persone più anziane in genere sopravvivono a seguito di una commozione cerebrale).


Il team di Glanzman ha scoperto che lo stesso meccanismo vale quando si studiano i neuroni della lumaca in una capsula di Petri. I ricercatori hanno messo i neuroni sensoriali e motori che mediano il riflesso di ritiro della lumaca in una capsula di Petri, dove i neuroni hanno ri-formato le connessioni sinaptiche che esistevano quando i neuroni erano all'interno del corpo della lumaca. Quando la serotonina è stata aggiunta al piatto, si sono formate nuove connessioni sinaptiche tra i neuroni sensoriali e motori. Ma se l'aggiunta di serotonina veniva immediatamente seguita dall'aggiunta di una sostanza che inibisce la sintesi proteica, la nuova crescita sinaptica ne era bloccata; la memoria a lungo termine non poteva essere creata.


I ricercatori hanno anche voluto capire se le sinapsi scompaiono assieme ai ricordi. Per scoprirlo, hanno contato il numero di sinapsi nel piatto e poi, dopo 24 ore, hanno aggiunto un inibitore della sintesi proteica. Il giorno dopo hanno ri-contato le sinapsi. Essi hanno scoperto che le nuove sinapsi erano cresciute e le connessioni sinaptiche tra i neuroni erano rafforzate; l'ultimo trattamento con l'inibitore della sintesi proteica non aveva disturbato la memoria a lungo termine. Il fenomeno è estremamente simile a quanto avviene nel sistema nervoso della lumaca durante questo tipo di semplice apprendimento, ha detto Glanzman.


In seguito gli scienziati hanno aggiunto serotonina ad una piastra di Petri contenente un neurone sensoriale e un motoneurone, hanno aspettato 24 ore, e poi hanno aggiunto un altro breve impulso di serotonina - che serviva a ricordare ai neuroni la formazione originale - e subito dopo hanno aggiunto l'inibitore della sintesi proteica. Questa volta, hanno scoperto che la crescita sinaptica e la memoria sono state cancellate. Quando hanno ri-contato le sinapsi, hanno scoperto che il numero era tornato a quello prima della formazione, ha affermato Glanzman. Ciò suggerisce che l'impulso di «ricordo» della serotonina innesca un nuovo ciclo di consolidamento della memoria, e che inibire la sintesi proteica durante questo «riconsolidamento» cancella la memoria nei neuroni.


Se le conoscenze prevalenti fossero vere (che i ricordi vengono memorizzati nelle sinapsi) i ricercatori avrebbero dovuto trovare che le sinapsi perdute erano le stesse che erano cresciute in risposta alla serotonina. Ma non è quello che è successo: hanno invece scoperto che alcune delle nuove sinapsi erano ancora presenti e alcune erano scomparse, e anche che alcune di quelle originali erano sparite.


Glanzman ha detto che non c'è alcuno schema evidente della sparizione o mantenimento delle sinapsi, il che implica che la memoria non è memorizzata nelle sinapsi.


Quando gli scienziati hanno ripetuto l'esperimento nella lumaca, e poi hanno dato all'animale un numero modesto di scosse sulla coda - che non producono memoria a lungo termine in una semplice lumaca - è riapparsa la memoria che pensavano fosse stata completamente cancellata. Ciò implica che le connessioni sinaptiche che erano state perse si erano apparentemente ripristinate. "Questo suggerisce che la memoria non è nelle sinapsi, ma da qualche altra parte", ha detto Glanzman. "Pensiamo che sia nel nucleo dei neuroni, però non abbiamo trovato le prove".


Glanzman ha detto che questa ricerca potrebbe avere implicazioni significative per le persone con Alzheimer. In particolare, solo perché la malattia distrugge le sinapsi nel cervello non significa che i ricordi vengano distrutti. "Fino a quando i neuroni sono ancora vivi, il ricordo sarà ancora lì, il che significa che possiamo recuperare alcuni dei ricordi perduti nelle prime fasi dell'Alzheimer", ha detto. Glanzman ha aggiunto che, nelle fasi successive della malattia, i neuroni muoiono, e questo probabilmente implica che i ricordi non possono essere recuperati.


I processi cellulari e molecolari sembrano essere molto simili tra la lumaca marina e gli esseri umani, anche se la lumaca ha circa 20.000 neuroni e gli esseri umani ne hanno circa 1 trilione (mille miliardi). Ogni neurone ha diverse migliaia di sinapsi. Glanzman credeva che i ricordi traumatici potessero essere cancellati, ma ha cambiato idea. Ora egli ritiene che, poichè i ricordi sono immagazzinati nel nucleo, può essere molto più difficile modificarli. Egli continuerà a studiare come vengono ripristinati i ricordi della lumaca marina e come ri-crescono le sinapsi.


Quasi tutti i processi che sono coinvolti nella memoria della lumaca hanno anche dimostrato di essere presenti nella memoria del cervello dei mammiferi, ha detto Glanzman. In uno studio del 1997 pubblicato sulla rivista Science, Glanzman e colleghi avevano identificato un meccanismo cellulare dell'Aplysia che ha un ruolo importante nell'apprendimento e nella memoria. Una proteina recettore chiamata N-metil D-aspartato (NMDA) aumenta la forza delle connessioni sinaptiche nel sistema nervoso e ha un ruolo fondamentale nella memoria e in certi tipi di apprendimento anche nel cervello dei mammiferi. La dimostrazione di Glanzman che il recettore NMDA ha un ruolo fondamentale nell'apprendimento in un semplice animale come la lumaca marina era del tutto inaspettata in quel momento.

 

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Co-autori dello studio includono Shanping Chen, Diancai Cai e Kaycey Pearce, associati di ricerca nel laboratorio di Glanzman. La ricerca è stata finanziata dal National Institutes of Health, dal National Institute of Mental Health e dalla National Science Foundation.

 

 

 

 

 


FonteUniversity of California, Los Angeles  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Shanping Chen, Diancai Cai, Kaycey Pearce, Philip Y-W Sun, Adam C Roberts, David L Glanzman. Reinstatement of long-term memory following erasure of its behavioral and synaptic expression in Aplysia. eLife, 2014; 3 DOI: 10.7554/eLife.03896

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Colpi in testa rompono i 'camion della spazzatura' del cervello accelerando la demenzaUn nuovo studio uscito ieri sul Journal of Neuroscience dimostra che un trauma cranico può interrompere il funzionamento del sistema di rimozione dei rifiuti del cervello.


In questo caso, le proteine ​​tossiche possono accumularsi nel cervello, ponendo le basi per l'insorgenza di malattie neurodegenerative come l'Alzheimer e l'encefalopatia traumatica cronica.


"Sappiamo che il trauma cranico in età più giovane è un fattore di rischio per lo sviluppo precoce della demenza nei decenni che seguono", ha detto Maiken Nedergaard, MD, DMSc., condirettore del Center for Translational Neuromedicine alla University of Rochester e autore senior dell'articolo. "Questo studio dimostra che queste lesioni mettono in moto una serie di eventi a cascata che compromettono la capacità del cervello di eliminare i rifiuti [cellulari], consentendo alle proteine ​​come la tau di diffondersi in tutto il cervello e, infine, di raggiungere livelli tossici".


I risultati sono gli ultimi di una serie di nuove scoperte che stanno radicalmente cambiando il modo in cui gli scienziati vedono i disturbi neurologici. Queste scoperte sono possibili a seguito di uno studio pubblicato nel 2012, in cui Nedergaard ed i suoi colleghi hanno descritto un sistema precedentemente sconosciuto di rimozione dei rifiuti che è unico del cervello, che i ricercatori hanno definito [[sistema glinfatico]].


Il cervello è sostanzialmente isolato dal resto del corpo da un complesso sistema di cancelli molecolari, chiamato barriera emato-encefalica, che controlla strettamente ciò che entra ed esce dal cervello. Di conseguenza, il sistema normale di rimozione dei rifiuti del corpo non è presente nel cervello. Come per il resto del corpo, è però essenziale una tempestiva rimozione dei rifiuti dal cervello per prevenire l'accumulo incontrollato di proteine ​​tossiche e di altri detriti. Tuttavia, fino a poco tempo non si capiva come il cervello eseguisse questo compito.


Nedergaard ed i suoi colleghi hanno dimostrato che i topi, il cui cervello è molto simile a quello degli esseri umani, possiedono ciò che equivale a un sistema idraulico che si appoggia sui vasi sanguigni per pompare il fluido cerebrale spinale (CSF), il liquido che circonda il cervello, attraverso il tessuto cerebrale, spazzando via i rifiuti dagli spazi tra le cellule del cervello. Studi recenti hanno dimostrato che il sistema glinfatico è più attivo durante il sonno, spiegando così perché il sonno è così rinfrescante per la mente, e che la sua funzionalità diminuisce con l'età.


"Il fallimento del sistema glinfatico può essere uno dei motivi per cui il cervello che invecchia è così vulnerabile alle malattie come l'Alzheimer", ha detto Jeffrey Iliff, PhD, co-autore dello studio, membro del gruppo di ricerca di Nedergaard, e assistente professore alla Oregon Health and Science University. "E' sorprendente che gli stessi cambiamenti che vediamo nel cervello che invecchia si riflettano nel cervello giovane dopo una lesione cerebrale traumatica. Questo suggerisce che tali eventi possono essere il collegamento comune della neurodegenerazione, tra ciò che accade negli anziani e cosa succede dopo un trauma cerebrale".


La nuova ricerca si concentra sull'impatto che ha un trauma cranico sul sistema glinfatico. Da tempo si è osservato che la proteina tau ha un ruolo importante nel danno a lungo termine subito dal cervello dopo un trauma. La tau aiuta a stabilizzare le fibre (gli [[assoni]]) che le cellule nervose emettono per comunicare con quelle vicine. Tuttavia, durante il trauma, un gran numero di queste proteine ​​sono scrollate via dagli assoni, andando alla deriva nello spazio tra le cellule del cervello. Una volta disormeggiate dalle cellule nervose, queste proteine ​​adesive vengono attratte l'una all'altra e, nel tempo, formano "grovigli" sempre più grandi che possono diventare tossici per le funzioni cerebrali.


In circostanze normali, il sistema glinfatico è in grado di eliminare le tau randagie dal cervello. Tuttavia, quando i ricercatori hanno studiato il cervello dei topi con lesioni cerebrali traumatiche, hanno trovato che il trauma ha danneggiato il sistema glinfatico, in particolare nella capacità degli astrociti (cellule di supporto del cervello) di regolare il processo di pulizia. Gli astrociti hanno un ruolo fondamentale nell'organizzazione del flusso del CSF nel cervello. Ramificazioni di queste cellule circondano i vasi sanguigni del cervello creando uno spazio (essenzialmente un tubo all'interno di un tubo) in cui il CSF può seguire il percorso dei vasi sanguigni e fluire verso l'interno del cervello.


I rami degli astrociti che formano il "tubo" esterno sono rivestiti con un numero enorme di strutture note come canali d'acqua (aquaporine), che aiutano a garantire un flusso efficiente di CSF lungo i vasi sanguigni e verso il cervello. I ricercatori hanno osservato che dopo una lesione cerebrale traumatica, le acquaporine perdono la loro organizzazione, compromettendo il flusso del CSF nel cervello.  "Per eliminare la spazzatura il sistema glinfatico deve pompare il CSF attraverso il cervello", ha detto Nedergaard. "Questo studio sembra indicare che il sistema è molto delicato e che le piccole variazioni nell'organizzazione dei canali d'acqua possono comportare la perdita funzionale".


Molto tempo dopo l'infortunio, i ricercatori hanno notato che la tau in eccesso non veniva eliminata dal cervello degli animali, e che la stessa aveva cominciato ad aggregarsi in tutto il cervello. Negli animali con canali d'acqua acquaporine deteriorati, la tau si è accumulata molto più rapidamente.


I ricercatori hanno anche fatto eseguire agli animali una serie di esperimenti per testare la loro memoria e le capacità cognitive. Tutti gli animali con lesioni cerebrali traumatiche hanno ottenuto risultati molto peggiori rispetto ai controlli. Gli animali con funzionalità canali d'acqua compromessa sono andati anche peggio e non hanno mostrato alcun miglioramento nel tempo.


"Per lungo tempo abbiamo visto le malattie neurodegenerative come l'Alzheimer come un problema di fornitura, il che significa che credevamo che il cervello producesse troppa tau e beta-amiloide", ha detto Benjamin Plog, studente MD/PhD nel laboratorio di Nedergaard e co-autore dello studio. "Ora sembra che queste condizioni possano in definitiva essere collegate a un problema di eliminazione, per il quale qualcosa impedisce al sistema glinfatico di rimuovere i rifiuti dal cervello in modo sufficientemente veloce".

 

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Hanno collaborato anche Michael Chen, Yang Lijun, Itender Singh e Rashid Deane dell'Università di Rochester, e Douglas Zeppenfeld dell'Oregon Health and Science University. Lo studio è stato finanziato del National Institute of Neurological Disorder and Stroke e dall'American Heart Association.

 

 

 

 

 


Fonte: University of Rochester via EurekAlert! (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  J. J. Iliff, M. J. Chen, B. A. Plog, D. M. Zeppenfeld, M. Soltero, L. Yang, I. Singh, R. Deane, M. Nedergaard. Impairment of Glymphatic Pathway Function Promotes Tau Pathology after Traumatic Brain Injury. Journal of Neuroscience, 2014; 34 (49): 16180 DOI: 10.1523/JNEUROSCI.3020-14.2014

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Riprogrammare "cellule di supporto" in neuroni per riparare il cervello adulto feritoLa porzione del cervello adulto responsabile del pensiero complesso, la corteccia cerebrale, non ha la possibilità di sostituire i neuroni che muoiono a causa dell'Alzheimer, di un ictus o di altre malattie devastanti.


Uno studio pubblicato su Stem Cell Reports il 20 novembre dimostra che la proteina Sox2, da sola o in combinazione con un'altra (Ascl1), può indurre le cellule non-neuronali [[NG2 glia]], a trasformarsi in neuroni della corteccia cerebrale lesa di topi adulti.


I risultati ci rivelano che le NG2 glia rappresentano un bersaglio promettente per le strategie di sostituzione delle cellule neuronali, nel trattamento delle lesioni cerebrali traumatiche.


"Il nostro studio è il primo che dimostra in modo inequivocabile la conversione di uno specifico sottotipo di glia, la cosiddetta NG2 glia, in neuroni indotti negli animali viventi", dice l'autore senior dello studio Benedikt Berninger della Johannes Gutenberg University di Magonza. "I risultati aprono la strada a studi futuri volti a sfruttare il potenziale di queste cellule per la riparazione del cervello".


La corteccia cerebrale ha un ruolo chiave nella memoria, nell'attenzione, nella percezione, nel linguaggio e nella coscienza. A differenza di altre regioni del cervello adulto, la corteccia cerebrale non è in grado di generare nuovi neuroni dopo una lesione traumatica.


Berninger e altri avevano già dimostrato che Sox2, Ascl1, e altri [[fattori di trascrizione]] (proteine ​​che si legano a specifiche sequenze di DNA per controllare l'attività dei geni) possono indurre le "cellule di supporto" non-neuronali chiamate glia a trasformarsi in neuroni. E' difficile, però, convertire le glia in neuroni a seguito di lesioni cerebrali come l'ictus nella corteccia cerebrale adulta di animali viventi.


Per testare le possibili strategie di riparazione del cervello, Berninger e Magdalena Götz, della Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, hanno inviato dei fattori di trascrizione nella corteccia cerebrale di topi adulti tre giorni dopo la lesione traumatica. Hanno scoperto con sorpresa che, da sola o in combinazione con Ascl1, la Sox2 è sufficiente a scatenare l'insorgenza di neuroni, contrariamente a quanto si credeva comunemente, vale a dire che la Sox2 impedisce alle cellule staminali di trasformarsi in cellule più mature, come i neuroni.


In particolare, la maggior parte delle cellule che si sono convertite in neuroni erano NG2 glia. Queste cellule gliali hanno avuto un'attenzione relativamente scarsa in passato, anche se rappresentano una fonte cellulare promettente per le strategie di riparazione del cervello, a causa della loro abbondanza e della capacità di proliferare per tutta la vita.


Prese nell'insieme, queste scoperte supportano l'idea che la riprogrammazione cellulare può diventare un modo di sostituire i neuroni degenerati nel cervello adulto. "Il nostro studio pone le basi per ulteriori ricerche per identificare quali stimoli supplementari potrebbero indurre questi neuroni a maturare pienamente e ad integrarsi in circuiti funzionali, consentendo potenzialmente in tal modo a questo approccio essere utilizzato nella clinica", dice Berninger.

 

 

 

 

 


Fonte: Cell Press via EurekAlert! (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Heinrich et al. Sox2-mediated conversion of NG2 glia into induced neurons in the injured adult cerebral cortex. Stem Cell Reports, November 2014, DOI: http://dx.doi.org/10.1016/j.stemcr.2014.10.007

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Smontata teoria prevalente sull'Alzheimer: dipende dalla Tau, non dall'AmiloideUna nuova ricerca che altera drasticamente la teoria prevalente sull'origine dell'Alzheimer è stata pubblicata on-line il 31 Ottobre da ricercatori della Georgetown University sulla rivista Molecular Neurodegeneration.


La ricerca aiuta a spiegare anche perchè alcune persone che hanno un accumulo di placca nel cervello non sviluppano la demenza, e dimostra le potenzialità di un farmaco contro il cancro per combattere la malattia.


"Questo studio suggerisce un modo completamente nuovo di guardare all'Alzheimer, che potrebbe alterare il modo in cui si studia la malattia, come si individua nelle persone e, in ultima analisi, come si tratta", dice il ricercatore senior dello studio, Charbel EH Moussa, MB, PhD, del Medical Center alla Georgetown University.

 

Morte neuronale

Moussa è il co-autore dello studio, assieme ai ricercatori della Capital Medical University di Pechino in Cina e dei Merck Research Laboratories, che hanno finanziato lo studio.


Il team di ricerca ha scoperto che è il malfunzionamento della proteina tau, non la formazione delle placche di beta-amiloide, l'evento fondamentale che spinge la morte dei neuroni nelle malattie come l'Alzheimer. Lo studio dimostra che la morte neuronale avviene quando non funziona la tau, una proteina che si trova dentro i neuroni.

 

Geni e invecchiamento

Il ruolo della tau è fornire una struttura - simile alle rotaie del treno - dentro i neuroni del cervello, che permette alle cellule di eliminare l'accumulo di proteine indesiderate e tossiche o "spazzatura".


Il malfunzionamento della tau può insorgere a causa di geni erranti o attraverso il normale processo di invecchiamento. Con l'invecchiamento, la tau potrebbe non funzionare più correttamente in alcuni individui, mentre rimane una quantità sufficiente di tau normale per aiutare a eliminare la spazzatura.


"Questo spiega le osservazioni cliniche contrastanti di persone anziane che hanno un accumulo di placca, ma non la demenza", spiega Moussa.

 

Colpevole comune

Moussa è uno degli inventori di una domanda di brevetto della Georgetown University per l'uso del nilotinib, un farmaco approvato per il trattamento del cancro, come approccio terapeutico nelle malattie neurodegenerative. Lo studio dimostra che il nilotinib può aiutare i neuroni ad eliminare la spazzatura se rimangono alcune proteine tau funzionali.


"Questo farmaco può funzionare se c'è una percentuale alta di tau buona rispetto a quella cattiva nella cellula", dice Moussa, aggiungendo che molte demenze hanno il malfunzionamento della tau e nessun accumulo di placca, ad esempio un tipo di demenza legata al Parkinson. "Il colpevole comune è la tau, quindi un farmaco che aiuta la tau a fare il suo lavoro può aiutare a proteggere contro la progressione di queste malattie".

 

 

 

 

 

 


FonteGeorgetown Univeresity Medical Center  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Simon Moussaud, Daryl R Jones, Elisabeth L Moussaud-Lamodière, Marion Delenclos, Owen A Ross and Pamela J McLean. Alpha-synuclein and tau: teammates in neurodegeneration?Molecular Neurodegeneration 2014, 9:43  doi:10.1186/1750-1326-9-43

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Preoccupazione, gelosia e malumore alzano rischio di Alzheimer per le donneLe donne che sono ansiose, gelose o di cattivo umore e angustiate in mezza età possono avere un rischio più alto di sviluppare l'Alzheimer più tardi nella vita, secondo uno studio durato quasi 40 anni, e pubblicato on-line il 1 ottobre 2014 su Neurology, la rivista medica della American Academy of Neurology.


"La maggior parte della ricerca sull'Alzheimer si è dedicata a fattori quali l'istruzione, il cuore ed i fattori di rischio del sangue, il trauma cranico, la storia familiare e la genetica", ha detto l'autore dello studio Lena Johansson, PhD, dell'Università di Göteborg in Svezia. "La personalità può influenzare il rischio individuale di demenza attraverso gli effetti sul comportamento, sullo stile di vita o sulle reazioni allo stress".


Per lo studio sono stati seguite per 38 anni 800 donne con un'età media di 46 anni, che si sono sottoposte a test di personalità per esaminare il loro livello di nevrosi ed estroversione o introversione, insieme a test sulla memoria. In questo gruppo, il 19 per cento ha sviluppato la demenza.


La nevroticità (la tendenza ad avvertire le emozioni negative) induce facilmente afflizione e tratti negativi della personalità come preoccupazione, gelosia o malumore. Le persone nevrotiche sono più propense ad esprimere rabbia, senso di colpa, invidia, ansia o depressione. L'introversione è descritta come timidezza e riserva e l'estroversione è associata alla socievolezza.


Alle donne è stato chiesto anche se avessero vissuto un periodo di stress che è durato almeno un mese nell'ambito del lavoro, della salute o della famiglia. Lo stress rimanda a sentimenti di irritabilità, tensione, nervosismo, paura, ansia o ai disturbi del sonno. Le risposte sono state classificate da zero a cinque: lo zero indicava che non avevano mai vissuto un periodo di stress, e il 5 la sperimentazione costante di stress nel corso degli ultimi cinque anni.


Le donne che davano risposte da tre a cinque sono state considerate come angustiate. Lo studio ha trovato che le donne che hanno avuto i risultati più alti nei test per le nevrosi hanno avuto il doppio del rischio di sviluppare demenza rispetto a quelle con i punteggi più bassi. Tuttavia il collegamento dipendeva dalla lunghezza del periodo di stress.


Essere solo introverse o solo socievoli non sembra influenzare il rischio di demenza, ma le donne che erano sia facilmente afflitte che introverse avevano il rischio più alto di Alzheimer nello studio. Un totale di 16 delle 63 donne (25 per cento) che erano facilmente angustiate e introverse hanno sviluppato l'Alzheimer, rispetto a 8 delle 64 donne (13 per cento) che non erano facilmente afflitte e introverse.

 

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Lo studio è stato finanziato dallo Swedish Medical Research Council, dallo Swedish Council for Working Life and Social Research, dallo Swedish Research Council for Health, Working Life and Welfare, dall'Alzheimer's Association, dall'Università di Göteborg e da altre istituzioni citate nel documento di ricerca.

 

 

 

 

 


FonteAmerican Academy of Neurology  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti: L. Johansson, X. Guo, P. R. Duberstein, T. Hallstrom, M. Waern, S. Ostling, I. Skoog. Midlife personality and risk of Alzheimer disease and distress: A 38-year follow-up. Neurology, 2014; DOI: 10.1212/WNL.0000000000000907

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Invertita per la prima volta la perdita di memoria associata all'AlzheimerLa paziente uno aveva avuto due anni di perdita progressiva di memoria. Stava pensando di rinunciare al suo lavoro, che coinvolgeva l'analisi di dati e la scrittura di rapporti, si trovava disorientata guidando l'auto, e mischiava i nomi dei suoi animali domestici.

Il paziente due ha cominciato a dimenticare i volti un tempo familiari al lavoro, dimenticava la combinazione dell'armadietto in palestra, e aveva bisogno che i suoi assistenti gli ricordassero costantemente il suo programma di lavoro.

La memoria della paziente tre era così deteriorata che usava un iPad per registrare tutto, finchè non ha dimenticato la password. I suoi figli hanno iniziato a notare che era diventato normale per lei perdere il filo del discorso a metà della frase, e chiedeva loro spesso se avessero svolto i compiti che lei pensava erroneamente di aver chiesto loro di fare.


Fin dalla sua prima descrizione fatta oltre 100 anni fa, l'Alzheimer manca di un qualsiasi trattamento efficace. Questo può finalmente essere destinato a cambiare: nel primo, piccolo studio su un programma innovativo, personalizzato e completo per invertire la perdita di memoria, nove dei 10 partecipanti, compresi quelli di cui sopra, hanno visto un miglioramento soggettivo o oggettivo della loro memoria a partire da 3 / 6 mesi dopo l'avvio del programma.


Dei sei pazienti che hanno dovuto interrompere il lavoro o che avevano difficoltà con il loro lavoro al momento in cui si sono uniti allo studio, tutti sono stati in grado di tornare a lavorare o continuare a lavorare con prestazioni migliorate. I miglioramenti sono stati sostenuti, e al momento di scrivere questa relazione il paziente che è stato seguito più a lungo ha iniziato il trattamento due anni e mezzo fa.


Questi primi dieci pazienti avevano perdita di memoria associata all'Alzheimer (AD), a decadimento cognitivo lieve amnestico (aMCI), o a deficit cognitivo soggettivo (SCI, quando un paziente riferisce problemi cognitivi). Un paziente, con diagnosi di Alzheimer in fase avanzata, non è migliorato.


Lo studio, eseguito congiuntamente dal «Mary S. Easton Center for Alzheimer’s Disease Research» e dal «Buck Institute for Research on Aging» della University of California Los Angeles (UCLA), è il primo a suggerire che la perdita di memoria nei pazienti può essere invertita, e il miglioramento può essere sostenuto, con un programma terapeutico complesso di 36 punti, che coinvolge cambiamenti globali nella dieta, nella stimolazione del cervello, nell'esercizio fisico, nell'ottimizzazione del sonno, con farmaci e vitamine specifiche, e altri passi aggiuntivi che influenzano la chimica del cervello.


I risultati, pubblicati nell'edizione corrente on line della rivista Aging, "sono molto incoraggianti. Tuttavia, al momento attuale i risultati sono aneddotici, e quindi si raccomanda uno studio clinico controllato più ampio", ha detto Dale Bredesen, Professore Ordinario «Augustus Rose» di Neurologia e Direttore dell'Easton Center dell'UCLA, professore del Buck Institute, e autore del documento.


Nel caso dell'Alzheimer, nota Bredesen, non c'è un farmaco che fermi, o che anche rallenti, la progressione della malattia, e le medicine hanno solo modesti effetti sui sintomi. "Solo nel decennio passato, sono stati condotti centinaia di studi clinici per l'Alzheimer ad un costo complessivo di oltre un miliardo di dollari, senza successo", ha detto.


Altre malattie croniche, come quelle cardiovascolari, il cancro, e l'HIV, sono state migliorate attraverso l'uso di terapie combinate, ha osservato. Ma nel caso dell'Alzheimer e di altri disturbi della memoria, non sono state esplorate terapie combinate complete. Eppure, negli ultimi decenni, la ricerca genetica e biochimica ha rivelato una vasta rete di interazioni molecolari coinvolte nella patogenesi. "Questo ha suggerito che un approccio terapeutico con una base più ampia, piuttosto che un singolo farmaco che mira a un solo bersaglio, può essere fattibile e potenzialmente più efficace per il trattamento del declino cognitivo causato dall'Alzheimer", ha detto Bredesen.


Mentre ampi studi preclinici di numerosi laboratori hanno identificato singoli obiettivi patogenetici per un intervento potenziale, negli studi sull'uomo tali approcci terapeutici a singolo bersaglio non hanno avuto conferme. Ma, ha detto Bredesen, è possibile che affrontare bersagli multipli all'interno della rete sottostante l'AD possa avere successo anche se ogni obiettivo è influenzato in modo relativamente modesto. "In altre parole", ha detto, "gli effetti dei vari obiettivi possono essere additivi, o addirittura sinergici".


Il fallimento uniforme dei test di farmaci di Alzheimer ha indotto la ricerca di Bredesen a cercare di capire meglio la natura fondamentale della malattia. Il suo laboratorio ha trovato prove che l'Alzheimer deriva da uno squilibrio nella segnalazione delle cellule nervose: nel cervello normale, segnali specifici favoriscono le connessioni nervose e il processo della memoria, mentre dei segnali di bilanciamento supportano la perdita di memoria, consentendo alle informazioni irrilevanti di essere dimenticate. Ma nell'Alzheimer, l'equilibrio di questi segnali opposti è disturbato, le connessioni nervose vengono soppresse, ed i ricordi si perdono.


Il modello a obiettivi multipli e uno squilibrio nella segnalazione va contro il dogma popolare che il morbo di Alzheimer è una malattia di tossicità, causata dall'accumulo di placche adesive nel cervello. Bredesen ritiene che il peptide amiloide-beta, l'origine delle placche, ha una funzione normale del cervello - nell'ambito di un più ampio insieme di molecole che promuove i segnali che inducono le connessioni nervose a venir meno. Così l'aumento del peptide che avviene nell'Alzheimer sposta l'equilibrio produzione-memoria vs rottura-memoria a favore della perdita di memoria.


Dato tutto questo, Bredesen ha pensato che, piuttosto che mirare un singolo agente, la soluzione potrebbe essere un approccio a sistemi, quello che è in linea con l'approccio adottato con altre malattie croniche: un sistema a componenti multipli. "I farmaci di Alzheimer esistenti influenzano un singolo bersaglio, ma la malattia di Alzheimer è più complessa. Immaginiamo di avere un tetto con 36 buchi, e il tuo farmaco ne copre uno molto bene; il farmaco può aver funzionato, un unico "buco" potrebbe essere stato riparato, ma ci sono ancora altre 35 perdite, e quindi il processo sottostante potrebbe non essere stato corretto del tutto".


L'approccio di Bredesen è personalizzato sul paziente, sulla base di numerosi test per determinare ciò che sta interessando la rete di segnalazione della plasticità del cervello. Come esempio, nel caso del paziente con il lavoro impegnativo che stava dimenticando la sua strada verso casa, il suo programma terapeutico consisteva di alcuni, ma non tutti, i componenti coinvolti nel programma terapeutico di Bredesen, e comprendeva:

  1. eliminati tutti i carboidrati semplici, portando ad una perdita di peso di 9 kg;
  2. eliminato il glutine e gli alimenti trasformati dalla dieta, con un aumento di verdure, frutta e pesce non d'allevamento;
  3. ridotto lo stress, iniziando a fare yoga;
  4. come seconda misura per ridurre lo stress del suo lavoro, ha cominciato a meditare per 20 minuti due volte al giorno;
  5. preso la melatonina ogni notte;
  6. aumentato il sonno da 4-5 ore per notte a 7-8 ore;
  7. preso metilcobalamina ogni giorno;
  8. preso la vitamina D3 ogni giorno;
  9. olio di pesce ogni giorno;
  10. CoQ10 ogni giorno;
  11. ottimizzato l'igiene orale con un flosser [getto d'acqua] elettrico e uno spazzolino da denti elettrico;
  12. dopo la discussione con il suo fornitore di cure primarie, ha reintegrato la terapia ormonale sostitutiva che era stata interrotta;
  13. digiunato per un minimo di 12 ore tra la cena e la colazione, e per un minimo di tre ore tra cena e prima di coricarsi;
  14. fatto esercizio per un minimo di 30 minuti, 4-6 giorni alla settimana.


L'aspetto negativo di questo programma è la sua complessità. Non è facile da seguire, il peso ricade sui pazienti e i caregiver, e nessuno dei pazienti è riuscito a rispettare l'intero protocollo. I cambiamenti significativi a dieta e stile di vita, e le diverse pillole necessarie ogni giorno, sono state le due lamentele più comuni. La buona notizia, però, ha detto Bredesen, sono gli effetti collaterali: "È interessante notare che il principale effetto collaterale di questo sistema terapeutico è una salute migliore e un indice di massa corporea ottimale, in netto contrasto con gli effetti collaterali di molti farmaci".


I risultati di nove dei 10 pazienti riportati nel documento suggeriscono che la perdita di memoria può essere invertita, e il miglioramento sostenuto, con questo programma terapeutico, ha detto Bredesen. "Questa è la prima dimostrazione di successo", ha osservato, ammonendo però che i risultati devono essere replicati. "I risultati attuali aneddotici richiedono uno studio più ampio, non solo per confermare o smentire i risultati qui riportati, ma anche per affrontare le questioni fondamentali sollevate, come il grado di miglioramento che può essere raggiunto regolarmente, quanto avanti nel corso del declino cognitivo può avvenire l'inversione, se un tale approccio può essere efficace nei pazienti con Alzheimer familiare, e per ultimo, per quanto tempo il miglioramento può essere sostenuto", ha detto.


Il declino cognitivo è una delle principali preoccupazioni della popolazione. Già ora l'Alzheimer colpisce circa 5,4 milioni di americani e 30 milioni di persone a livello globale. Senza la prevenzione e un trattamento efficace, le prospettive per il futuro sono tetre. Entro il 2050, si stima che 160 milioni di persone nel mondo avranno la malattia, compresi 13 milioni di americani, portando al potenziale fallimento il sistema sanitario. A differenza di molte altre malattie croniche, l'Alzheimer è in aumento; stime recenti suggeriscono che l'AD è diventata la terza causa di morte negli Stati Uniti dietro le malattie cardiovascolari e il cancro.

 

 

 

 

 


FonteUniversity of California, Los Angeles  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Dale E. Bredesen. Reversal of cognitive decline: A novel therapeutic program. Aging, September 2014

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Rivelato nuovo percorso che contribuisce all'AlzheimerRicercatori del campus di Jacksonville della Mayo Clinic hanno scoperto un difetto in un percorso cruciale di segnalazione cellulare, che secondo loro contribuisce alla sovrapproduzione di proteina tossica nel cervello dei pazienti di Alzheimer, così come alla perdita di comunicazione tra i neuroni, due contribuiti significativi a questo tipo di demenza.


Il loro studio, pubblicato nel numero on line di Neuron, offre la possibilità di puntare a questo difetto specifico con farmaci che "possono ringiovanire o recuperare questo percorso", dice il primo ricercatore dello studio, Guojun Bu, PhD, neuroscienziato della Mayo Clinic di Jacksonville in Florida."Questo difetto probabilmente non è l'unico contributo allo sviluppo dell'Alzheimer, ma i nostri risultati suggeriscono che è molto importante, e potrebbe essere terapeuticamente mirato possibilmente per prevenire l'Alzheimer o per trattare precocemente la malattia".


Sappiamo che il percorso, la segnalazione Wnt, ha un ruolo critico nella sopravvivenza delle cellule, nello sviluppo embrionale e nell'attività sinaptica, i segnali elettrici e chimici necessari per l'apprendimento e la memoria. Qualsiasi squilibrio in questo percorso (troppa o troppo poca attività) porta alla malattia; la crescita eccessiva delle cellule nel cancro è un esempio di iperattivazione di questo percorso.


Mentre gran parte della ricerca sul Wnt si è concentrata sulle malattie con segnalazione Wnt iperattiva, il team del dottor Bu è uno dei primi a dimostrare il collegamento tra la segnalazione Wnt soppressa e l'Alzheimer. "La nostra ricerca ha un senso, perché i ricercatori sanno da tempo che i pazienti con cancro hanno un rischio ridotto di sviluppare l'Alzheimer, e viceversa", afferma il dottor Bu. "Ciò che non era noto è che la segnalazione Wnt è coinvolta in questa dicotomia".


Su un nuovo modello di topo i ricercatori hanno trovato il difetto chiave che porta alla soppressione della segnalazione Wnt nell'Alzheimer. Essi hanno scoperto che la «proteina 6 ​​a bassa densità legata al recettore della lipoproteina» (LRP6) è carente, e che la LRP6 regola sia la produzione di amiloide-beta, la proteina che si accumula nel cervello dei pazienti AD, sia la comunicazione tra i neuroni. Ciò significa che livelli inferiori a quelli normali di LRP6 portano ad un accumulo tossico di amiloide e danneggiano la capacità dei neuroni di comunicare tra loro.

Defective Wnt signaling resulting from loss of LRP6 causes dendritic spines and synapses to degenerate, thereby impairing communications among neurons in the brain.
I topi senza LRP6 avevano segnalazione Wnt alterata, deterioramento cognitivo, neuroinfiammazione ed eccesso di amiloide.


I ricercatori hanno convalidato la loro scoperta esaminando il tessuto cerebrale post-mortem di pazienti di Alzheimer; hanno scoperto che i livelli LRP6 erano carenti e la segnalazione Wnt gravemente compromessa nel cervello umano esaminato.


La buona notizia è che gli inibitori specifici di questo percorso sono già in fase di sperimentazione per il trattamento del cancro. "Naturalmente, non vogliamo inibire il Wnt nelle persone con Alzheimer o a rischio della malattia, ma può essere possibile usare la scienza investita nell'inibire il Wnt per capire come aumentare l'attività del percorso", dice il Dr. Bu. "Identificare composti di piccole molecole per ripristinare la LRP6 e il percorso Wnt, senza indurre effetti collaterali, può aiutare a prevenire o curare l'Alzheimer. Questo è davvero una nuova ed entusiasmante strategia, un approccio nuovo e fresco".


Hanno partecipato allo studio ricercatori della University of Kentucky, della Università di Xiamen in Cina, della University of Oklahoma e del Korea Brain Research Institute. La ricerca è stata finanziata principalmente dai National Institutes of Health, dall'Alzheimer's Association e dal Centro di Medicina Rigenerativa della Mayo Clinic.

 

 

 

 

 


FonteMayo Clinic  (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

Riferimenti:  Chia-Chen Liu, Chih-Wei Tsai, Ferenc Deak, Justin Rogers, Michael Penuliar, You Me Sung, James N. Maher, Yuan Fu, Xia Li, Huaxi Xu, Steven Estus, Hyang-Sook Hoe, John D. Fryer, Takahisa Kanekiyo, Guojun Bu. Deficiency in LRP6-Mediated Wnt Signaling Contributes to Synaptic Abnormalities and Amyloid Pathology in Alzheimer’s Disease. Neuron, 2014; DOI: 10.1016/j.neuron.2014.08.048

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Esperienze e opinioni

La steatosi epatica (o fegato grasso) può imitare i sintomi dell'Alzheimer

Da lungo tempo malattie del fegato, come la cirrosi, sono ritenute una patologia prevalentemente associata a una persona alcolizzata. Questo sta cambiando; la malattia epatica è ancora un pericolo per gli alcolisti, ma le malattie del fegato sono sempre più causate dai grassi.

L'accumulo di grasso nel fegato porta alla malnutrizione. I sintomi della malattia epatica, qualcosa che una persona media non sospetta, imitano i sintomi dell'Alzheimer o della demenza nelle fasi successive; con sintomi molto poco evidenti, e molto probabilmente del tutto assenti, nelle prime fasi di questa malattia del fegato.

L'obesità negli Stati Uniti è un'epidemia, così i medici stanno vedendo sempre più pazienti con malattia epatica causata da grasso. La CNN ha recentemente intervistato Alvarado Wilson e sua moglie Patricia e la loro storia è quella più frequente oggi. Wilson si è perso andando a un parco di quartiere, uno che aveva frequentato settimanalmente per 30 anni.

Ha assicurato la moglie che tutto va bene e che a 62 anni stava solo invecchiando e che quel problema deriva dalla dimenticanza. Il percorso verso il parco non solo era familiare a Wilson, ma era solo un mezzo miglio di distanza dalla casa. Quell'incidente passò, ma ben presto se ne verificò un altro, quando si è perso di nuovo andando allo stesso parco.

Poi un giorno è andato a fare la spesa, e ha chiamato la moglie per chiederle perché era lì. "Ho pensato, beh, forse davvero sta solo invecchiando", ricorda Patricia. "Mia madre ha l'Alzheimer, e ho pensato che fosse la stessa cosa". Secondo la CNN, Patricia ha trascurato questi incidenti ritenendoli piccoli vuoti di memoria. Dopo pochi anni però, Wilson è andato a visitare i parenti a Puerto Rico e mentre stava lì, non ne capiva il senso. E' stato portato in ospedale, ma è diventato così aggressivo mentre era lì, che hanno dovuto usare delle restrizioni. "E' stato davvero un momento orribile" dice Patricia.

Wilson è stato riportato in aereo in un ospedale vicino alla loro casa in Cheeklowaga / New York, dove i medici sono riusciti a diagnosticare la sua malattia. I medici hanno spiegato che i vuoti di memoria e il comportamento stravagante di Wilson era dovuto alla malattia del fegato. "Quando si pensa a questo genere di cose, pensi a demenza o Alzheimer", dice Patricia."Non si pensa al fegato", lo stesso che, con molta probabilità, farebbe qualsiasi persona media in queste circostanze. La diagnosi era di cirrosi epatica, la stessa degli alcolisti, ma la malattia di Wilson non era da alcol, ma è stata causata dal grasso che si deposita nel fegato nel corso degli anni. Lui è in sovrappeso e il troppo grasso nel fegato alla fine ha causato il malfunzionamento.

E comunque questo non è un caso isolato. Due terzi degli americani sono sovrappeso o obesi, secondo il Centers for Disease Control and Prevention. Doctors say they're seeing more and more patients like Wilson today. I medici dicono che attualmente stanno vedendo sempre più pazienti come Wilson. "E' sconvolgente il numero di pazienti che stiamo vedendo con questo problema," dice il Dott. Naim Alkhouri, un epatologo della Cleveland Clinic. Il Dr. William Carey, un latro epatologo della Cleveland Clinic, dice: "Questo [problema] è enorme. Non sapevamo nemmeno che esistesse questa malattia 30 anni fa. Ora è la malattia del fegato più comune in America". La parte peggiore di questo è che "non avremo la possibilità di curare tutti questi pazienti", dice Carey.

Oggi, circa un terzo della popolazione degli Stati Uniti ha la steatosi epatica (malattia del fegato grasso) non alcolica, secondo il dottor Michael Curry, epatologo del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston. Una parte preponderante di queste persone, l'80%, svilupperà una malattia epatica significativa, secondo Curry. Il restante 20% svilupperà un'altra malattia chiamata steatoepatite non alcolica o NASH. Curry dice anche che il 20-30% svilupparà la cirrosi e lo stadio terminale della malattia epatica. L'unica cura reale è un trapianto di fegato per la malattia che è già in stadio avanzato.

La NASH (steatoepatite non alcolica) è spesso silenziosa, alcune persone hanno dolori nella parte destra del loro addome, a differenza della maggior parte dei pazienti di NASH. I test, come ad esempio gli enzimi epatici, ultrasuoni e TAC sono spesso normali e non rilevano questa malattia. Per questo motivo la malattia può insediarsi e anche il medico potrebbe non vederla. I sintomi spesso non si vedono fino alla progressione della malattia e poi i primi segni sono pancia o caviglie gonfie, o vomito di sangue.

Cambiamenti del cervello chiamati encefalopatie epatiche si sviluppano in alcuni pazienti. Il fegato ha difficoltà a filtrare le tossine con il progredire della malattia, che può arrivare al cervello causando i problemi di vuoti di memoria, mancanza di coordinamento e difficoltà a dormire la notte.

Cambiamenti minimi potrebbero cominciare in un primo momento, ha detto Curry. Più tardi nella malattia possono diventare più inquietanti. Piccoli cambiamenti come ammaccature nella macchina o alterazioni più complesse, come cercare di vendere la casa per $100, o passeggiare nudi per il quartiere e molti altri comportamenti bizzarri.

Le prime fasi della steatosi epatica non alcolica possono essere invertite con dieta ed esercizio fisico. Questo è il motivo per cui è importante trovare la malattia nelle sue fasi iniziali. Una volta che avanza fino a diventare cirrosi, di solito è irreversibile. Dopo che Wilson ha avuto un trapianto di fegato, sua moglie ha detto di aver capito meglio.

 

 


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Pubblicato in Huliq.com il 16 giugno 2011 - Traduzione di Franco Pellizzari.

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